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    Home»Mondo»Perché siamo tutti amerikani
    Mondo

    Perché siamo tutti amerikani

    Daniele PotoDi Daniele PotoMarzo 19, 20260 VisualizzazioniTempo lettura 3 min.
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    L’Amerikano, il titolo del film di Costa Gavras, rigorosamente con la K ben si attaglia al tenore di questo articolo. Che vuole dimostrare come siamo diventati tutti Amerikani. Come un’infernale macchina mediatica ci ha progressivamente stritolato portandoci ad adottare usi, costumi e filosofia, abitudini e vizi, dei “liberatori” nella seconda guerra mondiale. Sarà un elenco pignolo ma non pedissequo che dimostra come resistenza e resilienza non siano serviti per scongiurare questa invasione. La penetrazione culturale e sociale fa capire anche come la macchina demagogica di propaganda e consenso influenzi massicciamente anche gli orientamenti politici degli italiani. Quelli che votano Meloni non a caso in questo momento sono filo-atlantici e non potrebbe essere diversamente.

    Parto da un piccolissimo ma non banale caso in cui mi sono imbattuto per parentela. Le mie nipotine virtuali sono iscritte a una scuola americana, ovviamente frequentata da italiani. Per abitudine devono parlare la lingua d’oltreoceano. Persino le loro vacanze sono omologate alle feste americane. Una sorta di America fuori sacco con le conseguenze del caso. Tocchiamo dunque il tema di Halloween, una ricorrenza, se ci pensate, profondamente estranea al nostro modo di sentire. Però tutto fa brodo e lo slogan “dolcetto o scherzetto” è entrato nelle nostre abitudini e nella nostra familiarità la notte del 31 ottobre. E che dire del Thanksgiving, la festa del ringraziamento. La ricorrenza ora si celebra anche in Italia pur ignorando spesso il significato storico e religioso della celebrazione. Un tacchino a pranzo va bene a tutti anche se non ha la classica mela in bocca.  Puro consumismo commerciale assecondando il Black Friday, un’occasione per teorici sconti. Negozi e marchi lo anticipano, lo assecondano, lo precedono e lo seguono, dando un’enfasi persino superiore al momento degli italianissimi saldi. Mangiamo anche amerikano con l’onnipresente catena McDonald’s, con Burger King, siamo costretti ad apprezzare il pollo del Kentucky e, più recentemente, quello della Louisiana, come se fosse migliore di un nostro naturale pollo ruspante.

    Mi è capitato recentemente tra le mani il dépliant di un marchio di consegne alimentari a domicilio. Credetemi, tra le specialità descritte non c’era una sola parola d’italiano, come se tutti i lettori fossero capaci di intendere e, soprattutto, di volere. Anche le grandi piattaforme che sfornano prodotti seriali fanno la loro parte in questa sorta di colonialismo culturale. Netflix ha imposto un genere adrenalinico che non ti permette più di gustare la lentezza dei film di Bergman. Ci siamo abituati a quel ritmo con il lockdown e chi ci distoglie più da quel ritmo martellante? Persino il caffè nostrano è insidiato da catene come Starbucks dove si spaccia il pessimo caffè americano, un’insulsa brodaglia che ricorda la cicoria d’anteguerra. Aggiungiamo i talk show, i format e i brand copiati dagli Stati Uniti. Poi finisce che un Ministro degli Esteri di non eccelsa statura come Antonio Tajani si trovi a mettere in testa un cappellino inequivocabilmente Maga (Make America Great Again), sciagura delle sciagure.

    Abbiamo metabolizzato e vissuto il Me too, il Black Lives Matter. Photo-inopportunity altamente significativa. Digeriamo le fake news, custodiamo l’oro nazionale a Fort Knox. Permettiamo che l’Ambasciata americana si sia illegittimamente impossessata di buona parte dei marciapiedi di via Boncompagni a Roma. Abbiamo estradato i responsabili dell’eccidio del Cermis, abbiamo permesso che la Cia influenzasse il decorso mortale del caso Moro, abbiamo maldestramente gestito il caso dell’iman Abu Omar. Mettiamo a disposizione le nostre basi aeree per potenziali raid bellici dei nostri “salvatori” del 1945, rischiando che si ripeta l’anti-costituzionale bombardamento della Serbia del 1999. Capirete perché non tornerò mai più nella mia vita negli Stati Uniti. Trump or not Trump.

    Affari Tuoi Amadeus ascolti tv Carlo Conti Cash or Trash critica tv format esteri game show Gerry Scotti infotainment intrattenimento televisivo L’Eredità La Ruota della Fortuna Mediaset Nove Paolo Bonolis quiz televisivi Rai Stefano De Martino televisione italiana
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    Daniele Poto

    Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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