“Le nazioni diventano ricche a causa dell’esistenza di istituzioni inclusive”. Questa considerazione di Daron Acemolglu, premio Nobel per l’economia 2024, esprime una posizione diffusa, almeno tra gli economisti che si occupano di istituzioni, nel ritenere che sistemi politici democratici favoriscano lo sviluppo perché le istituzioni democratiche sarebbero più “inclusive rispetto” ad altre. Se questo non esclude l’esistenza di regimi non democratici che hanno sperimentato fortissimi tassi di crescita attraverso forme definite dall’economista Branko Milanovich di Capitalismo politico-tipico, il caso della Cina- apre in ogni caso la questione se la democrazia politica debba accompagnarsi anche a forme più o meno sviluppate di democrazia economica.

Democrazia economica: cos’è?

Se la democrazia politica è una questione affrontata da secoli, fin da Aristotele e dalla sua Scuola nel 300 a.C., il termine di democrazia economica è molto più recente e dai significati diversi. Questa visione è oscillata tra due estremi: da un lato la concezione socialista e social democratica, che da Marx fino a Beveridge, l’ha intesa come un modo per far entrare le istanze del lavoro nella vita dell’impresa e dall’altro il pensiero liberale, in primo luogo di Friedrich von Hayek, che vedeva in queste forme di commistione un pericolo proprio per una genuina democrazia, assicurata da un effettivo sistema di decisioni decentrate costituite dal mercato.

In linea generale la democrazia economica è stata considerata un modo per rendere le decisioni sulla distribuzione dei redditi più vicine alle istanze del lavoro rispetto a quelle esclusive dell’impresa.  Nel nostro paese, partire dal 2020, il tasso di profitto delle imprese è costantemente aumentato, mentre (per la perdita di potere di acquisto) le retribuzioni reali si sono contratte. I recenti dati dell’OCSE sull’andamento delle retribuzioni reali evidenziano come l’Italia abbia subito la maggiore contrazione tra tutti i paesi industrializzati.

Andamento del tasso di profitto (valori percentuali) …

Fonte Istat

… e dei salari reali

Fonte: Ocse

I pilastri di una democrazia economica

Ma la democrazia economica non si esaurisce solo nella partecipazione alle decisioni dell’impresa e a un migliore equilibrio nella ripartizione dei redditi. Sotto molti versi riguarda le forme costitutive di un sistema democratico e le interazioni tra mondo dell’impresa e sistema del lavoro, ossia le modalità attraverso le quali si organizzano i sistemi di produzione e i rapporti sociali e quindi, in sintesi, si struttura lo stesso sistema capitalistico. Se cambiamo punto di vista, e partiamo da quello dell’impresa, il riferimento è l’articolo 41 della Costituzione Repubblicana che sancisce la libertà di iniziativa economica privata stabilendo che non può esercitarsi in contrasto con “l’utilità sociale e la dignità umana”. Significativo che questo articolo si trovi dopo diversi articoli che trattano della questione del lavoro e della sua dignità, quasi a voler evidenziare che il prius dell’attività imprenditoriale vada ricercato proprio nel senso civile di un lavoro libero e pieno. Ora, se la libertà d’impresa è alla base della nostra costituency economica è possibile individuare alcuni dei pilastri di una democrazia economica.  Se ne possono definire almeno quattro:

– un’adeguata biodiversità economica, ossia la compresenza di imprese di diverse dimensioni e forme di conduzione a tutela di un pluralismo democratico che richiama la foresta composta da tanti alberi;

– un regime di mercato basato sui principi di leale competizione e su aspetti di collaborazione, non esclusivamente nello scambio di denaro contro beni o servizi. Sempre riferendosi a una metafora biologica, il sistema capitalistico cresce non solo attraverso la “selezione dei migliori”, ma anche con una “cooperazione virtuosa”;

– il ruolo generativo del lavoro, perché nella nostra esperienza storica l’impresa nasce dal lavoro organizzato, e nei casi di maggiore successo, lo valorizza adeguatamente. All’interno del “lavoro buono”, particolare attenzione va all’utilizzo di tecnologie che siano friendly, cioè capaci di assicurare un miglioramento della produttività aziendale senza mortificare le capacità professionali;

– un adeguato capitale di fiducia, ossia un sistema di relazioni tra i diversi partecipanti al mercato e verso le istituzioni di un paese.

Affinché, quindi, ci sia una piena democrazia economica occorre porre al centro la questione dei “valori” (sociali e umani) che stimolano un atteggiamento cooperativo e spingono verso un mutuo beneficio dello stare insieme, superando quella del “valore delle cose”. Questi valori sono una vera e propria forma di capitale civile, che richiama al buoncostume e alla fede pubblica di cui già a metà del 1700 l’abate Antonio Genovesi aveva scritto nelle sue “Lezioni di economia civile”.

Per un capitalismo più equo e civile

Tra le diverse forme di capitalismo possiamo individuarne un’altra che è il capitalismo imprenditoriale civile, ossia una formula che pone al centro il tema dei valori e soprattutto quello della dignità umana. Un capitalismo di questo tipo si è diffuso in molti dei nostri territori, soprattutto dove esistevano una tradizione di partecipazione civile più forte e forme di governo più partecipate ed ha rappresentato l’ossatura dei distretti industriali di piccola impresa. Un capitalismo di questo tipo è poi anche conveniente, come di mostrano le analisi svolte dall’Istituto Tagliacarne, l’Unioncamere e Symbola sul ruolo delle imprese definite coesive. Eppure, oggi vediamo il rischio concreto della vanificazione di questi principi, attraverso il “consumo dei valori” sostenuto da un approccio conflittuale verso gli altri che identifica nemici da combattere piuttosto che delineare delle opportunità e favorire una intra imprenditorialità positiva e aperta al confronto.

I modelli provenienti da oltreoceano non aiutano, anzi comportano un fortissimo aumento della disuguaglianza e delle sperequazioni. Serve reagire a questi approcci perché è la storia a dimostrarci che (almeno nei paesi di cultura occidentale) un capitalismo più equo e civile è una condizione per salvaguardare un genuino sistema democratico e, in sintesi, una garanzia per tutto il sistema costituzionale italiano, ma anche europeo.