I promotori del referendum si leccano le ferite per gli esiti disastrosi di un referendum che, come strumento di consultazione popolare, non sembra più rispondere alla necessità della vita democratica. Bisogna dire, fuor di ogni dubbio, che il concetto di una democrazia, neanche ateniese, è decisamente in crisi. Ma da almeno tre decenni, perlomeno da quando il referendum è diventato uno strumento perdente di correzione legislativa. Basti constatare come sono stati successivamente traditi dalla politica i responsi sull’acqua bene pubblico e sul rifiuto del nucleare per capire che la mano che li ha creati ha lavorato sottobanco per distruggerli. In particolare delle cinque coloratissime buste quelle che ha dato l’esito più deludente è stato quella sulla cittadinanza dove anche una parte degli elettori di centro sinistra (statisticamente è stato calcolato il 20%) si è mostrato perplesso sull’innovazione, nonostante che in gran parte dei Paesi sotto l’egida dell’Unione Europea questo lasso di tempo per la validazione della cittadinanza (cinque anni) sia un traguardo già raggiunto. Così dalla democrazia si passa alla demografia per convincere gli scettici che una nazione che sta perdendo cittadinanza non ha alcuna speranza di sviluppo.
Se gli italiani sono all’anagrafe poco più di 59 milioni è perché c’è un saldo negativo tra nascita e morti. Le famiglie italiane si giovano di 1,18 figli pro capite facendo apparire il tasso di 1,44 di cinque anni fa una tappa soddisfacente. Inoltre 700.000 giovani laureati hanno lasciato l’Italia per trovare più confortevole riparo in Paesi più ricettivi. Allora quale soluzione adottare? E’ dietro l’angolo e ci riporta al referendum. Risposta: con la massiccia immissione di forze fresche, di capitale fisico e intellettuale giovane, coprendo tutte quelle sacche di occupazioni artigianali svuotate di numeri. In parole povere e basse “per tutti quei lavori che gli italiani non vogliono più fare”. È un, a priori, rispetto alle conseguenze che verranno sul mercato del lavoro con l’intelligenza artificiale. Ma è una conclusione ovvia di cui la politica tutta sembra non essersi resa conto. Una direzione inevitabile su cui costruire una base di consenso e di progettazione. Invece vive imperterrito il momento del rifiuto, negando la problematica. E’ il difetto di una politica che guarda solo i sondaggi ed è priva di statisti che possano inoltrarsi nel futuro. Come andare a parare l’equivalenza che si stabilirà tra non molti anni tra un lavoratore un pensionato. Una perfetta parità che rischierà di collassare l’istituto di previdenza nazionale. Immettere nel mercato del lavoro gli stranieri, comunitari e no, tramite stage e una snella legislazione, vuol dire immettere capitali contributivi importanti. Risucchiare dal nero, creare speranze, accogliere…Verbi che mai si coniugano con il rifiuto preconcetto.
Per queste massicce adozioni non bisogna necessariamente pensare all’Africa. Ci sono migliaia frange di aspiranti “italiani” che vengono dalla dissoluzione dell’Urss e dalla fuga dall’Ucraina. Non bisogna lasciarsi spaventare per grandi numeri che Polonia e Romania hanno saputo accogliere, sia pure con qualche perplessità. Vale l’adagio ormai vintage per affrontare questa realtà. “Se non ci occuperemo dell’Africa, sarà l’Africa a occuparsi di noi”. Considerazione restrittiva che peraltro sottintende cinismo e preoccupazione ma che potrebbe essere perfettamente compresa da Meloni e soci.


