Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri
In questa V puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, iniziamo a descrivere la visita collegata a quello di Torud. Fu la prima occasione per iniziare a scoprire il fascino del deserto, ma anche per fare incontri con le persone locali, mentre effettuavamo le nostre misurazioni. Abbiamo anche avuto l’opportunità di visitare Bastam, città natale del mistico sufi Bayazid Bistami e sede di bellissimi e antichi monumenti storici. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.
Nel deserto verso Torud
L’area verso cui ci dirigemmo il terzo giorno era in pieno deserto del Kavir, la piccola oasi di Torud, abitata nel 2008 da meno di duemila cittadini. È posta a circa 110 km da Shahrood ed è raggiungibile con una strada asfaltata che, negli ultimi 40 km, attraversa il deserto, quindi non si scorgono, per un lungo tratto, né insediamenti, né vegetazione.

Riserva di pane per il pranzo nell’oasi di Torud (foto mia)
Per sicurezza Farbod e Ali, i due docenti che ci accompagnavano, hanno portato nel minibus una buona scorta di pane, un cartoccio di kebab di pollo e un sacchetto di mele; ovviamente non manca il dough e alcune lattine di liquidi dolci e gassosi che loro chiamano “birra iraniana”.
Prima di raggiungere l’oasi, Farbod suggerì all’autista di effettuare una deviazione verso Sud-Est; percorremmo una stradina un po’ malmessa per giungere in un punto veramente incredibile. Si tratta di una duna di sabbia dorata, comparabile con quanto abbiamo visto nei documentari sul Sahara. Una piccola area di deserto sabbioso in una sconfinata pianura composta di pietrisco nero o grigio, aridi cespuglieti e terre biancastre per la presenza di sale; d’altra parte il Deserto del Kavir è denominato in persiano “Kavir-e Namak”, che letteralmente significa “gran deserto salato”. Per noi fu una bellissima scoperta! Come ragazzini ci siamo inseguiti affondando nella sabbia finissima, abbiamo contato le nostre orme impresse fino alla prossima folata di vento, fotografando la nostra ombra ingigantita dal sole quasi a picco.

La mia ombra sulla duna di sabbia non lontana da Torud (foto mia)
Dopo la piccola sosta riprendemmo il viaggio verso la meta. Non nascondo che attraversare per chilometri il deserto fa una certa impressione. Guardando attorno vedevamo un panorama uniforme, in lontananza vi erano alcuni rilievi, ma tutto era piatto ed inospitale, se non fosse stato per il conforto della strada che percorrevamo, sarebbe sembrato di esserci persi nel nulla.
Passata una mezz’ora di deserto, fu impressionante scorgere da lontano un’area ricca di vegetazione con palme ed altri alberi, si faceva fatica a crederci, sembrava un miraggio il verde nel pieno deserto. Invece per davvero era l’oasi di Torud, che vive totalmente sull’agricoltura e l’allevamento, proprio grazie all’acqua portata dal suo qanat.
Il qanat di Torud
Il villaggio attuale di Torud è stato ricostruito accanto ai ruderi dell’antico abitato che fu colpito il 12 marzo 1953 da un gravissimo terremoto di magnitudo 6,4 gradi Richter (in letteratura lo compararono ad un’esplosione di una bomba da 10 Megatatoni) con epicentro a circa 40 km sud dell’abitato, in pieno deserto.

Rovine del precedente abitato nell’oasi di Torud (Foto A. Ferrari)
L’evento fu drammatico, perché determinò ben 970 vittime, più della metà degli abitanti del tempo. Le rovine del vecchio villaggio sono rimaste abbandonate e possono essere visitate, essendo rimaste com’erano dopo il sisma. Una serie di locali vuoti, scuri, freddi, ove sembra aleggiare un’ombra tetra.
Il qanat di Torud ha uno sviluppo di 8/10 km ed è composto da due rami che originano a nord dell’oasi. Per il fabbisogno potabile, già nel 2008, si utilizzavano nuovi profondi pozzi, per cui l’acqua del qanat non è più utilizzata per essere bevuta, ma resta strategica per scopi d’interesse per tutta la comunità. Infatti è l’esistenza del qanat che permette tuttora la vita del villaggio, senza le sue acque ci sarebbe solo il deserto.
Lo sbocco del qanat (mahzar) è stato effettuato con un piccolo tunnel di pietre fra loro cementate che termina al centro del nuovo villaggio, a valle delle rovine; sopra queste ultime è stata costruita, recentemente, una moschea, quasi per benedire il flusso dell’acqua.

La moschea nei pressi del mahzar del qanat di Torud (foto mia)
Nel 2008 l’acqua del qanat era utilizzata da tutta la comunità con una precisa suddivisione di tempi e quantità per gli scopi igienici e di pulizia e per l’agricoltura. Infatti allo sbocco è ricavata una deviazione che alimenta un locale adibito a bagni pubblici; un’altra derivazione permette di riempire alcuni serbatoi che possono essere utilizzati in caso di penuria idrica.
Il flusso d’uscita del qanat viene riversato in una vasca che, come abbiamo direttamente visto e ci è stato raccontato, è utilizzata per lavare i panni la mattina e le stoviglie dopo pranzo. Quando i lavaggi sono terminati, l’acqua viene lasciata fluire nel canale che è comune per tutti i contadini. Il canale si collega ad una rete di stretti canali che si diramano verso i campi coltivati; ciascun contadino si occupa di far sì che l’acqua raggiunga la propria terra da irrigare per un breve periodo di tempo assegnato, poi tocca al contadino del campo vicino di poter utilizzare l’acqua. Per deviare l’acqua in una o l’altra delle diramazioni si usano, ad opera degli interessati, vari sacchetti di pietrisco che vengono posti a mo’ di piccola diga per indirizzare opportunamente il flusso nel proprio campo. Nelle aree irrigate si coltivano cereali, ortaggi, frutta, con particolari eccellenze nell’ambito della produzione di pistacchi e datteri.
Non potemmo accedere ai pozzi posti vicino alla strada che conduce all’oasi, perché erano chiusi con coperchi di pietrisco difficili da sollevare. Pertanto, con l’assenso dei responsabili locali, Ezio, che era un esperto speleologo ed aveva con sé l’attrezzatura opportuna, entrò nel mahzar e risalì per un centinaio di metri il tunnel d’uscita del qanat. L’obiettivo fu fissare con piccoli chiodi due dei miei rilevatori per il radon e un data-logger e prelevare una piccola quantità di acqua prima dell’arrivo al mahzar.


Ezio esce nel mahzar di Torud e foto dell’interno del cunicolo (foto A. Ferrari)
La prima bella scoperta fu che l’acqua era tiepida, per cui ne misurammo subito la temperatura ed era di 24,5 °C. Anticipo che il valore era sempre costante, infatti lo ritrovammo identico anche nel gennaio dell’anno successivo, quando all’esterno la temperatura sfiorava lo 0 °C.
Incontri con alcuni cittadini di Torud
In attesa che Ezio uscisse, noi ci fermammo a parlare, grazie alle traduzioni assicurate dai colleghi, con le ragazze che stavano lavando i vestiti; erano sorridenti e felici di parlare con stranieri, un paio avevano vicini i figli piccoli. Una mi chiese cosa fosse quella “cosa” strana che fumavo (un cigarillo ritorto), un’altra ci chiese se l’Italia fosse diversa da Torud… difficile rispondere! Probabilmente eravamo i primi stranieri con cui potevano parlare. Ci raccontarono che si davano una mano a vicenda; per esempio se una donna era in ritardo a cucinare o troppo presa dai figli, un’altra portava a lavare i suoi panni prima del mezzogiorno; poi semmai l’amica ricambiava portando anche le sue stoviglie da pulire dopo l’ora di pranzo.
Mi accorsi che dal bagno pubblico, che è adiacente alla vasca di lavaggio dopo il mahzar, stava uscendo una signora anziana con un esile bastone e che avrebbe dovuto scendere qualche gradino. Subito mi accostai per porgerle la mano, mi guardò negli occhi, poi alzò la mano per rifiutare e disse due parole ad Alì, che era vicino a me. Scese i gradini lentamente, con evidente difficoltà e andò via. Non voleva violare il precetto di non toccare un uomo non di famiglia. Alì mi disse che lei gli aveva detto che nel futuro Allah mi avrebbe protetto…

Un’anziana signora esce dai bagni pubblici (foto A. Ferrari)
Ci fermammo presso le rovine a mangiare le provviste portate accortamente dai colleghi, gustando quel pane tipico di cui avevo già parlato nella IV puntata, che è morbido, elastico e molto appetitoso con il kebab; le “birre iraniane” ci avevano deluso, per cui anche lì optammo per il dough e l’acqua sigillata, basta abituarsi.
Poi, fissati un paio di data-logger vicino alla sede del municipio, siamo ripartiti per tornare all’appartamento di Saharood, commentando la vita tranquilla del villaggio, comparandola con la vita caotica e tecnologica cui siamo abituati in Italia. Ci sembrava di aver fatto un viaggio nel tempo, tornando a quella che forse era la vita nei piccoli paesi rurali dell’Europa nell’Ottocento.
Visita a Bastam
L’indomani andammo a visitare Myandash (Meyandasht), il caravanserraglio sembrava abbandonato e per giunta il ramo del qanat facilmente raggiungibile non sembrava di gran interesse e forse non era più in uso, per cui non abbiamo neanche iniziato le misure, preferendo concentrarci sugli altri tre siti. Tornando alla base, seguimmo il suggerimento del Prefetto ed andammo a visitare l’antica (fondata nel VI secolo a.C.) cittadina di Bastam che è a circa 6 km a nord di Shahrood, sempre nella provincia di Semnan ed aveva, al tempo, una popolazione di circa settemila abitanti.
È famosa per il mausoleo dedicato al mistico sufi Tayfūr Abū Yazīd al-Bistāmī, conosciuto meglio con il nome di Bayazid Bistami (o Bastami). Fu costruita al tempo del Ilkhanato mongolo di Hulagu Khan, condottiero mongolo, nipote di Gengis Khhan che, alla metà del XIII secolo, conquistò gran parte della Persia, degli attuali Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Turchia, Turkmenistan e quasi tutti i paesi caucasici; istituendo così, sotto la sovranità dell’impero mongolo, un nuovo regno che durerà circa ottant’anni, prima di dissolversi in vari staterelli.

Bastam: Moschea e tomba del maestro Bayazid Bastami (Foto mie)
Nella moschea viene conservata la tomba del mistico, anche se nel capoluogo Semnan vi è un’altra moschea che vanta la tomba di Bastami. Avemmo la fortuna di incontrare il giovane imam della moschea che ci raccontò alcuni avvenimenti ed aneddoti del mistico, famoso anche per l’estasi che raggiungeva per ottenere “l’annullamento di sé in Dio” e ci chiese tante notizie sulla nostra Italia, non avendo lui mai potuto viaggiare. Ci raccontò anche dell’esistenza di un monastero dedicato a Bayazid Bistami addirittura in Bangladesh, come poi abbiamo riscontrato in letteratura, per la precisione è a Chittagong ed anche lì c’è una presunta tomba del maestro.
Molto bella è la vicina Torre Kashaneh alta 20 metri e composta da 30 flange, all’interno ha forma di decagono e vi è una porta che la mette in collegamento con l’adiacente Moschea Jame.

Bastam: la Torre Kashaneh (Foto mia)
Il nome della torre, secondo la tradizione, deriva da Qazan Khan (anche noto come Ghazan Khan) che fu il settimo sovrano dell’Ilkhanato (fine del XIII secolo), si convertì all’Islam e promosse la conversione del suo popolo.
Una curiosità ci ravvicina a questo mondo: la moglie principale di Qazan Khan fu Kokecin. Era una principessa mongola, scelta dall’imperatore Kublai Khan anche per ragioni politiche. La futura sposa fu accompagnata da Khanbaliq (ora Pechino), capitale dell’Impero, fino a Tabriz, capitale dell’Ilkhanato, con un’imponente scorta cui partecipò anche Marco Polo, sulla strada di ritorno a Venezia.
I monumenti di Bastam sono stati inseriti nella lista provvisoria del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.


