Il mondo di Trump è un altro mondo. Le guerre ci sono sempre, feroci, spietate. In più si è scatenata la battaglia dei dazi.
Trump non sente ragioni, fa e disfa, salva e punisce, incalza e rinvia. A suo capriccio. Sembra che più del risultato (che sarà comunque relativo in un mondo globalizzato) conti il clima che è riuscito a creare, dominato dalla paura e dall’incertezza. Donald Trump punta a dividere gli avversari, a sottometterli.
Con la vecchia Europa, ha vinto in partenza. Perché l’Europa è divisa, e in buona parte già sottomessa.
Un’immagine emblematica, l’11 luglio l’Europa si sdoppia. A Roma una conferenza per ricostruire l’Ucraina, a Londra la riunione dei volenterosi per continuare la guerra. Macron va a Londra, Merz viene a Roma, ci si parla al telefono.
Risultati? Nessuno. Se la guerra deve continuare, o finire con la vittoria di Putin, lo puo’ decidere solo Trump. Se e quando l’Ucraina verrà ricostruita, lo deciderà sempre Trump, che ha in tasca già i contratti delle pietre rare. L’Europa è un fondale di cartone, come la Venezia del matrimonio di Jeff Bezos. Dal punto di vista politico e diplomatico, Trump non la considera. E l’Europa sembra far di tutto per dargli ragione.
Il cuore della sfida, a ben vedere, non sono i dazi, ma la legittimazione delle istituzioni internazionali. Che Trump calpesta, irride, destabilizza. Accetta al massimo l’ONU, dove ha diritto di veto, come Putin. Ma tutto il resto non lo riconosce, Nato compresa. Non esistono ideali, non ci sono valori, non ci sono regole. Trump conosce un solo linguaggio: trattare, contrattare, guadagnare ((per sé). E’ questo il nuovo mondo che dobbiamo comprendere, se vogliamo trovare una via d’uscita. Insieme, se possibile.