Percorrendo la strada che conduce da Bukhara a Samarcanda, un monotono doppio nastro d’asfalto, si costeggiano infiniti campi di cotone. Da duemila anni la pianta del cotone viene coltivata in Asia Centrale, ma nel periodo sovietico da coltura a scala familiare si è trasformata in produzione industriale. Il governo bolscevico incentivò all’inizio i contadini regalando appezzamenti di terra a chi era disposto a coltivare il cotone e introducendo nuove specie, in particolare sostituendo le specie asiatiche con quelle americane (più produttive e resistenti, e danno tessuti migliori). Furono sacrificate per questo le coltivazioni di grano, verdure e frutta, e la cosa inevitabilmente iniziò a far peggiorare le condizioni di vita della popolazione che divenne non più autosufficiente per i prodotti agricoli e quindi completamente dipendente dagli aiuti alimentari importati dalla Russia provenienti dal nord. In una grandiosa visione politica l’Unione Sovietica doveva diventare il maggior produttore di cotone del mondo e quasi tutto il cotone era prodotto in Uzbekistan (dove il clima era più favorevole e la manodopera era consistente). Ma il raccolto, venduto a prezzo artificialmente basso, veniva mandato in Russia dove veniva eseguita la lavorazione. Nel periodo di Leonid Breznev, con scavatori, ma soprattutto a forza di braccia muscolose, si programmò di trasformare varie aree desertiche per incrementare ulteriormente la produzione del cotone, furono deviati grandi corsi d’acqua per irrigare i campi e in soli vent’anni il numero di ettari di terra coltivabile raddoppiò. Ma questo provocò gravi problemi, come l’impoverimento dei terreni agricoli per l’affioramento del sale e l’enorme disastro ecologico della quasi totale sparizione del Lago d’Aral. E nonostante si sia tentato di porre rimedio ai molti episodi di corruzione relativi ai dati sulla produzione e noti sotto il nome di “affari del cotone” le modalità di produzione e raccolta, tutte manuali, e soprattutto le condizioni di vita dei coltivatori (soprattutto donne) non sono di certo a tutt’oggi molto migliorate.

Proseguendo, a circa metà percorso tra Bukhara e Samarcanda. sulla strada M37, nel comune di Malikrabot, sempre sull’antica Via della Seta, a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Navoiy, è d’obbligo una sosta per ammirare la CISTERNA DI SARDOBA MALIK, un monumento prezioso dell’Uzbekistan che risale al XI secolo. Profonda 13 metri, la cisterna è coperta da una cupola di 12 metri di diametro, con tre finestre luminose. Il nome Sardoba deriva dall’ dall’iraniano “serdabe” (“serd” – freddo e “ab” acqua) e indicava le cisterne sotterranee a cupola per immagazzinare acqua fredda installate lungo le rotte carovaniere e note fin dal X secolo. L’argilla per i mattoni con cui è stata costruita Sardoba Malik veniva estratta nei tratti inferiori dell’Amu-Darya, ed era nota per le sue proprietà di resistenza al calore, impermeabilità e isolamento termico. Veniva impastata con l’aggiunta di peli di cammello e cotta al sole. I mattoni ottenuti venivano poi ricotti sul fuoco. La malta di argilla per legarli veniva impastata a sua volta con acqua a cui venivano aggiunti latte di pecora e peli di cammello. Di conseguenza il muro di contenimento della cisterna risultava durevole e resistente, ed erano eliminate completamente le infiltrazioni, mantenendo la riserva d’acqua pulita, limpida e fredda. La Sardoba poteva contenere più di 20 mila metri cubi, e veniva costantemente rifornita con l’acqua del fiume Zarafshan tramite un canale sotterraneo chiamato “kyariz”. Una scala conduceva dal portale d’ingresso al livello dell’acqua. Le fonti storiche raccontano che Abdullah Khan II Sheibani, che regnò dal 1583 al 1598, abbia costruito o ristrutturato oltre 400 Sardobas sulle antiche rotte carovaniere nelle regioni centro-asiatiche a nord dell’Amu-Daria, l’antico Oxus.

La cisterna di Sardoba Malik era stata realizzata soprattutto per costituire la riserva idrica per l’ex palazzo di Rabat Malik, “il castello del Re” (“Rabat” castello, fortezza) eretto per ordine del Karakhanid Shams al-Mulk Nasr, figlio di Tamgachkhan Ibragim, che governò a Samarcanda dal 1068 al 1080. Trasformato in un imponente caravanserraglio consisteva di un ampio cortile circondato da edifici a due piani. Nel corso dei secoli la struttura ha subito progressivi deterioramenti, in parte dovuti a crolli naturali e in parte a smantellamenti ad opera degli abitanti del vicino insediamento di Malik che ne hanno utilizzati i materiali per altre costruzioni. Il terremoto del 1968 ha completamente demolito ciò che restava del rabat e oggi ne rimangono solo alcune rovine e il portale del XII secolo, uno dei più antichi dell’Asia centrale, realizzato in mattoni di adobe (impasto di argilla, sabbia e paglia essiccata) con un arco a sesto acuto in cui centralmente è inserita una porta rettangolare. Nella seconda metà del XX secolo fu condotta una prima spedizione archeologica durante la quale furono ottenute le prime informazioni sull’infrastruttura interna e sulla composizione degli edifici originari, e dal 1937 al 2001 sono state condotte sul luogo dove sorgeva il rabat molte altre campagne di studio, ma non sono stati eseguiti restauri.
E dopo alcune ore di viaggio in pullman, non proprio comodissime, ecco l’evocativa fantastica SAMARCANDA, la “fortezza di pietra” (samar, pietra/roccia, e kand, fortezza). Questa splendida città vanta 2.750 anni e la sua cultura si è sviluppata mescolandosi con quella iraniana, indiana e mongola. Alessandro Magno ne rimase impressionato, anche se la Samarcanda che vide lui era molto diversa da quella di oggi, dal momento che i suoi edifici più iconici non sono più antichi del quindicesimo secolo d. C. E’ stata conquistata dagli arabi, da Genghis-Khan e da Tamerlano, ha attraversato momenti di crescita e di decadenza. Bella e maestosa, ha un fascino leggendario e un indiscusso potere attraente. E’ stata nominata “la Roma d’Oriente, la bellezza dei paesi sublunari, la perla del mondo musulmano orientale”. La sua posizione geografica strategica nella valle di Zarafshan pone Samarcanda al primo posto tra le città dell’Asia centrale. Dal 2001 Samarcanda è inclusa nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO per i suoi monumenti di architettura, unici e famosi in tutto il mondo.

SAMARCANDA è soprattutto la città di AMIR TAMUR, l’ineffabile TAMERLANO, e Il complesso architettonico del MAUSOLEO che lo ospita è un monumento incantevole. E’ chiamato Gur-i Amir (in tagiko “tomba del re”). La parte più antica del complesso risale alla fine del XIV secolo. Inizialmente comprendeva una madrasa edificata dal nipote ed erede designato di Tamerlano Moukhammed-Sultan Mirza, ed era intesa come un luogo di apprendimento per i bambini della nobiltà di Samarcanda. In seguito alla morte improvvisa dell’amato nipote, Amir Timur, inconsolabile, ordinò di collocare temporaneamente i suoi resti in una stanza d’angolo della madrasa e diede inizio alla costruzione del mausoleo vero e proprio nel 1403. Tamerlano non visse abbastanza per vedere il mausoleo finito.
Morì nell’inverno del 1405 durante la sua campagna per la conquista della Cina. Aveva previsto la sua tomba nella nativa Shahrisabz, ma essendo inverno ed essendo inagibili per la neve tutti i passi di montagna che conducevano a Shahrisabz, si decise di seppellirlo a Samarcanda. Ulug Bek, nipote di Tamerlano, curò la fine della costruzione. Anche lui riposa nel Mausoleo, insieme a due dei figli di Tamerlano, Shah Rukh e il terzogenito Miran Shah, un altro nipote, Muhammad Sultan, e al mentore spirituale di Timur, Mir Sayyid Baraka. Il Mausoleo presenta una pianta ottagonale sormontata da un altissimo tamburo circolare su cui si innalza una formidabile cupola azzurra maiolicata ingentilita da 64 nervature. L’interno è superbamente decorato : le pareti sottostanti hanno rivestimenti di onice traslucido di origine iraniana con inserti di serpentino verde, e salendo stupiscono le fantastiche dorature. Rosette in rilievo sulla cupola imitano il cielo stellato. La lapide di Timur è realizzata in un’unica stupenda lastra di giada nera.

L’intero complesso è stato oggetto di profondo ed accurato restauro alla fine del XX secolo. Il sepolcro di Tamerlano è stata aperto ll 19 giugno 1941 dall’ equipe del famoso archeologo e antropologo sovietico Mikhail Mikhaylovich Gerasimov, due giorni prima che i nazisti invadessero l’Unione Sovietica. Questa coincidenza alimentò la leggenda sulla maledizione che aleggiava riguardo al Mausoleo, dato che sulla Tomba sono incise due frasi di avvertimento che recitano “Quando risorgerò dai morti, il mondo tremerà” e “Chiunque violi la mia quiete in questa vita o nell’altra, sarà soggetto a inevitabili punizioni”. Mikhail Mikhaylovich Gerasimov riuscì a ricostruire i tratti somatici di Tamerlano a partire dal suo teschio, confermò l’altezza di 172 cm e la diagnosi di zoppia dovuta alla ferita alla gamba, attestando così l’ identità della sepoltura. Anche la salma di Ulug Beg fu esumata e studiata e fu confermata l’autenticità delle altre sepolture presenti. Poi Stalin, che credeva nella maledizione, ordinò che Tamerlano fosse riseppellito con tutti gli onori e i riti funebri islamici il 20 dicembre 1942 (giusto all’inizio della battaglia di Stalingrado! Un’altra coincidenza ?)
Alla morte di Tamerlano la reggenza passò al padre di ULUĞ BEG che nel 1409 abdicò il trono a favore del figlio, che guidò Samarcanda con una visione unica e illuminata rendendola un centro mondiale della scienza medievale. Il vero nome di ULUĞ BEG era Mīrzā Mohammed Taragai bin Shāhrukh ma era meglio conosciuto come Mirzo Ulugh Beg (Grande (Ulu) Signore (Bek), e passò alla storia più come scienziato, architetto e astronomo che come sovrano. A nove anni nella città di Merag il giovane Ulug Beg vide il famoso osservatorio Maragin, il più grande osservatorio astronomico del suo tempo. Conteneva circa 400 mila manoscritti e vi studiavano più di 100 astronomi. Ne rimase incantato e sviluppò una grande passione per l’astronomia, finché nel 1428 fece costruire su suo progetto sulla collina di Kuhak, scelta per la consistenza pietrosa che la rendeva più stabile in caso di terremoto, un enorme OSSERVATORIO, il Gurkhani Zij, una meraviglia dell’Uzbekistan medievale, una struttura unica per il suo tempo, di forma rotonda e alta 30 metri. Non disponeva di telescopi nel senso moderno del termine, ma utilizzando il cosiddetto “Sestante Fakhri”, allineato lungo il meridiano Sud-Nord, un grande strumento lungo 64 metri con un’inclinazione di 90 gradi, osservò e misurò gli astri della volta celeste determinandone la posizione con una precisione sorprendente.

Nel 1437 Uluğ Bek calcolò infatti la lunghezza dell’anno siderale in 365 giorni 6 ore 10 minuti 8 secondi, con un errore di soli +58 secondi rispetto ai calcoli fatti in tempi moderni (valore migliorato di 28 secondi da Copernico). Ulug Beg e i suoi collaboratori realizzarono, senza l’ausilio di strumenti ottici, una mappa dettagliata del cielo, misurarono le posizioni degli astri con grande accuratezza stilando tavole astronomiche e un catalogo stellare con la descrizione di 1018 stelle divise in 38 costellazioni. Lo scienziato Ulug Beg non si curò però molto di ottenere vittorie militari e questo minò la sua autorità come sovrano finché contro di lui fu organizzata una ribellione guidata dal suo figlio maggiore, Abdulatif, che lo affrontò in battaglia alla periferia di Samarcanda. Ulug Beg fu sconfitto e dovette arrendersi, e con il consenso di Abdulatif decise di esiliarsi alla Mecca. Inseguito, fu catturato e decapitato il 27 ottobre 1449. Dopo la sua morte l’osservatorio funzionò ancora per altri 20 anni, ma fu distrutto da fanatici religiosi nel 1449 e quel che rimase dell’edificio crollò da solo gradualmente. La preziosa biblioteca fu saccheggiata e dispersa, ma un suo fedele discepolo, Ali Kushchi, riuscì a portare in Europa il libro delle stelle “Ziji Guragan” completato da Ulug Beg nel 1444. Le rovine dell’osservatorio furono dissepolte e riscoperte soltanto durante gli scavi archeologici del 1908, sotto la guida del russo e studioso di Samarcanda V.L. Vyatkin, che utilizzando antichi documenti ritrovò la posizione dell’osservatorio e riscoprì, conservata in originale, la parte interrata dell’enorme sestante, con gli archi in marmo con l’indicazione dei gradi. Durante i lavori di scavo sono stati ritrovati i resti di altri strumenti astronomici. L’ antico edificio, decorato originariamente con magnifiche piastrelle smaltate, maioliche e mosaici, è stato ricostruito nel 2012. La fama di Ulug Beg raggiunse la lontana Europa e nel catalogo del cielo stellato pubblicato nel XVII sec da Hevelius si osserva un’incisione dove l’astronomo è raffigurato seduto al tavolo accanto alla Musa dell’Astronomia ed è tra ai più grandi astronomi del mondo. Una curiosità : il tedesco Johann Heinrich von Mädler dedicò a Ulug Beg un cratere lunare di 54 km di diametro nella sua mappa della Luna nel 1830, e col suo nome fu intitolato un asteroide scoperto nel 1977 da Chernykh, dell’osservatorio di Nauchny in Crimea.
La TOMBA DI SAN DANIELE (Mausoleo di Khoja Daniyar) è un edificio lungo e basso sormontato da cinque cupole che sorge su un pendio a Nord-Est di Samarcanda sopra il corso del fiume Siab, visitato quotidianamente da centinaia di pellegrini delle tre fedi Islamica, ortodossa e ebraica. Secondo la leggenda vi è sepolto il profeta biblico Daniele (Daniyar), le cui spoglie furono traslate da Susa in Persia (dove erano conservate sin dal V secolo) per ordine di Tamerlano dopo la sua campagna militare in Asia Minore e portate a Samarcanda per ottenere la protezione del Santo con l’auspicio di portare prosperità e benessere alla capitale del suo vasto regno.

Una sorgente sacra scorre vicino alla tomba, che molti affermano essere prodigiosa, e si dice che un albero di pistacchio vicino all’ingresso del mausoleo, secco per quasi mezzo secolo, sia rifiorito dopo la visita del Patriarca Alexy II nel 1996 e continui a fiorire annualmente. L’edificio (ultimo restauro nel 2012) contiene un sarcofago di marmo lungo 18 metri ricoperto di velluto nero. Secondo la leggenda il corpo di Daniele cresce di mezzo pollice all’anno, e questo giustificherebbe la lunghezza della tomba. La spiegazione razionale dice che in questo modo si volle rendere difficile il compito di chi avesse voluto trafugare il corpo del profeta, custodito in chissà quale punto della tomba.
La MOSCHEA DI BIBI-KHANUM è una delle più ampie e grandiose costruzioni di Samarcanda. E’ situata vicino al Bazar di Siab, la sua costruzione durò cinque anni, dal 1399 al 1404 e fu dedicata alla bellissima e amatissima moglie di Amir Timur. Tamerlano, dopo la sua campagna indiana del 1399, volle qui una moschea che non avesse paragoni nel mondo islamico. Divenne la moschea più grande dell’Asia centrale e una delle più grandi del mondo al tempo della sua costruzione. Era destinata a raccogliere l’intera popolazione maschile della città di Samarcanda.Per erigerla più di 500 schiavi furono impegnati nell’estrazione dei materiali da costruzione, furono ingaggiati gli artigiani più abili del regno e furono impiegati 100 elefanti per portarvi i tesori sottratti alla città di Delhi e per spostare le pesanti colonne di marmo. Fu utilizzato tutto il meglio e raggiunto il massimo livello artistico dei maestri architetti, pittori e costruttori dell’inizio del XV secolo. Nel cortile rettangolare di 109 per 167 metri, cui si accedeva da un portale alto più di 35 metri, vi erano lussuose gallerie con pareti scintillanti di mosaici e più di quattrocento colonne di marmo. Esili minareti cilindrici torreggiavano su ciascun lato. Al centro del cortile della moschea troneggia un enorme leggio in marmo per il Corano (chiamato “lauh”), realizzato da Ulug Beg, precisamente per il Corano Osman, ora custodito a Tashkent. A questo leggio vengono tuttora attribuiti poteri magici, e la leggenda narra che se una donna senza figli striscia sotto il supporto favorisce la possibilità di rimanere incinta. Purtroppo l’immaginazione dell’architetto era stata troppo audace per il periodo, e la moschea fu costruita al limite delle possibilità consentite dalle tecniche costruttive e dalle capacità ingegneristiche dell’epoca. Le pretese di grandiosità di Tamerlano fin dall’inizio mal si accordarono con i problemi statici, Il complesso si lesionò presto anche per colpa dei numerosi terremoti, la cupola e i minareti di 40 metri si deteriorarono piuttosto rapidamente e nel 1646 le funzioni del venerdì furono trasferite nella moschea ubicata nella madrasa TILLA-KORI che fa parte del complesso del Registan. La maggior parte dell’edificio crollò nel corso del terremoto del 1897, e all’inizio del XX secolo dell’intero complesso rimanevano solo le rovine dell’edificio principale e di uno dei quattro minareti. Gravemente danneggiata dall’incuria e dal sisma fu ricostruita a partire dal 1974 dal governo filo-sovietico della Repubblica sovietica di Uzbekistan, e in seguito pesantemente restaurata dal governo uzbeko, ma a tutt’oggi ancora non è stata completata. In fondo al cortile rimane l’unica parte originale e non ricostruita. Della sepoltura di Bibi-Khanym (si dice assassinata dalle nuore poco dopo la morte di Tamerlano) non si tramandò nulla, ma nel 1941 fu rinvenuto lo scheletro di una donna di mezza età in un sarcofago sotto il mausoleo crollato e si pensa che i resti ivi contenuti possano veramente essere di Saray Mulk Khanym, cui la moschea era dedicata.
La parte leggendaria narra che Bibi-Khanym, la moglie cinese di Tamerlano, avesse ordinato la costruzione della moschea come sorpresa per il marito mentre lui era assente per una delle sue campagne militari. Ma il giovane architetto incaricato dei lavori si innamorò perdutamente, come prevedibile, di Bibi-Khanym, e pretese un bacio per velocizzare la fine della costruzione del portale, dato l’imminente ritorno del sovrano. E il bacio appassionato lasciò una traccia luminosa sulla guancia delicata di lei. Scoperti da Tamerlano al suo arrivo, l’architetto fu giustiziato e lei graziata, e il sovrano supervisionò personalmente il processo di costruzione fino alla fine. Inoltre ordinò che le donne di Samarcanda e di tutto il suo regno dovessero indossare il velo per non rappresentare una tentazione.

Visitare la NECROPOLI di SHAH-I ZINDA è un momento affascinante e commovente. Il complesso monumentale di oltre 20 moschee e Mausolei è conosciuto come la “Tomba del Re Vivente”, e si riferisce al sepolcro di Kusam Ibn ‘Abbas, cugino del Profeta Maometto, che secondo la leggenda fu il primo a predicare l’Islam a Samarcanda nel 640. Dopo 13 anni di predicazioni fu decapitato dagli Zoroastriani mentre pregava, ma si crede che non sia morto ma sia solo dormiente e sulla sua tomba giungono tuttora continuamente migliaia di pellegrini, che visitano i Mausolei con sincera devozione. La maggior parte dei visitatori della Necropoli è composta infatti da pellegrini, non da turisti. E’ sicuramente uno dei monumenti più suggestivi della città e non ha uguali in tutta l’Asia centrale. Dal portale d’ingresso, costruito tra il 1434 e il 1435 sotto Ulug Beg, si accede alla Necropoli salendo una ripida scala e si ritiene che chi conterà lo stesso numero di gradini salendo e scendendo la scala vedrà avverarsi i propri desideri.
Percorrendo una stretta strada si possono visitare gli allineati mausolei dei più importanti residenti di Samarcanda dall’XI al XV secolo. Il complesso Shahi-Zinda acquisì la sua forma attuale nella seconda metà del XIV secolo, quando Tamerlano iniziò a seppellire parenti e importanti capi militari vicino al mausoleo di Ibn Abbas. Lungo la via medievale le tombe maggiori appartengono proprio alla famiglia allargata di Tamerlano, ai suoi amici prediletti e a quelli di Uluğ Beg, e sono tutte ornate con alcune delle più belle decorazioni in piastrelle del mondo musulmano. Luoghi di sepoltura di persone reali e nobili, dell’aristocrazia militare e del clero, le tombe hanno colori scintillanti, combinati armoniosamente. Sono composizioni architettoniche molto raffinate, tutti i mausolei sono quadrati, con un ingresso a portico e una cupola, arricchite da decorazioni in maioliche e mosaici in un intreccio continuo di motivi geometrici, floreali e testi calligrafici. La tomba più bella è il Mausoleo di Shadi Mulk Oko (1372), la seconda sulla sinistra dopo il portale superiore, dove riposano una sorella e una nipote di Tamerlano.
L’intero complesso si è formato in più di nove secoli, ed è diviso in tre parti riferibili a tre epoche diverse. La parte più bassa è la più antica e risale al XI-XII secolo. La parte intermedia è invece di epoca timuride (XIV-XV), mentre quella superiore è la più moderna (XIX secolo). Attorno allo storico mausoleo, sul colle circostante, insiste il cimitero della città, caratterizzato da una grande diversità etnica, con molte tombe in alfabeto cirillico, ancora molto utilizzato nonostante la riforma dell’alfabeto degli anni ’90. Percorrere e ammirare questo importante monumento di Samarcanda ci aiuta a capire molto il culto dell’odierno Uzbekistan per il proprio passato.
E infine si rimane conquistati dall’iconica PIAZZA REGISTAN. Il suo nome in uzbeco significa ” luogo di sabbia” e nei tempi antichi era semplicemente una grande piazza pubblica coperta di sabbia, creata nel XIV secolo e progettata da Timoer Lenk, scena ideale per le esecuzioni capitali, le feste popolari, le parate e le esercitazioni militari (la sabbia sicuramente era fondamentale per assorbire il sangue che scorreva durante le esecuzioni).
Su tre lati della piazza sorgono tre grandi madrase, e due di esse si fronteggiano riproponendo la singolare disposizione urbanistica identificata con il nome di kosh, presente anche a Bukhara. E’ sicuramente una delle piazze più belle del mondo, grandiosa e intima al tempo stesso, più grande di un campo da calcio e pavimentata con mosaico in piastrelle di marmo. Le facciate del complesso architettonico si presentano con splendidi motivi geometrici che si moltiplicano all’infinito in arabeschi e decorazioni ricchissime sulle piastrelle smaltate verdi, gialle e turchesi. I numerosi terremoti che hanno devastato la zona hanno causato l’ inclinazione evidente che si nota in alcuni minareti, ma è fantastico osservare come gli edifici si fondano in una sola unità anche se c’è un periodo di oltre duecento anni tra la loro costruzione.
La MADRASA DI ULUGH BEG fu edificata tra il 1417 e il 1420 per ordine del nipote di Tamerlano, uno degli uomini più eruditi del tempo. Sua è la frase “La religione si disperde come la nebbia, i regni vengono distrutti, ma le opere degli studiosi rimangono nei secoli dei secoli”. Il grande matematico e astronomo diede il suo nome a questa scuola, da considerarsi la più antica dell’Asia centrale, e vi insediò come insegnanti i migliori matematici, filosofi e astronomi dell’epoca. L’ edificio occupa la parte occidentale della piazza, ha forma rettangolare con all’interno un cortile quadrato sul quale si aprono le stanze degli oltre 100 studenti e le sale di studio. Completano la facciata della Madrasa due alti minareti posti agli angoli e rivestiti di mattoni smaltati con splendidi disegni. Sul portale i motivi delle stelle a dieci punte simboleggiano il cielo e l’astronomia. All’epoca della sua costruzione era il più grande istituto scientifico-educativo di Samarcanda. Una curiosità : sul portale della madrasa di Ulug Beg si conserva tutt’ora una lungimirante iscrizione “La conoscenza è il dovere di ogni uomo e donna musulmani”. La MADRASA DI SHIR-DAR, la “Madrasa con i leoni “fu costruita tra il 1619 e il 1636, 200 anni dopo la Madrasa di Ulug Beg, imitandone lo stile, su ordine di Yalangtouch Bahadour, dall’architetto Abdoullah Djabbar. La decorazione è opera del Maestro Muhammad Abbas che ha rappresentato sui timpani dell’arco del portale due leoni con due soli antropomorfi che attaccano un daino. Le torri laterali sono ricoperte di maiolica con vari motivi di fiori rampicanti e citazioni del Corano. Cupole a costoloni su alte torri sorgono accanto ai due piani della facciata ai lati del portico mentre iscrizioni islamiche, decorazioni geometriche e floreali adornano l’interno. I più importanti lavori di ristrutturazione di questa Madrasa sono stati eseguiti negli anni ’30 del secolo scorso dall’architetto sovietico V.G. Shukhov. La MADRASA DI TILLA-KORI ha sempre avuto anche funzione di moschea e per molto tempo è stata la moschea centrale di Samarcanda. Il suo nome significa “ricoperta d’oro” ed è stata edificata dallo stesso mecenate della precedente, il generale feudale Shaybanide Alchin Yalantush Bahadur, tra il 1646 e il 1660. La costruzione equilibra magnificamente le due madrase più grandi senza disturbare l’unità dello stile architettonico. Le ricchissime dorature della cupola e del mihrab (la nicchia che indica la direzione della Mecca) sono incredibili. L’esterno del palazzo è ricoperto di piastrelle di ceramica a motivi prevalentemente floreali e i restauratori sono stati in grado di ridare all’edificio il suo aspetto originale ricostruendolo dalle numerose testimonianze storiche. Questa piazza è un vero gioiello di architettura, indimenticabile e di Indiscutibile fascino, soprattutto la sera, quando la piazza si accende e i mosaici si esaltano, e l’atmosfera è, come un po’ in tutto l’Uzbekistan, quella di trovarsi totalmente immersi in una fiaba. Orientale.



