Dall’antica Pompei a Genova, oggi. Il questore di Genova, ha adottato ieri 7 provvedimenti di divieto di accesso alle manifestazioni sportive per altrettanti tifosi di calcio in seguito agli incidenti verificatisi a Chiavari in occasione della partita di serie B tra Virtus Entella e Sampdoria. Il divieto è comunemente conosciuto come DASPO (Divieto di Accedere alle Manifestazioni Sportive) introdotto nell’ordinamento italiano per la prima volta con la Legge 401 del 13 dicembre 1989. Da inizio 2025 sono circa 200 i provvedimenti adottati principalmente dalle questure di Milano, Latina, Padova, Firenze in seguito a incidenti prima o dopo partite di calcio. Il mondo dello sport, oltre a stigmatizzare la violenza negli stadi e gli episodi tra le tifoserie, è alla ricerca di soluzioni che abbassino i rischi per gli spettatori e rispettino i valori dello sport. Eppure il fenomeno non è affatto nuovo come ci racconta questo articolo del Prof. Piero Sandulli ( redazione Italia Notizie 24)
Tracce archeologiche di giustizia sportiva (Considerazioni vecchie e nuove ).

Nello spigolare tra i tanti capolavori che costituiscono valori inestimabili della nostra cultura e lamentando quanto poco gli stessi vengono valorizzati, mentre dovrebbero rappresentare il nostro “petrolio” in grado di far decollare l’economia del Paese, mi sono imbattuto, tra le sale del Museo archeologico di Napoli, in un affresco di non semplice lettura, che mi ha incuriosito. Esaminando meglio quel dipinto, fatto sul muro e individuando la sua originaria collocazione, che era nella città di Pompei, ho cominciato a leggerne meglio i dettagli e ciò che l’antico, ignoto autore, aveva voluto rappresentare ispirandosi a un fatto di cronaca dell’epoca. Il fatto, evidentemente, aveva colpito la fantasia dei cittadini di Pompei prima dell’eruzione del Vesuvio, avvenuta nell’anno 79 dell’era Cristiana, quando non solo la cittadina di Pompei, ma la totalità dei luoghi e dei paesi che si trovavano tra il vulcano e il mare, fu sepolta da una pioggia di lapilli e cenere, che per secoli, ne ha celato al mondo la stessa esistenza, conservandola, fortunatamente, inviolata al fino al 1748 quando furono avviati i primi scavi dai Borboni.
Tornando all’osservazione di quell’intonaco dipinto, ho potuto individuare il luogo dove avvennero i fatti, affrescati in un’epoca collocabile tra il 59 d.C e il 79, esso è lo stadio, ancora oggi visibile, in quanto di recente riportato alla luce presso le mura a sud della città, in contiguità con la palestra. Non può esservi dubbio che si tratti di quel luogo, in quanto esso è chiaramente individuabile dalla scalinata d’accesso all’arena che lo rende inconfondibile. Si tratta, dunque, di un fatto di cronaca avvenuto a Pompei qualche tempo prima dell’eruzione. Continuando a esaminare incuriosito il murales, sono passato ai dettagli della scena connotata da non pochi protagonisti posti dentro e fuori lo stadio, riscontrando che si tratta del documento “fotografico” dei primi disordini prodotti da episodi di violenza perpetrata negli stadi e intorno a essi.
Il racconto di Tacito
Aiutato dalla didascalia del museo, sono riuscito a definire meglio l’evento, di cui si è occupato anche lo storico latino Tacito che lo ha descritto nel libro quattordicesimo, al capitolo diciassettesimo dei suoi Annales : “ nel corso di uno spettacolo di gladiatori organizzato e offerto da Livineio Regolo (Senatore espulso e inviato al confino a Pompei, che, in tal modo cercava di recuperare il consenso popolare) in quel periodo (siamo nel 59 sotto il principato di Nerone) in una sorta di gara stracittadina tra i gladiatori di Pompei e i limitrofi atleti Nocerini, scoppiarono violenti scontri. Essi cominciarono a seguito dell’intemperanza degli spettatori, prodotta dal clima di particolare tensione che si era originato tra popolazioni contigue, tipica delle cittadine di provincia, a scambiarsi insulti, poi sassi, per finire con mettere mano alla spada. Ebbero la meglio quelli di Pompei presso i quali si dava spettacolo. Molti di Nocera furono riportati nella loro città con il corpo mutilato o segnato da ferite e parecchi piangevano la morte di figli o genitori. Il principe (Nerone) affidò l’inchiesta sugli incidenti al Senato e il Senato ai Consoli, i quali compirono l’istruttoria per poi rinviare, per la decisione, la questione al Senato e questo decretò la chiusura dello stadio di Pompei per 10 anni. Allo stesso organizzatore dell’evento, il senatore Livineio fu comminata la sanzione dell’esilio, sanzione pure assegnata agli altri responsabili dei disordini “.Fin qui la cronaca di Tacito. Ora è opportuno operare in merito alcune riflessioni che ci riportino all’attualità.
Come è facile rilevare, i disordini e gli insulti territoriali riscontrabili nelle competizioni tra compagini limitrofe (gli antichi derby dell’epoca) hanno origini remote come gli scontri fisici, dai primi derivanti con le conseguenze che in quella circostanza (del ’59 dopo Cristo) furono particolarmente gravi e cruenti fino a doversene occupare il Senato di Roma.
Allora (come oggi) il fenomeno fu energicamente sanzionato da quella che possiamo definire come la prima pronuncia in tema di giustizia sportiva in quella circostanza. Il Senato, dopo la fase istruttoria compiuta dai Consoli (una sorta di primordiale procura sportiva) ebbe la mano pesante sospendendo per 10 anni gli spettacoli dei gladiatori nello stadio di Pompei, che patì questa lunga “squalifica del campo”.
Comminando, inoltre, l’esilio a chi aveva organizzato l’evento, per una sorta di responsabilità oggettiva ante lettera. Esilio comminato anche a quanti avevano partecipato agli scontri: sanzione questa che rapportata ai nostri tempi può definirsi una sorta di DASPO dell’epoca, ai violenti. Quindi, anche sotto il profilo sanzionatorio, operate le dovute proporzioni, nulla di nuovo sotto il sole. Tutto ciò, soprattutto in questi tempi di “sospensione delle libertà” deve suggerirci alcune riflessioni.
Riflessioni sull’oggi
1) Non è certo attraverso l’inasprimento delle sanzioni che si sconfigge il fenomeno della violenza negli stadi, ma è necessario ricercare la condivisione delle tifoserie.
2) È, invece, opportuno che fuori dall’eccessiva enfasi (ora la che la proiezione economica del fenomeno sportivo è ferma) lo sport torni a esercitare il suo ruolo originale di condivisione, anche delle emozioni. Al riguardo va ricordato che le olimpiadi dell’era antica, nate nel 1776 a. C. (durate ininterrottamente fino al 393 d.C. quando l’Editto di Teodosio le fece venire, meno perché si erano persi lo spirito sportivo e la lealtà delle competizioni) avevano come scopo principale il dialogo tra le varie città-Stato della Grecia e la centralità dell’individuo, poiché prevedevano esclusivamente competizioni individuali.
3) In questo periodo di forza di meditazione è auspicabile la riscoperta dei veri valori costruendo delle “graduatorie” di essi meno effimere, del resto “il distacco sociale” implica, necessariamente, il prevalere del bene comune rispetto all’esasperato individualismo.
Come si vede in questa complessa vicenda, ogni persona rinuncia a una parte rilevante delle proprie libertà a beneficio della salute di tutti. Ciò dovrà indurre, tornati alla normalità, a riflettere e considerare che per il futuro dovrà venire meno il relativismo individualista, riscoprendo i valori della comunità e dell’agape cristiana anche i tifosi. 4. Anche i tifosi dovranno interrogarsi sul proprio ruolo, recuperando i valori sportivi che sembrano essere stati dimenticati. Del resto, anche il compito della legge 86 dell’agosto 2019 (articolo 4) intende dare alle tifoserie, coinvolgendole nella struttura, una responsabilizzazione portandole a condividere le scelte delle proprie società sportive.
Come si è visto è essenziale il ruolo dei tifosi anche ai fini della completezza dell’evento e tutti noi abbiamo considerato quanto è avvilente la celebrazione della partita a porte chiuse. Lo stesso spettacolo appare incompleto e privo del necessario patos che viene percepita in modo palpabile, anche dalla fruizione televisiva di esso. Questo ruolo deve essere riscoperto dai supporter che devono ritrovare il gusto e il valore del tifo a favore dei propri beniamini, eliminando qualsiasi ipotesi di “tifo contro ” od ogni becera manifestazione, sia razziale che territoriale: circostanze queste che non sono più tollerabili, anche essendo oggetto di una campagna di sensibilizzazione e di un maggiore coinvolgimento nella gestione della società sportiva, come vuole l’articolo 4 della legge 86 del 2019, che purtroppo fino a questo momento non ho avuto piena applicazione. Bisognerà per il futuro far tesoro delle meditazioni che questo “tempo sospeso” ci sta dando l’opportunità di effettuare e di conseguenza di scrivere una nuova “classifica” dei valori. Il sacrificio comune deve portare alla salvezza di tutti, fuori dai personalismi e dai localismi. Solo uniti e convinti della necessità delle rinunce di tutti a una parte (anche rilevante) dei propri diritti, ci si eleva e ci si salva.


