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    Home»Mondo»Ue/Usa: dazi, 90 giorni tra guerra e pace, con l’incognita Cina
    Mondo

    Ue/Usa: dazi, 90 giorni tra guerra e pace, con l’incognita Cina

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaAprile 18, 20250 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Novanta giorni, non è neppure chiaro a contare da quando: dal 2 aprile, il Liberation Day, il giorno della proclamazione dei dazi sciorinando tutta la tronfia e volgare retorica trumpiana; o dal 9 aprile, una settimana dopo, il giorno dell’annuncio della moratoria (per tutti, tranne che per la Cina). E non è neppure sicuro che siamo proprio novanta: il presidente Usa Donald Trump è imprevedibile nelle sue decisioni, intende lasciarsi guidare “dall’istinto”: potrebbero essere di meno e potrebbero essere di più; potrebbero esserci ‘tempi supplementari’ per certi Paesi, o gruppi di Paesi, e per altri no; e, ancora, potrebbero esserci eccezioni per i prodotti elettronici e per le automobili e per altro.

    L’incertezza è la nuova normalità di questo Trump 2. L’Unione europea prova a gestire senza forzature, ma senza arrendevolezze, questa situazione, a sangue freddo. Tiene pronte le ritorsioni all’aumento dei dazi su acciaio e alluminio, già in vigore; e prepara quelle da adottare se dovesse scattare il dazio del 20% su tutto l’export europeo verso gli Stati Uniti. Ma, intanto, intavola negoziati a livello di funzionari: ore di discussione martedì a Bruxelles si concludono, scrive Euronews, lasciando la parola ai plenipotenziari statunitensi. Del resto, non c’era da aspettarsi che il primo round fosse decisivo.

    La scelta tra la guerra commerciale planetaria e una progressiva ‘de-escalation’ spetta all’America o, almeno, al presidente Trump.

    Che, prima di farsi un’idea, vorrà forse tenere conto di quello che avrà da dirgli, giovedì 17 aprile, nello Studio Ovale, la premier italiana Giorgia Meloni, la prima leader europea a incontrarlo dopo la dichiarazione di guerra dei dazi a scoppio procrastinato. Meloni è attesa a un doppio test Usa: venerdì, rientrata da Washington, riceverà a Roma il vice di Trump, JD Vance. E, sabato, ci sarà, non a Roma, come era stato annunciato, ma di nuovo in Oman, il secondo round dei negoziati Usa – Iran inaugurati, la settimana scorsa, a Mascate.

    Agli incontri con Trump e Vance, la premier arriva dopo consultazioni con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. E’ possibile che sondi Trump sull’ipotesi bruxellese, condivisa dall’Italia, di un’area transatlantica “a zero dazi”, già respinta dagli Stati Uniti, ma forse meritevole di più approfondita valutazione. In un’intervista a Le Monde, il ministro dell’Economia francese Eric Lombard osserva che il colpo di freno di Trump all’entrata in vigore dei dazi significa che “uno spazio di negoziato” c’è.

    Donald Trump e Giorgia Meloni
    Donald Trump e Giorgia Meloni

    Ma bisogna mantenere la pressione. La missione di Meloni a Washingon non è quella di trattare: farlo, spetta alla Commissione. Ma è quella di facilitare il dialogo, forte di un buon rapporto politico e personale con il magnate presidente, che, dopo la sua elezione, ha già visto due volte: la prima quando ne ottenne un ok alla liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala tramite uno ‘scambio di prigionieri’ con l’Iran; la seconda all’Inauguration Day, unica leader europea invitata all’evento.

    Con Trump, Meloni non parlerà solo di dazi: Ucraina, Medio Oriente e spese per la difesa saranno altri temi affrontati, con l’impegno, da parte dell’Italia, a raggiungere il 2% del Pil in spese militari, come da impegni da tempo assunti – e mai rispettati – in ambito Nato. Gli Stati Uniti considerano inadeguato il 2%, ma non potranno non apprezzare un passo nella per loro giusta direzione.

    La risposta europea all’offensiva dei dazi americana non si riduce, però, a cercare di rabbonire Trump. Si guarda anche alla diversificazione degli sbocchi commerciali per i prodotti europei, come fa la Cina, il cui presidente Xi Jinping è partito in missione nel Sud-Est asiatico. Prima, però, Xi, ricevendo a Pechino il premier spagnolo Pedro Sanchez, favorevole a rafforzare i rapporti Cina-Ue, aveva prospettato all’Unione europea “una governance globale equa”, che dovrebbe passare – sostiene Bruxelles – per un riequilibrio delle relazioni commerciali.

    Rispetto all’Ue, la Cina ha mostrato una volontà di sfida agli Stati Uniti che gli europei non hanno: la tregua dei dazi non riguarda l’asse Washington – Pechino, dove si viaggia a botte del 145% (sull’export cinese) contro il 125% (sull’export americano). Secondo le Monde, l’Ue cerca un punto di equilibrio tra Usa e Cina: Trump irrita e tiene sulla corda gli europei, che però non si fidano di Xi e delle pratiche commerciali sleali cinesi. Pechino corteggia Bruxelles e la invita “a resistere insieme alle prepotenze unilaterali degli Stati Uniti” e si propone ai mercati come fonte “di stabilità e di certezze”, a fronte degli scossoni che arrivano dall’America.

    Insomma, in qualche misura, Trump sembra ancora favorire, involontariamente, con le sue sparate, una maggiore coesione europea e un protagonismo europeo internazionale: lo fa con i dazi, come lo aveva fatto per la difesa – mostrandosi non interessato alla protezione dell’Europa -.

    Il fermento internazionale non cancella i problemi interni all’Unione Europea: la lenta formazione del nuovo governo in Germania; la fibrillazione in Francia dopo la condanna in primo grado della leader del RM Marine Le Pen: le incertezze in Romania in vista delle presidenziali; la deriva sempre più illiberale dell’Ungheria di Viktor Orban; le preoccupazioni per i riferimenti di Trump alla Groenlandia e le irritazioni per le interferenze elettorali pro – estrema destra di Elon Musk. Ma la percezione del ‘nemico alle porte’ fa passare in subordine malesseri e debolezze di un’Europa ancora fragile.

    Autore

    • Giampiero Gramaglia
      Giampiero Gramaglia

      Giornalista dal 1972, professionista dal ’75, impara il mestiere alla Provincia Pavese e alla Gazzetta del Popolo di Torino, dove copre fra l’altro gli Anni di Piombo del terrorismo brigatista. Nel 1979, apre l’ufficio di corrispondenza della Gazzetta a Bruxelles.
      Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue Cee e Nato per dieci anni. Nel 1989 è a Roma come caporedattore Esteri; dal ‘90, è caporedattore centrale e dal ‘97 è vicedirettore.
      Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile del Nord America, con sede a Washington. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 è direttore dell’Ansa.
      Lasciata l’Ansa, dirige fra l’altro l’Agence Europe a Bruxelles, collabora con il Fatto Quotidiano, è direttore dei corsi e delle testate dell’Ifg, la scuola di giornalismo di Urbino. Attualmente, è docente presso l’Ifg e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza; gestisce un suo sito e collabora con regolarità
      a media tradizionali e online; è sovente ospite di programmi radiofonici e televisivi e co-gestisce la rassegna stampa internazionale di Radio Radicale; è senior advisor per l’Italia di NewsGuard; ed è attivo in diverse Associazioni e Fondazioni.

    Cina dazi usa Donald Trump Unione Europea USA
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