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    Home»Culture»Scotellaro, “uno degli altri”
    Culture

    Scotellaro, “uno degli altri”

    Alessandro ColuccelliDi Alessandro ColuccelliMaggio 20, 20233 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    Voglio ricordare un poeta, un grande uomo del sud, conosciuto e studiato ai tempi del liceo, grazie a una immensa professoressa di filosofia.

    Tricarico – Veduta – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 4.0

    Rocco Scotellaro (Tricarico (MT) 19 aprile 1923 – Portici (NA) 15 dicembre 1953), quest’anno è un secolo dalla sua nascita e settant’anni dalla sua morte, giovanissimo, ma ha lasciato una testimonianza del sud, di Matera e della sua provincia praticamente indelebile. Nella sua breve ma intensa vita è stato poeta, politico, sindacalista e scrittore, la voce del sud, dell’anima degli ultimi, del mondo rurale meridionale, in un minuscolo paesino, Tricarico, di origini arabe e normanne, con un piccolo quartiere arabo, la Rabata, con viuzze e piccole torri di protezione. Nato da famiglia umile e analfabeta, sin da giovanissimo fu, studiando praticamente da solo, vicino alla sua terra e alla sua gente, anche loro per lo più analfabeti, che vivevano in condizioni pietose, se pensiamo che nei Sassi di Matera, ancora negli anni cinquanta, circa quindicimila contadini e artigiani vivevano ancora nelle grotte insieme ad animali, in condizioni igenico-sanitarie disastrose.

    Di sé diceva “Io sono uno degli altri”, quando li aiutava a scrivere e a leggere le lettere dei parenti emigrati all’estero.

    La sua terra, la Basilicata, era diventata nota in Italia con “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, nel 1945, lo scrittore piemontese confinato in Lucania durante il fascismo che narrò di quel mondo rimasto fermo nel tempo. E così con poesie e tanti scritti cominciò a far conoscere quelle realtà, le condizioni di vita delle classi che non contavano, se non come braccia-lavoro, sconosciuti e dimenticati entro quei confini, fino a portarli a conoscenza dell’Italia.

    Contadini al lavoro (1943) – – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0 de

    La sua testimonianza politica, fu anche un giovanissimo sindaco socialista del suo paese, insieme al suo scrivere parlano con i ritmi della campagna, dell’alternarsi di stagioni e fioriture, i versi raccontano di fiori, piante e alberi, sembrano accompagnati dal suono di chitarre, mandolini e da danze campagnole, ci troviamo la zappa e lo “zappatore”, il mulo e tante parole che risalgono secoli di storia locale. Il segno che lasciano però ha poco di nostalgia, di immagine bucolica, quanto piuttosto del difficile vivere di ogni giorno, della fatica e della stanchezza dovuta alla assenza di umanità e l’obbligo feroce del lavoro quotidiano. Fu la voce del mondo contadino, produsse rime e note verbali di una antica civiltà, quella dei braccianti del Sud, che voce non avevano mai avuto; Scotellaro affermava che bisognava accompagnare e non forzare, per ovvi motivi di mancanza di esperienza delle popolazioni, i necessari mutamenti sociali che sarebbero arrivati con la denuncia delle condizioni della Basilicata e del Sud, soprattutto le aree interne.

    Insomma fu una figura significativa di un Sud capace di lottare per la legalità, la terra e la giustizia sociale, ogni suo scritto con una notevole potenza chiama tutti a entrare nella Storia, proprio chi per secoli ne è stato escluso e dimenticato.

    Voglio ricordarlo con due poesie che mi sono molto care, ti prego gentile lettore, assaporale, masticale, lasciale entrare in te:

    “È fatto giorno”

    È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
    con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
    Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
    ritorna la faccia di mia madre al focolare.

     

    “Noi non ci bagneremo”

    Noi non ci bagneremo sulle spiagge

    a mietere andremo noi

    e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

    Abbiamo il collo duro, la faccia

    di terra abbiamo e le braccia

    di legna secca colore di mattoni.

    Abbiamo i tozzi da mangiare

    insaccati nelle maniche

    delle giubbe ad armacollo.

    Dormiamo sulle aie

    attaccati alle cavezze dei muli.

    Non sente la nostra carne

    il moscerino che solletica

    e succhia il nostro sangue.

    Ognuno ha le ossa torte

    non sogna di salire sulle donne

    che dormono fresche nelle vesti corte.

    Foto di apertura da wikipedia.org – CC BY-SA 3.0

    Autore

    • Alessandro Coluccelli
      Alessandro Coluccelli

      Nato a Roma - 1954. Diploma maturità classica col massimo dei voti. Dal 1976 nella redazione del TUTTI, partecipa a tutte le iniziative dell’A.I.G.E, del CEGI e del Comitato Italiano Giovani dell’Unicef. Dal 1985 responsabile ammin. e aff. gen. presso IPALMO; poi, fino al 1993, stesse mansioni presso MONDIMPRESA, UnionCamere. Dal 1993 al 2011 titolare di un agriturismo in Umbria, Presidente Ass. agrit. Umbria Terranostra-Coldiretti e membro della Giunta. Dal 2012 al 2015 gestore di una dimora storica, ricettiva, del 1400 e creatore e gestore di un Museo del Vino in provincia di Lucca. Dal 2015 a marzo 2020 responsabile gestione per due strutture ricettive del centro di Roma.

    Basilicata Carlo Levi contadini del sud Italia Matera Rocco Scotellaro Tricarico
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