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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Viaggio nel chaco
    Racconti dalle strade del mondo

    Viaggio nel chaco

    Gherardo La FrancescaDi Gherardo La FrancescaAprile 18, 20256 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Mi chiamo Gherardo La Francesca.
    Sono stato Ambasciatore d’Italia a Cipro e in Brasile, ho attraversato con la mia barca a vela l’Oceano Indiano e l’Atlantico e sono poi “approdato” nel Gran Chaco.
    Il Chaco, pochi lo sanno ed io non facevo eccezione, è una pianura grande 4 volte l’Italia, situata nel cuore del Sudamerica, tra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay. In epoche preistoriche era un immenso golfo nel quale entravano le acque salate dell’Oceano Atlantico. Forse per questo, essendo marinaio per vocazione, ne fui subito attratto e rimasi vittima di un fascino sottile del quale non mi sono più liberato: il mal del Chaco.
    Se avrete la pazienza di seguirmi vi racconterò una storia che ha avuto e continua ad avere, esiti e sviluppi sorprendenti, del tutto imprevisti.
    Cominciamo con ordine.

    Il Gran Chaco, una pianura grande 4 volte l’Italia, situata nel cuore del Sudamerica, tra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay

    Tutto ebbe inizio a Karcha Bahlut.
    E’ questa una piccola comunità di Indios Ishir Ybytoso, isolata dal mondo, situata sul Rio Paraguay, all’estremo nord dell’ omonimo Paese, ad un tiro di sasso dai confini con Bolivia e Brasile.
    Era il giugno 2013, ero arrivato ad Asuncion da pochi mesi ed avevo subito capito che la mia bussola puntava a nord, verso un grande spazio vuoto compreso tra il rio Paraguay e il Pilcomayo, percorso da poche piste sterrate che, in caso di pioggia, si trasformavano in trappole capaci di imprigionare il più agguerrito fuoristrada.
    Josè Zanardini, grande conoscitore del mondo indigeno, mi aveva detto che Karcha Bahlut era un un luogo sacro per gli Ishir Ybytoso perché li erano sepolti gli Anabsoro, semidei giganteschi e mostruosi che rivivevano nella cerimonia del debylyby. Bisognava andarci, non avevo scampo.

    Tutto ebbe inizio a Karcha Bahlut, luogo sacro per gli Ishir Ybytoso, sul Rio Paraguay.

    Ero all’ombra di un frondoso yvapuru, sulla riva del Rio Paraguay.
    Era pomeriggio inoltrato e una gentile brezza, incanalata nell’alveo del Grande Fiume, portava sollievo alla calura del giorno. Ascoltavo con interesse e curiosità Bruno Quirique Barras, cachique di Karcha Bahlut, che mi raccontava una storia di amore e morte.
    “ Lei era bellissima e disperata. Pose fine ai suoi giorni, per pene d’amore, nel luogo nel quale conservavamo gli oggetti della nostra memoria. Io ero stato nominati cachique da poco e non avevo scelta. I terribili spiriti maligni evocati dal suicidio avrebbero portato morte e distruzione su tutta la comunità, era necessario distruggere e purificare tutto con il fuoco. Il nostro museo fu ridotto in cenere. Aiutateci a ricostruirlo!”
    Un Museo nella Selva, una sfida impossibile. Impossibile non accettarla.

    Ero all’ombra di un frondoso yvapuru.

    Quattro amici al bar.
    In principio eravamo solo 4: Josè, fonte di conoscenze del mondo indigeno, saggezza e buon senso, Calixto ingegnere ex pilota di rally, Camilla architetto anche lei affetta dal mal del Chaco ed io.
    Bruno Barras venne ad Asuncion. Ci vedevamo in una caffetteria. Lui parlava ed io prendevo nota, abbozzavo schizzi e passavo tutto a Camilla. Il progetto prese forma partendo dalla pianta di una abitazione tradizionale, posta su palafitte, per renderla visibile, e con due porte una per l’entrata e l’altra per l’uscita dal piccolo percorso museale. Per fondamenta e pavimenti pali e tavole di quebracho, legno tropicale durissimo. Per tetto e pareti caranday, palma del Chaco. José Zanardini ci aiutava a interpretare le indicazioni spesso cifrate di Bruno Barras. Calixto seguiva i lavori.
    Il 25 agosto del 2016 taglio del nastro. La scommessa era vinta, il sogno del cachique realizzato e il progetto concluso. Lo chiamammo Museo Verde.

    Il progetto prese forma. Il sogno del cachique era realizzato. Lo chiamammo Museo Verde.

    Ci siamo sbagliati.
    Pensavamo che quella di Karcha Bahlut sarebbe rimasta un’esperienza unica, invece avevamo scoperchiato un pentolone.
    Il mio periodo in Paraguay era finito, ero tornato a Roma e Josè Zanardini ci si trovava di passaggio. Ci vedemmo in un bar vicino alla stazione Termini perché lui doveva prendere un treno per Brescia. “Gherardo, gli Ayoreo di Carmelo Peralta, 300 km a sud di Karcha Bahlut, hanno saputo del Museo Verde. Ne vogliono uno anche loro.”
    Tentai di divincolarmi “Josè, debbo occuparmi della pubblicazione in italiano del mio libro sulle scoperte di Sebastiano Caboto.”
    Ma il mal del Chaco non perdona.
    Dopo gli Ayoreo vennero gli Ache, poi i Caduveo del Pantanal Brasiliano e poi i Qom e Wichi dell’ Argentina ed anche gli Ava Guarani boliviani.

    Anche gli Ayoreo di Carmelo Peralta, 300 km a sud di Karcha Bahlut, volevano un Museo Verde

    La maledizione di Nemur.
    Secondo un’antica leggenda ishir gli uomini scoprirono che gli Anabsoro , semidei loro oppressori, potevano essere uccisi se colpiti nelle caviglie. Forti di questo segreto li sterminarono tutti con un’unica eccezione. Nemur si salvò percuotendo il terreno col piede e facendo sgorgare il grande fiume Paraguay. Saltò sull’altra sponda e lanciò il maleficio: “Voi, umani, sarete sterminati!!”
    Il cachique Ishir, spaventato, corse dalla Grande Dea dell’acqua Ashnuwertha la quale, sia detto in via riservata, ne apprezzava le virtù amatorie.
    “ Non sarete sterminati non fisicamente, ma distrutti nella vostra identità – sentenziò la Dea- perderete l’anima. Esiste però un antidoto. La maledizione di Nemur non avrà effetto se continuerete a praticare riti e consuetudini ancestrali”
    Conservare e valorizzare la memoria culturale, non perdere identità. Per questo ci chiedevano aiuto gli Ishir, e poi anche gli Ayoreo, i Caduveo, gli Ache, Qom, i Wichí, gli Ava Guarani…
    Ma siamo sicuri che questa sia una necessità esclusiva dei popoli indigeni?

    E se la maledizione di Nemur, magari sotto altro nome, minacciasse pure noi?

    Gli Anabsoro, semidei giganteschi e mostruosi che rivivono nella cerimonia del debylyby

    Autore

    • Gherardo La Francesca
      Gherardo La Francesca
    gran chaco viaggi
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