Ai primi bruschi scossoni dell’equilibrio internazionale, ventilati e messi in parte in pratica da Trump, l’Italia riscopre la propria vocazione filo-atlantica, per la verità mai abbandonata dal 1945 in avanti. La mancanza di autonomia nelle scelte riflette una fedeltà assoluta che non è della Francia, che non è della Germania ma che imita l’ imbarazzante dipendenza dall’Inghilterra versione brexit. Più America meno Europa nella vocazione intrinseca del Governo Meloni, nonostante che la versione di facciata possa apparire diversa. Così l’Italia non si associa alla protesta daziaria che è di altre nazioni, molte europee. Lo scudo dell’Aja non viene approvato dall’Italia. Ma il nostro parere non conta, fortunatamente. Perché non serve l’unanimità. Così alla voce Corte Penale Internazionale l’Italia ha messo debitamente le mani avanti (quasi una mozione di censura), allineata supinamente agli States. È un organismo al quale contribuiamo economicamente ma è stato dato modo di chiarire che nell’ipotesi di un Netanyahu in visita di stato in Italia non sarebbe preso alcun provvedimento di arresto. Faremo lo stesso con Putin? Tajani su questo non si è pronunciato.
Ma forse basterebbe una telefonata/mozione da Washington per l’esecuzione dell’atto. Dal piano Marshall in avanti l’Italia è stata supinamente suddita fedele degli Stati Uniti vincitori della seconda guerra mondiale, manomettendo anche l’immaginario. Come già con Benigni che ne “La vita è bella” fa apparire i carri armati americani come liberatori di Auschwitz e non l’Armata Rossa in rappresentanza di una nazione che ha immolato 25 milioni di uomini e donne per salvarci dalla marea hitleriana. Dipendenza che scontiamo con interpretazioni legislative sempre favorevoli ai cittadini americani che abbiano commesso crimini nel nostro Paese (v. episodio del Cermis). E’ per questa dipendenza che abbiamo rinnegato la via della seta abbracciata da Conte rivolta alla prima nazione del mondo per sviluppo economico. Un trattamento di favore agli Usa malmostosi che storia ed sviluppi dell’economia attuale contraddicono vistosamente. In effetti se Trump si prodiga per fare l’America di nuovo grande vuol dire che è il primo a rendersi conto del declino dell’impero americano (esattamente il titolo di uno splendido film canadese). Così il revanscismo tattico e opportunistico sulla Groenlandia, sul Canale di Panama, sullo stesso Canada (un mettere demagogicamente le mani in avanti) che non è più di Trudeau sono altrettanti esorcismi per resuscitare lo spirito patrio vilipeso dalla decadenza. E’ proprio il senso di frustrazione di una nazione intera che del resto ha sospinto alla presidenza bis di Trump. Molto furbescamente la Meloni si è posta alla testa senza esitazioni della cinghia di trasmissione europea che dovrebbe interloquire con Trump, millantando una capacità di mediazione che in realtà non possiede. Perché per trattare bisogna esercitare un contropotere.
Davide contro Golia e Davide puntualmente obbedisce. Sull’Ucraina, sulla devoluzione del 2% del bilancio versus Nato (Trump in realtà vorrebbe il 5% ma proprio non ce la possiamo fare). Così l’Italia si assoggetta alla logica di guerra del segretario Nato Rutte. Storna soldi dalla sanità e dall’assistenza sociale per riversarle in direzione bellica senza che una sola era riforma di sistema abbia caratterizzato l’attuale Governo. Gli ammiccamenti a Musk sono eloquenti strizzate d’occhio a Trump. Ma ora è il caso di cambiare parere: di giustificare il progressivo disimpegno americano dall’Ucraina facendo finta che dal nostro punto di vista sia legittimo e e coerente con quello che è stato detto negli ultimi due anni. È un ‘impresa non facile ma la Meloni, maestra di bugie, ce la può fare!


