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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Quinta Puntata: Storie dei fiumi del Chaco
    Racconti dalle strade del mondo

    Quinta Puntata: Storie dei fiumi del Chaco

    Gherardo La FrancescaDi Gherardo La FrancescaSettembre 20, 202513 VisualizzazioniTempo lettura 8 min.
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    L’ Aquidaban, nave merci, passeggeri e bazar galleggiante.
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    Per secoli, i fiumi formati dalle acque che scendono dalla catena delle Ande e scorrono con curve ampie e sinuose nella pianura del Chaco, impercettibilmente inclinata verso oriente, hanno costituito le principali vie di trasporto di questa regione.

    Costruire strade era un’impresa ardua perché il materiale roccioso necessario per le carreggiate era irreperibile. I Popoli Originari, inoltre, non erano interessati ad attraversare il territorio e tantomeno a renderlo attraversabile ad etnie concorrenti nella ricerca di terreni di caccia perché il nome Chaco, dobbiamo ricordarlo, viene da una parola quechua che significa terreno di caccia. I loro sentieri seguivano traiettorie circolari piuttosto che rettilinee perché servivano a raggiungere i luoghi ove più abbondante era la selvaggina e tornare indietro. Nell’800 le autostrade che doveva imboccare chi voleva spostarsi da una parte all’altra del grande mare di verde chiamato Chaco, erano il Paranà il Paraguay, il Pilcomayo, il rio Vermejo, il rio Verde e l’Aquidaban, i fiumi che lo attraversavano. Gli indigeni li percorrevano con canoe più piccole simili a quelle che ancora è possibile vedere sul rio Paraguay che Guido Boggiani chiama cacivéo, o di maggiori dimensioni, spinte da sei pagaie ovvero, quando il vento era favorevole, da una piccola vela.

    Guido Boggiani, artista, fotografo, esploratore di fine ‘ 800, del quale abbiamo parlato, si imbarcò sul vapore  Bolivia per raggiungere l’Alto Paraguay e proseguire poi il viaggio a cavallo, a piedi o in piroga, per cercare contatto con gli Ishir e i Caduveo che vivevano sulle due sponde del Grande fiume. Nei suoi diari Boggiani riporta immagini della vita di bordo, non priva di aspetti piacevoli che gli consentirono di incontrare”..una Cleopatra navigando sul Nilo tra le sue schiave. Seppi che si chiamava Livia ed era la figlia del cachique…”,oppure di trovarsi a “…far da cavaliere alla Signorina Gennara, una simpaticissima Signorina di 20 anni, dai capelli d’oro, alta e ben formata.”


    Guido Boggiani, a fine ‘800, si imbarcò sul vapore Bolivia che faceva servizio sul rio Paraguay.

    Nella seconda metà degli anni 60’ del secolo scorso iniziò a far servizio regolare sul rio Paraguay, tra Concepcion e Bahia Negra, un battello al quale fu dato il nome di uno dei fiumi del Chaco, Aquidaban.

    Il registro navale riporta oggi i seguenti dati: General Cargo Ship, anno di costruzione 1965, lunghezza fuori tutto mt.50, larghezza 10 mt. In realtà il primo dei due dati, lo vedremo tra poco, è maggiore di quanto non fosse in origine.

    Nell’ ottobre 2023 mi trovavo a Karcha Bahlut, nell’ estremo nord del Paraguay, a poca distanza dal confine con la Bolivia, ospite della locale comunità Ishir, o Ciamacoco come li chiamava Guido Boggiani 130 anni fa, presso la quale era stato costruito con legno di palma e quebracho, il primo esemplare di Museo Verde, luogo ove conservare oggetti della tradizione ancestrale. Al suono di una sirena tutti gli abitanti accorsero sulla riva additando felici la sagoma di una nave che si avvicinava alla riva fino ad accostarvisi tanto da poter collocare una passerella. Il quel punto il fiume ha la profondità necessaria per l’attracco di un natante di grandi dimensioni. Per questo, oltre che con il nome indigeno di Karcha Bahlut, questa località è conosciuta come Puerto 14 de mayo.

    L’ Aquidaban trasportava merci e passeggeri ed era, inoltre, una sorta di bazar galleggiante. Al suo interno, in un’ampia zona dedicata, venditrici esponevano mercanzie che coprivano una gamma assai ampia di prodotti: generi alimentari assortiti, necessari e voluttuari, utensili, corde di varie dimensioni e gadget multicolori più appariscenti che utili. Mentre fendevo la calca mi imbattei nello shamano che poche ore prima si era esibito in una danza del debylyby a beneficio della mia macchina fotografica. Esibiva orgoglioso, sul suo capo, quanto aveva appena acquistato con il compenso che gli avevo corrisposto: un cappello a forma di pallone da calcio con vistosi inserti di color fucsia e nero.

    Acquistai un biglietto per scendere il fiume fino a Carmelo Peralta, ove gli Ayoreo hanno costruito il loro Museo Verde e noleggiai un’amaca da appendere nel corridoio della nave. Soldi buttati. L’ Aquidaban è una specie di accellerato che si ferma a tutte le comunità situate sulle rive del fiume. Ad ogni sosta si scatena un via vai di gente che sbarca o si imbarca. Tutti passano per il corridoio delle amache e nessuno dimentica di urtare contro coloro che tentano di prendere sonno.

    Alla seconda sosta rinunciai alla mia amaca, mi ricavai un comodo angoletto a prua tra sacchi di riso, tubi arrotolati e bidoni di carburante e, conciliato dal rumore ritmico e lontano del motore che veniva da poppa e dal più vicino fruscìo dell’onda sollevata dalla prua mi addormentai, finalmente, come un pupo.

    Nei quasi 3 giorni trascorsi a bordo non incontrai le Cleopatre né le Gennare di Boggiani ma, quando tentai di riprendere il sorriso ammiccante di una formosa signorina, lo vidi trasformarsi in ghigno e mi affrettai a riporre la macchina fotografica.

    L’ Aquidaban, nave merci, passeggeri e bazar galleggiante.

    Non lo immaginavo e nulla lo faceva presagire ma quello che feci, nell’ ottobre 2023, sarebbe stato uno degli ultimi viaggi dell’Aquidaban. Due mesi più tardi l’armatore comunicava che i costi della mautenzione straordinaria divenuta improcrastinabile erano insostenibili. In mancanza di sovvenzioni statali l’Aquidaban sarebbe stato messo in disarmo. Era la fine di un’epoca e, fatto ancor più grave, l’arteria che portava sangue ad una miriade di piccole comunità indigene stava per essere recisa.

    Pensai di recuperare quel vecchio glorioso scafo, una pagina della storia del Chaco paraguaiano e brasiliano, tirarlo in secca e trasformarlo in Museo. “Gherardo, non fare lo stupido, ascoltami, tienitene alla larga!”. Le ultime due parole furono scandite per sottolinearne l’importanza.  Chi parlava così era Gino, un caro vecchio amico e, soprattutto, un architetto navale con competenza ed esperienza di altissimo livello in materia di imbarcazioni d’epoca, che motivò così la sua raccomandazione: ” Dopo essere stato a mollo per più di mezzo secolo in acqua dolce uno scafo in legno, anche se oggetto di costosissimi trattamenti, è destinato al disfacimento.”

    Un anno dopo ero a Concepcion. Trovai la casa dei fratelli Desvar, gli armatori dell’Aquidaban sulle rive del Paraguay, un’abitazione più modesta di quanto immaginavo. Mi accolsero con simpatia ed ospitalità e mi raccontarono la loro storia.

    Dopo la guerra mondiale i Desvar lasciarono la Francia. Erano 12 fratelli, sei emigrarono in Argentina e sei in Paraguay. Dei sei divenuti paraguaiani uno, purtroppo deceduto, doveva essere un genio. I fratelli ancora in vita mi mostrarono i piani di costruzione di una piccola nave che lui, pur non avendo una laurea in architettura, aveva progettato. Mi mostrarono poi uno strumento per la lavorazione del legno e la pala di un’ elica, che lui aveva progettato e realizzato, per l’appunto in legno, per ricavare uno stampo nel quale colare il bronzo per la versione definitiva. Come avesse fatto a calcolare con precisione la forma dell’elica che avrebbe spinto l’Aquidaban per molti decenni esula dalle mie capacità di comprensione.

    Mi ricavai un comodo angoletto a prua, tra sacchi di riso, tubi arrotolati e bidoni di carburante.

    I fratelli Desvar mi raccontarono la storia dell’Aquidaban.

    Nelle foreste del Chaco crescono legni dalle caratteristiche meccaniche ed estetiche straordinarie. Il lapacho è conosciuto per la sua resistenza, indeformabilità e durevolezza, anche in condizioni ambientali sfavorevoli. Gli esemplari migliori crescono all’interno della foresta dove non arrivano raffiche di vento che, durante lo sviluppo della pianta, possono provocare torsioni della giovane palma e generare crepe che ne diminuiscono compattezza e resistenza. I fratelli Desvar cercarono gli esemplari migliori, li abbatterono e li accatastarono per un lungo stagionamento prima di ricavarne assi e tavole necessarie a dar forma e vita ai disegni per una nuova nave. Siamo abituati a pensare che il ferro sia più resistente del legno. Nel Chaco non è così. Una moderna nave da carico, dallo scafo in acciaio, ha una durata media di 25 anni, trascorsi i quali è destinata alla demolizione. L’ Aquidaban, fatto di legno di lapacho, è durato più del doppio.

    L’ Aquidaban divenne una realtà di importanza crescente nella vita del fiume Paraguay, al punto tale che , negli anni ’90, era diventato insufficiente alle necessità.

    I Desvar non fecero una piega. Imbracciarono la motosega, lo tagliarono a metà e lo allungarono alla bisogna.

    Negli anni ’90 L’ Aquidaban fu…allungato.

    “Gherardo, ho purtroppo una triste notizia da darti. L’ Aquidaban è affondato.” Il messaggio era di Dario, lo “smiling traveller” come lui stesso si definisce, con il quale avevamo condiviso mesi prima un viaggio nella rete del Museo Verde tra Paraguay, Argentina e Bolivia. La notizia non mi coglieva di sorpresa. Quello che invece non mi aspettavo, era il seguito: “Morto il re, viva il re! Il Fatima III ha raccolto lo scettro abbandonato. La leggenda continua.”

    alla scoperta del chaco Chaco fiumi
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    Gherardo La Francesca

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