Quasi 63.000 detenuti nelle carceri italiane, capaci di contenerne regolarmente 48.000. Erano circa 56.000 i detenuti quando, nel 2021, assunsi il ruolo di Garante comunale a Padova. La situazione è andata via via peggiorando negli anni, con un aumento costante delle persone ristrette. Ci stiamo avvicinando al punto di rottura, come avvenne nel 2013, quando una sentenza della Corte europea condannò l’Italia per le condizioni in cui teneva i carcerati, che rasentavano la tortura: celle con meno di 3m² di spazio disponibile per persona. Si ricorse allora a misure straordinarie, quali l’apertura delle sezioni attraverso la vigilanza dinamica, e il riconoscimento di una riduzione di pena per chi risultasse sottoposto a condizioni detentive non adeguate e dignitose. Ora di nuovo le cifre parlano da sole e denunciano ancora la precarietà in cui versa il sistema dell’ esecuzione penale in Italia: andiamo incontro a nuovi richiami e sanzioni dall’ Europa, mentre l’esecutivo pare preso sempre più dall’incauto esercizio di rispondere col carcere a nuovi reati e aumentare le pene relative, ovvero ad eliminare quegli ammortizzatori che, come la sorveglianza dinamica, tendevano ad attenuare le inadeguate condizioni detentive.
Bisogna capire esattamente cosa significa tutto ciò e cosa comporti il sovraffollamento nelle prigioni: non si tratta infatti solo di un dato spaziale, riferito ai m² disponibili, bensì di un quadro che mette in crisi un sistema già provato da decenni di trascuratezza rispetto alla missione costituzionale affidatagli.
Vediamo un po’.
Pensiamo ad un contesto qualunque, di scuola, lavoro o altro, ideato per un certo numero di persone, che si trovi ad essere popolato da una quantità di individui superiore del 30% e più rispetto a quanto previsto, senza alcun adeguamento di spazi e personale. È evidente che un sistema in tali condizioni si troverà in forte difficoltà e sofferenza. Lo si è per esempio constatato quando nelle scuole venne innalzato a 30 e più il numero di alunni per classe. Le lezioni si potevano fare ugualmente ma la qualità della vita interna, dell’insegnamento e degli interventi personalizzati ne risentiva, a principale discapito dei più fragili. Lo stesso succede nelle carceri, con l’aggravante che lì le persone sono affidate in toto allo Stato e devono trascorrere tutto il tempo ristrette, senza possibili alternative. La mancanza di spazio è la prima conseguenza: celle pensate per 1-2 persone ora ne ospitano 3-4, attraverso l’inserimento di letti a castello. I metri procapite si riducono, si devono fare i turni per andare al bagno, manca lo spazio per le proprie cose, la promiscuità e il disagio per una convivenza obbligata aumentano. Studi antropologici mostrano chiaramente come le condizioni di cattività e di costrizione in spazi angusti scatenino reazioni di aggressività verso se stessi e gli altri in tutte le specie animali, uomo compreso. Come si può dunque affermare che il fenomeno dei suicidi, 20 volte superiore nelle carceri rispetto a fuori, non c’entri nulla col sovraffollamento? Si è perfino andati oltre, sostenendo che essere in tanti ridurrebbe il rischio suicidiario perché si starebbe meno da soli (sic!). Non meriterebbe nemmeno risposta, se il numero dei suicidi non fosse in continuo aumento negli ultimi anni (90 nel ’24, 55 ad oggi nel ’25). Certo, non sarà l’unica causa, ma un nesso causale senza dubbio esiste in molti casi, anche alla luce delle osservazioni seguenti.
Sovraffollamento non ha solo a che fare con gli spazi, bensì (e forse anzitutto) con le attenzioni che un sistema è in grado di dedicare al singolo individuo. Non è la stessa cosa per un educatore seguire 50 persone o seguirne 100, tener presenti le dinamiche e gli interventi da fare verso ciascuno affinché il trattamento sia efficace e porti ai risultati attesi. Gli psicologi, già scarsi rispetto alle necessità “normali”, poco potranno fare verso chi ne chiede l’intervento: sarà già molto se riusciranno a vedere per una volta i richiedenti colloquio e a registrarne il profilo. Lo stesso vale per mediatori culturali e altri operatori trattamentali. Gli unici ad avere contatto quotidiano con le persone recluse sono gli agenti di sezione, pure loro comunque sotto organico, che si fanno carico in qualche modo delle innumerevoli richieste emergenti, senza poter, in molti casi, dare risposte esaurienti e adeguate. E questo non per trascuratezza ma per il ruolo specifico che si trovano a ricoprire nel carcere. Il sovraffollamento poi riduce le quote di chi riesce ad usufruire dei servizi scolastici o del lavoro, interno ed esterno, e appesantisce l’opera già gravosa del servizio sanitario. Pensiamo per esempio alla grande quantità di tossicodipendenti presenti nei nostri istituti. Il loro numero aumenta costantemente, mentre gli psicologi del SERD rimangono pochi e con scarsi mezzi d’intervento. Mandarli in comunità, dice il Ministro, come se fosse facile e immediato: e perché allora non si è già fatto? Lo stesso vale per l’assegnazione in misure alternative fuori di chi ne potrebbe usufruire: se è praticabile, come mai non lo si fa già? Nessuno parla delle condizioni in cui versano gli ULEPE, con pochissimi assistenti sociali a seguire migliaia di persone, o i Tribunali di sorveglianza che decidono sull’assegnazione in misura alternativa al carcere: 250 magistrati ca. in tutta l’Italia, a coprire una popolazione di oltre 60.000 detenuti + 90.000 già assegnati. Insomma, le parole volano leggere, ma sono ben diverse dai fatti!
Dunque il sovraffollamento non implica solo problemi di spazio ma anche una grande serie di effetti secondari che oggi comportano conseguenze molto pesanti. Ma per capirlo bisogna conoscere e per risolvere bisogna volere. E ci vuole senso di umanità e coraggio per affrontare un problema che non porta grandi consensi elettorali. Per molti è più comodo cavalcare il populismo e non intervenire per evitare che il sistema degeneri. Ma in quella direzione inevitabilmente si andrà se non si riporta con urgenza la legalità costituzionale anche dentro alle carceri.