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    Home»Ricerca e innovazione»L’Italia sta perdendo la partita della Conoscenza
    Ricerca e innovazione

    L’Italia sta perdendo la partita della Conoscenza

    Pietro RagniDi Pietro RagniDicembre 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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    Alta formazione punctum dolens per il Paese

    Non riteniamo necessario spendere troppe parole sul fatto che l’istruzione è un bene strategico per i nostri concittadini e la nostra società. In particolare l’alta formazione, la ricerca e l’innovazione sono i fattori che maggiormente influenzano lo sviluppo di un paese e la sua competitività rispetto agli altri.

    Purtroppo l’Italia, per colpa dei vari governi succedutisi negli ultimi venti anni, è molto in ritardo rispetto ai paesi di EU-27 e, in generale, ai paesi più avanzati a livello mondiale. Questa regressione è particolarmente grave se si ricorda che, nei primi anni Novanta, il nostro paese era classificato fra i primi sei del Mondo.

    Nel ’21, mentre l’incidenza sul Pil della spesa pubblica in istruzione della EU-27 era del 4,9%, l’Italia aveva una percentuale ben più bassa (4,1) e si classificava terz’ultima, prima solo di Irlanda e Romania. Ancora peggiore è stata, in quell’anno, la situazione per la formazione terziaria: l’Italia risultava essere all’ultimo posto in EU-27 (0,8% fondi pubblici dedicati all’università in percentuale sul PIL) a causa dei minori investimenti nel settore (- 19%) nel periodo 2010-2020.

    Fig. 1 – Laureati fra i giovani (25 – 34 anni) nei paesi EU-27. Tratto da Eurosat 2023.

     

    Non sorprende, visto i ritardi sopra citati, che in Italia il tasso di giovani (fra i 25 e 34 anni) che abbiano conseguito la laurea sia fra i più bassi (vedi Fig.1) in Europa. Abbiamo effettuato un miglioramento, la percentuale di laureati sul totale dei giovani, è passata dal 21,1% nel 2011 al 29,2% nel 2022; ma restiamo ancora lontani dalla media EU-27 che nel ’22 era pari al 42,2% e certo non saremo in grado di centrare l’obiettivo per UE 2030 di avere almeno 45 laureati su 100 cittadini.

    Oltre alla penuria di laureati assistiamo ad una seconda situazione dannosa per il sistema paese: vi sono poche impresse high-tech, lo Stato non investe in ricerca e innovazione, i neo-laureati non trovano proposte occupazionali interessanti oppure vengono offerti loro salari veramente bassi. L’intersecarsi di questi fattori negativi e non affrontati dai recenti governi, porta all’emigrazione di numerosi laureati e diplomati in altri paesi europei o in altri continenti.

     

    Fig. 2 – Percentuali laureati espatriati e numero laureati sul totale. Tratto da “Report Migrazioni” di ISTAT’21.

                                         

    Nella Fig. 2 vediamo che, nei dieci anni considerati (2011-2020), è progressivamente aumentata la percentuale di laureati che hanno deciso di espatriare (passando dal 2 a più del 10 per mille). È anche aumentata la percentuale dei laureati sul totale dei giovani espatriati, passando dal 20% a più del 45%. Come ricorda il recente Rapporto Annuale 2023 ISTAT: “la meta preferita dai giovani laureati italiani è il Regno Unito. Nel triennio 2019-2021, questo Paese ha accolto circa un quarto dei flussi dei giovani espatriati tra i 25 e i 34 anni in possesso di almeno la laurea, seguito da Germania (13%), Francia (9%) e Svizzera (8%)”.

    Sono numeri veramente scoraggianti, pensando sia al fatto che da un punto di vista demografico il nostro Paese ha sempre meno giovani, sia all’aspetto economico, ricordando che il costo medio per formare un laureato in Italia è di più di 165 mila Euro e per un dottore di ricerca è di oltre 230 mila Euro.

    Vi è poi un altro aspetto molto grave per il sistema paese: la migrazione interna ha, dal dopoguerra, una costante direzione dal Sud e le Isole del Paese verso il Centro ed il Nord. È un fenomeno storico che non si riesce a fermare, per la colpevole ignavia del mondo politico negli ultimi decenni e per problemi endogeni quali le mafie e la corruzione. Nella Fig. 3 è impressionante vedere come l’esodo di laureati verso l’estero ha dimensioni simili fra le provincie italiane, mentre i tassi migratori interni Sud verso Nord invertono, almeno in parte, il bilancio sfavorevole dovuto alle emigrazioni verso l’estero per le provincie settentrionali. Questa situazione (mappa a destra della Fig. 3) permette che i laureati che vanno in regioni del Centro e del Nord siano un contingente che rimpiazza le carenze dovute ai laureati espatriati e offre un positivo impulso alle regioni più produttive, a detrimento di quelle già meno sviluppate del Meridione.

    Fig. 3 Migrazioni dei laureati per provincia nel periodo 2019-2021. Tratto da “Rapporto Annuale 2023” di ISTAT.

                                            

    Se non si decidesse un convinto cambio di priorità, il panorama per il nostro Paese diventerebbe drammatico: entro 5/10 anni in molti settori strategici non avremmo personale di alta qualificazione, peraltro già oggi iniziamo a sperimentare la penuria dei medici e anche degli infermieri nell’ambito del sistema sanitario. Una situazione del genere, tenendo conto che il nostro Paese non ha molte risorse naturali e dunque deve puntare sulla trasformazione e sull’innovazione, ci porterebbe a regredire, imponendo la necessità di indebitarci con altri paesi competitori-collaboratori. Questo per l’Italia significherebbe anche un ulteriore aumento della povertà, soprattutto nelle regioni meridionali e insulari.

    Foto di apertura Foto di Gerd Altmann da Pixabay

    Alta formazione Europa laurea laureati laureati espatriati
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    Pietro Ragni

    Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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