La decisione del governo israeliano di invadere completamente Gaza, di cui parliamo ampiamente in questo numero di “TUTTI Europa Ventitrenta”, denuncia sia lo stato di crisi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che i limiti del diritto internazionale, oltre al caos in cui rischiano di sprofondare le relazioni tra nazioni.

La decisione del capo del governo israeliano, assunta contro il parere di gran parte della sua opinione pubblica e del suo stesso esercito, con gli orientamenti contrari delle cancellerie occidentali e in spregio all’opinione pubblica internazionale, è una denuncia radicale dell’attuale sistema di governance globale. Che evidenzia da una parte come le grandi potenze perseguano obiettivi e finalità che mal si conciliano con gli obiettivi ONU, fino a divergere da essi e, dall’altra, il rango di facoltatività delle decisioni degli organismi multilaterali e della stessa Corte penale internazionale. In questo senso l’ultima perla è la proposta avanzata al Capo del Governo italiano di ospitare il summit tra il Presidente Usa e quello della Russia, sul cui capo pende un mandato d’arresto internazionale. Per non parlare di quella di insignire con il Nobel per la Pace lo stesso Presidente Usa, avanzata da un altro condannato dalla medesima  Corte internazionale. Esempi, ma potrebbero essercene tanti altri, che richiamano l’estrema complessità del quadro internazionale e i rischi concreti di deflagrazione delle conflittualità, non solo militari, e l’urgenza di una necessaria riorganizzazione  della governance mondiale.

La crisi di Gaza

In questo quadro, la drammatica crisi di Gaza, costata oltre 61 mila morti e la distruzione di gran parte delle infrastrutture civili, con una gravissima crisi umanitaria determinata dalla mancanza di cibo, si qualifica, al di là delle dispute sulla definizione- che gli storici potranno determinare in sterminio, genocidio o altro- come una strage di bambini, madri e anziani, uomini e donne di ogni ceto e professione, perpetrata con bombardamenti indiscriminati su siti non militari, annientamenti, deportazioni, ostacoli agli aiuti umanitari. Oggi Gaza è la coscienza del mondo, come lo fu il Vietnam negli anni 60 e 70 del secolo scorso.

Ciò, piaccia o meno, basta e avanza per condannare una politica che, violando le risoluzioni dell’ONU e gli Accordi internazionali, è andata ben oltre le legittime misure di difesa e di sicurezza dello Stato israeliano. I continui sconfinamenti, la penetrazione sistematica e massiccia di coloni in territori assegnati ai palestinesi, la brutalità dell’occupazione e gli assassinii di massa  hanno contribuito a modificare il giudizio dell’opinione pubblica europea e del mondo sull’operato dell’esecutivo Netanyahu.

Il riconoscimento dello Stato palestinese (già effettivo per la stragrande maggioranza dei paesi aderenti all’ONU), preannunciato ora da una pluralità di Stati europei e no, con la richiesta di revisione di Accordi di cooperazione con Israele, delle relative intese commerciali e persino di richieste, avanzate nel dibattito pubblico, di sanzioni, dicono che l’opera del Governo Netanyahu ha portato Israele verso una grave crisi internazionale.

Un governo pericoloso per Israele

Ciò che più preoccupa è che questa crisi, alimentata dall’atteggiamento autocratico del Primo Ministro israeliano, possa tracimare in una nuova ondata di antisemitismo. Non confonderemo mai la condanna e l’avversione per una politica per l’avversione verso un intero popolo, per un popolo che ha subito la Shoah. Ma alcuni recenti fatti di cronaca sono segnali di immediata preoccupazione. E la situazione potrebbe  acuirsi dopo l’estate, con la riapertura delle fabbriche (cfr il comunicato sindacale di Cgil Cisl Uil) e dei campus universitari, con proteste  e manifestazioni che potrebbero sfuggire di mano a chi avanza una giusta protesta e andare in direzioni preoccupanti. Ecco perché oggi il Governo Netanyahu, pieno di estremisti e messianici, più di Hamas, è pericoloso per il popolo di Israele e per tutto il popolo ebraico. Bisogna spegnere l’incendio prima che divampi. Le reazioni di questi giorni (con la gente in piazza a Tel Aviv, la protesta nelle Università, la presa di posizione di eminenti intellettuali ebraici, in Israele e nel resto del mondo, la mobilitazione della politica europea, da Macron a Starmer a Merz, la ripresa dell’iniziativa dell’Onu) devono portare senza alternativa alcuna al raffreddamento della crisi e allo stop delle operazioni militari da parte di Israele. Una parte rilevante in questa azione politica la gioca la potente comunità ebraica internazionale che può mobilitare il suo peso a presidio della sua dimensione mondiale. Solo Washington al momento, contraddicendo la sua storia recente di impegni negli Accordi di pace, sembra non aver capito la drammaticità della realtà palestinese. Circuito da blandizie, più dannose che sincere, Trump sembra in balia della narrazione parziale e opportunistica di Netanyahu. A questo punto la chiave della crisi di Gaza non è a Washington. È a Tel Aviv e in Medio Oriente, dove le dichiarazioni della Lega araba, di netta condanna verso Hamas, cui viene chiesto di consegnare le armi, segnano un elemento di grande novità, e nella mobilitazione europea e delle coscienze occidentali. L’Europa può giocare un ruolo determinante, forte del suo peso economico, politico, culturale e diplomatico. Le azioni al suo arco sono tante e incisive. Occorre dire, come ha fatto papa Leone XIV: noi stiamo con i giovani di Gaza (e dell’Ucraina), indicando bene i responsabili dei massacri. Il Governo Netanyahu è andato ben oltre ogni ragionevole misura e  proporzione nella risposta alla strage del 7 ottobre 2023,  mettendosi ( e mettendo il popolo di Israele) dalla parte sbagliata della storia.

La lezione dei padri di Israele

Alla luce della situazione descritta, della perseverante barbaria che non risparmia neanche gli operatori dell’informazione oltre che religiosi, si delinea anche uno scostamento dalla tradizione politica dei grandi capi di Governo di Israele.  Ne esce tradita la lezione di Golda Meir che rivolta agli arabi disse: “Noi vi potremo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli ma non vi perdoneremo mai per averci costretto a uccidere i vostri” e di Yitzhak Rabin “La via della pace è preferibile alla via della guerra” e di Ariel Sharon che, tra accese proteste dei coloni, ritirò unilateralmente l’esercito da Gaza “questa decisione è un atto di forza e non di debolezza….adesso il mondo aspetta la reazione dei palestinesi…dovranno combattere  le organizzazioni terroristiche… e ricercare sinceramente la pace”.

In questo contesto i palestinesi non sono immuni da responsabilità: più volte hanno mancato le scelte politiche opportune a costruire un “entità statuale unitaria”, rincorrendo e privilegiando la dimensione araba, finendo nel gioco dei paesi confratelli, facendo prevalere ragioni e azioni estremistiche, come da ultimo nel caso di Hamas, vero alleato di Netanyahu nella regione.

Detto ciò, Israele ha il sacrosanto diritto di difendersi e anche di prevenire nuovi attacchi terroristici; ma non ha alcun diritto di proseguire nella logica imperialista di nuovi insediamenti in Cisgiordania e nella follia dell’occupazione totale di Gaza; di deportare un milione di persone, compiendo un crimine contro l’umanità, sanzionato dal diritto internazionale e dalla coscienza del mondo civile. Tutto ciò porterà- come temono i vertici militari- ad un escalation di violenza senza precedenti e, soprattutto, senza fine e senza pace, per il popolo israeliano e per quello palestinese. Altro che Riviera di Gaza. Netanyahu sta preparando un nuovo Vietnam, sulle sponde del Mediterraneo, con una guerriglia strada per strada, in un’area tra le più densamente abitate, con una popolazione che cresce ad ogni generazione, alimentata dall’ odio crescente sotto i tunnel di Gaza come in quelli sotto Cu Chi, alle porte di Saigon. A  Trump e alla sua amministrazione dovrebbero suonare le sirene nelle orecchie per il costo umano economico e politico pagato con la guerra in Vietnam. Altro che Nobel per la pace, fiancheggia il massacro dei palestinesi e il progetto di deportazione di massa dei gazawi.

La chiave della crisi è a Tel Aviv.

La società israeliana, con il supporto della comunità internazionale, deve porre fine, con la sua azione di protesta e mobilitazione, il massacro in atto, per costruire, con fatica, sacrifici e rinunce un futuro di pace con “due Popoli due Stati”, secondo le indicazioni delle risoluzioni Onu e dell’Accordo di Oslo firmato da Rabin e Arafat.

Il Governo israeliano vuole la pace o la guerra? A questa domanda Netanyahu deve rispondere al suo popolo e al mondo. Un Governo che si ponga la questione del domani per i suoi figli, è necessario che concorra alla convivenza delle due comunità, accomunate dalla storia a vivere nello stesso spazio, anche alla luce della debole e incerta dimensione statuale palestinese, che proprio per questo va sostenuta e incoraggiata, non divisa. Operando, con il sostegno internazionale, per ricostruire città e villaggi, infrastrutture civili, il tessuto economico: per sottrarre alla povertà le masse palestinesi di Gaza, sradicando la radice di odio che affonda nella disperazione della fame e che fece dire a Ehud Barak, “se io fossi nato palestinese, sarei entrato in un organizzazione  terroristica”.

A Gaza non c’è una soluzione militare. C’è solo una soluzione politica. Un lavoro lungo, paziente, di ricostruzione e rinascita, per prosciugare il mare di odio e coltivare la pace.