Dopo il record raggiunto nel 2024 (90 detenuti si sono tolti la vita, il suicidio è la prima causa di decesso fra i reclusi) pare che nulla si stia facendo per comprendere e affrontare il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere, che continua a mietere vittime come una pena di morte sommersa, autoinflitta e non dichiarata. Dall’inizio del 2025 purtroppo altre 18 persone si sono tolte la vita nei nostri istituti penitenziari e ad oggi non si intravede alcun segnale di cambiamento. Pare che ormai si consideri “normale” un tasso di suicidi fra i detenuti 10 o 20 volte superiore a quello esistente fra la popolazione libera. Viene presentato come “normale” anche il fatto che la capienza delle nostre carceri sia stata da tempo superata, giungendo ora al 131% di presenze rispetto ai regolari posti disponibili, in attesa che si costruiscano nuovi istituti.
Dobbiamo aprire gli occhi e renderci conto che una tale “normalità” genera sempre più situazioni disperate in una popolazione ristretta già ampiamente priva di risorse e marginalizzata, visto che il sovraffollamento rende impossibile sia rispondere adeguatamente alle tante richieste che giungono da chi si trova affidato in toto “nelle mani dello Stato”, sia creare condizioni detentive umane e accettabili, sia offrire una seconda chance a chi ha sbagliato, come prevede la nostra Costituzione.
Non sarà un caso se, fra le persone che si ammazzano, molte siano giovani, spesso non ancora giudicate definitivamente, magari entrate da poco in carcere o con piccoli residui di pena, talvolta con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza, in prevalenza confinate in sezioni chiuse.
Noi garanti ogni giorno vediamo tutto ciò e non accettiamo che una tale situazione venga considerata “normale”. Noi sappiamo che una detenzione senza speranza non porta certo ad un miglioramento umano delle persone che hanno commesso reati, né ad una società più sicura. Per questo denunciamo le emergenze che continuano a segnare le nostre carceri e l’approccio inadeguato di chi non vuol vedere e considera “normale” tutto ciò.
L’appello, che la nostra Conferenza nazionale rivolge alla politica e alla società civile, propone degli interventi che andrebbero valutati e discussi con urgenza da chi ha la responsabilità di amministrare l’esecuzione penale in termini costituzionali, perché un atteggiamento inerte, procrastinatore o meramente repressivo non può che peggiorare ulteriormente la situazione all’interno e all’esterno delle carceri, rendendo meno sicuro il nostro territorio.


