Il Museo Verde nasce come progetto culturale.
Questo ci chiedevano Ishir, Ayoreo, Caduveo, Ache, Qom, Wichí, Ava Guarani ecc. ecc.: un luogo dove conservare gli oggetti della memoria, della tradizione, da costruire in comunità sparse nel Gran Chaco, un territorio sconfinato, fuori dai terreni battuti, situato nel cuore del continente Sudamericano tra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay.
I 4 amici al bar che sono all’origine di questa storia, si applicarono a questo problema: costruire in luoghi spesso inaccessibili “contenitori” al cui contenuto avrebbero provveduto gli stessi destinatari. Una volta realizzato il primo Museo, quello dedicato alla Cultura Ishir nel nord del Paraguay, pensavamo che una replica, utilizzando l’esperienza maturata in altre località e per altre etnie, sarebbe stata facile. Ma nel Chaco, nulla è facile. I nostri patetici tentativi di proporre una soluzione fotocopia si infransero miseramente contro il muro della creatività indigena. Gli Achè lo vollero di legno, gli Ayoreo di muratura, Caduveo e Qom lo collocarono all’interno di un loro centro di artigianato, i Wichi decisero di riadattare un capannone che ospitava un’antica segheria, ricordo di un’epoca gloriosa nella quale si erano affrancati dal ruolo di braccianti sfruttati per elevarsi a livello di imprenditori. “Dardo, ma è un’idea fantastica!” Dardo era il quinto amico che si era inserito nel nostro gruppo. Si chiamava Riccardo e qualche anno prima, fresco di una laurea in fisica con 110 e lode, aveva piantato la sua canadese nella foresta dell’“Impenetrable” nel Chaco argentino scoprendo una vocazione antropologica. “Hai ragione Mister (Riccardo mi attribuiva il ruolo di allenatore della “Squadra Museo Verde” che si stava arricchendo di nuovi acquisti) ma lo sai a quanti gradi si arriva sotto quel tetto di lamiera ondulata?”

Non solo un contenitore
Ci incontrammo in via del Proconsolo a Firenze, di fronte al Museo di Antropologia. “Luca, ma cosa ti sei portato?”. Zaini e borsoni contenevano un’’attrezzatura fotografica professionale, con lampade ad ombrello e teli per uno sfondo neutro, per valorizzare il reperto. Luca era il sesto della nostra sempre più poliedrica squadra. Faceva l’imprenditore ma voleva rispolverare un glorioso passato di fotografo. “Brooke Shields?! Ma veramente hai fotografato anche lei? Certo, dalle attrici di Hollywood ai reperti artigianali Wichi, Ava Guarani e Ishir raccolti da esploratori nell’800 il passo non è breve…”.
La campagna fotografica fiorentina faceva seguito ad una analoga incursione alla ricerca di antiche ceramiche Caduveo conservate nel Pigorini di Roma e ad altre spedizioni al Museo di Storia Naturale di La Plata ed all’Antropologico di Buenos Aires, ed anche al Museo Andres Barbero, a quello Salesiano ed al Museo del Barro di Asuncion, completate da una ricerca negli archivi informatizzati di numerose altre Istituzioni museali italiane, europee, del nord e sud America.
In breve, stavamo mettendo su un archivio fotografico di antichi reperti. Ma perché tanto accanimento? La risposta è semplice: loro erano felici. Quando consegnavamo ai nostri amici indigeni pannelli con riproduzioni di oggetti realizzati da loro antenati, per collocarli nel Museo, i loro occhi si illuminavano e la loro lingua si scioglieva. Ricordavano come erano fatti, a cosa servivano, in quali circostanze tradizionali venivano utilizzati…


Una rete
Nell’ottobre del 2022 arrivarono. Gli Ava Guarani dalle pendici delle Ande Boliviane, Qom e Wichi dal Chaco argentino, Ayoreo, Ishir, Nivacle e Ache da varie regioni del Paraguay e Caduveo dal Pantanal brasiliano. Ci incontrammo tutti nel Seminario Metropolitano di Asuncion, antico convento con ampi spazi adatti a riunirsi, conversare in piccoli gruppi, esibirsi in danze e riti tradizionali, mostrare i prodotti di artigianato.
Ne furono tutti sorpresi. Venivano da comunità indigene la cui popolazione andava da 200 ad un massimo di 2.000 abitanti e realizzarono di essere parte di qualcosa di molto più grande di quello che potevano immaginare. Nel frattempo, avevamo dato qualche connotato numerico allo scenario che si era aperto di fronte a noi. Il Gran Chaco è un territorio esteso 4 volte la superficie dell’Italia, in territori appartenenti ad Argentina, Bolivia, Paraguay e Brasile, con una popolazione indigena sparsa in una miriade di piccole comunità rappresentative di 23 diverse etnie che raggiunge complessivamente il mezzo milione di anime. Ci sono poi anche gruppi numericamente significativi che non hanno perso identità culturale nelle periferie di Asuncion, Buenos Aires ed in altri centri urbani. Al primo incontro ne fecero seguito altri 2 e numerosi contatti tra comunità che si erano ignorate. Un bel colpo di autostima ed un’occasione per scambiarsi esempi di buone pratiche.

Ma il Museo Verde è un Museo?
La definizione di progetto culturale cominciava ad andarci stretta.
“Secondo me dovreste presentare le vostre tesi alla Conferenza Internazionale sulle Mutazioni Climatiche”. Questo mi disse Stefano, di fatto il Consigliere diplomatico per gli affari multilaterali del Museo Verde, un altro validissimo acquisto di una squadra in continua crescita.
“Sviluppo senza deforestazione” questo il nostro motto. D’altra parte di sviluppo era necessario occuparsi per superare una dimensione assistenzialistica dagli esiti effimeri. Non è vero che per produrre un giusto reddito sia necessario distruggere l’ambiente naturale, disperdere un patrimonio di cultura e tradizioni, accentuare la fuga delle giovani generazioni dai luoghi d’origine. L’ alternativa c’è: promuovere attività produttive sinergiche con la conservazione e valorizzazione del binomio natura/culture indigene. Sostenibilità ambientale ed anche economica. Come dicono gli inglesi, mangiare la torta e conservarla allo stesso tempo. E’ più conveniente tosare agnello dal vello d’oro che mandarlo al macello. Si può fare con un utilizzo intelligente di 4 risorse; legni tropicali, artigianato, piante medicinali ed ecoturismo. Come esprimere tutto questo in modo sintetico ed efficace e presentarlo alla COP 26 di Glasgow?
“Francesco, solo tu ci puoi aiutare”. Il nuovo adepto/vittima del Museo Verde era stato corrispondente della Televisione Italiana in Sudamerica e mi ascoltava perplesso ma incuriosito.
Poche settimane più tardi mi passò il distillato di ore di chiacchierate e discussioni, anche accanite, e di tanto materiale foto e video che gli avevo via via passato. In un minuto e mezzo un video formulava il messaggio: Sviluppo senza deforestazione: un’opzione possibile!

Una questione di valori
Dopo la COP 26 del 2021 si lanciarono progetti pilota nei 4 settori identificati per dimostrare che un miglior uso delle risorse della regione del Gran Chaco era possibile.
– Moda Gran Chaco è la prova del fatto che l’artigianato indigeno può essere componente di prodotti di lusso
– Sedia Gran Chaco è un invito a utilizzare legni pregiati per mobili di design anziché per traversine ferroviarie o carbone, per applicare il principio: tagliare meno alberi ma vendere a prezzi molto più elevati.
– Piante medicinali del Gran Chaco mette a valore essenze altrimenti inutilizzate, che possono essere preziose per farmaceutica, nutriceutica e cosmeceutica.
– Ecoturismo sulle tracce degli esploratori del secolo XIX valorizza una regione a bassissimo rapporto popolazione/territorio, ad altissima biodiversità e varietà culturale.
Non eravamo più soltanto un progetto culturale nato da una chiacchierata con il cachique Ishir Ybytoso di Karcha Bahlut che, dieci anni prima ci raccontava una storia di amore e morte, di una bella indigena che si era suicidata nel museo della comunità, chiedendoci aiuto per ricostruirlo.
Forse eravamo diventati una sorta di progetto multisettoriale integrato o forse eravamo affascinati dalla possibilità di attribuire il giusto valore ad oggetti frutto di una cultura arcaica. O forse, più semplicemente, eravamo impegnati nel tentativo di sfuggire alla maledizione di Nemur secondo la quale noi uomini non siamo a rischio di sterminio fisico ma di annichilimento della nostra identità culturale. Il cachique ci aveva messo su di un cammino che ci stava portando verso mete impreviste.




