È passato più di un anno da quando ho assunto l’impegnativo incarico di “Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale” del Comune di Padova. Sin dall’inizio ho capito che vi erano molte aspettative per l’introduzione di questa figura che finalmente, dopo lunga attesa, veniva istituita anche nel territorio padovano. In precedenza a Padova si poteva far riferimento solo al Garante regionale o a quello nazionale, con tutte le limitazioni che ciò comportava, trattandosi di persone operanti al di fuori del territorio e già sovraccariche di competenze. Un garante territoriale dedicato e “a portata di mano” fu quindi da subito vissuto come una risorsa provvidenziale in prima istanza dai detenuti e dal variegato mondo delle associazioni di volontariato sociale e del “terzo settore” che operano da tempo nell’istituzione penitenziaria. Lo dimostra il numero enorme di domande che subito mi sono pervenute e che hanno poi continuato ad arrivarmi dalle carceri (in questo primo anno ho effettuato oltre 600 colloqui), insieme alla quantità di scambi e interlocuzioni avute con volontari, cooperative, associazioni, soggetti vari che orbitano nel mondo carcerario, i quali avevano richiesto e attendevano da tempo l’introduzione di un Garante anche a Padova. Qui infatti, oltre al Carcere circondariale, esiste una Casa di Reclusione che è uno dei maggiori penitenziari d’Italia, e opera da sempre con grande impegno un’ampia rete del terzo settore. Devo dire che l’attesa era condivisa anche da chi dirige gli istituti carcerari e lavora in quell’ambito: ho trovato finora in essi ascolto e disponibilità a collaborare affinché ci si dia da fare concretamente sempre più nella direzione indicata dall’articolo 27, comma 3, della nostra Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Sono entrato in funzione in un frangente difficile, quando imperversava la pandemia e la campagna vaccinale era solo agli inizi. In quel momento alla carcerazione ordinaria si sommavano i provvedimenti ulteriormente restrittivi dettati dalle norme di prevenzione sanitaria: mascherine, plexiglass, quarantene, blocco delle visite e delle presenze esterne, sospensioni delle attività… Ciò nonostante, e forse anche per questo, le richieste di colloquio e le visite in carcere sono state fin dall’inizio numerosissime e mi hanno dato modo di entrare in rapido contatto con questo “mondo parallelo” che solo in parte avevo conosciuto negli anni precedenti attraverso il progetto “A scuola di libertà”, cui avevo partecipato in veste di insegnante con le mie classi. Allora si trattava di sporadici incontri a scuola con detenuti, volontari, operatori, organizzati tramite l’associazione “Granello di senape”, che culminavano con la visita degli studenti al carcere, dove si attuavano iniziative di ascolto e confronto con gruppi selezionati di reclusi in auditorium o nella redazione di “Ristretti orizzonti”. Ora invece l’approccio alla realtà carceraria è a 360 gradi. Non solo con alcuni ma con tutti i tipi di reclusi: comuni, protetti, di alta sicurezza, studenti, lavoranti, ozianti, giovani, anziani, italiani, stranieri, coinvolti nelle attività (lavoro, studio, corsi, gruppi sportivi, musicali, teatrali, cinema, ecc.) o del tutto estranei alle stesse, per scelta o per necessità.

Ho preferito incontrarli nelle sezioni, dove trascorrono la maggior parte del tempo assieme agli altri detenuti e agli agenti, piuttosto che negli asettici uffici del piano terra. Ho inoltre preso subito contatto e stabilito relazioni di scambio e, possibilmente, di collaborazione con gli innumerevoli soggetti che operano ai vari livelli o hanno a che fare col sistema penitenziario locale: dal Provveditore ai Direttori degli Istituti, dai Comandanti agli Agenti di polizia penitenziaria, dai responsabili del Settore educativo agli psicologi, dagli insegnanti dei Corsi ai dirigenti e operatori del Servizio sanitario interno, dai Magistrati di sorveglianza all’Ordine degli avvocati e alla Camera penale, dalle Cooperative agli Sportelli, dalle Associazioni ai vari volontari, dall’UEPE alle strutture territoriali e amministrative che supportano l’esecuzione penale esterna e sovrintendono agli interventi sociali necessari. Ho constatato in tal modo la complessità del sistema, ma anche la ricchezza d’iniziative che il nostro territorio offre al mondo penitenziario e alle persone ristrette, e che fa della nostra città un’eccellenza nazionale di cui tutti i padovani dovrebbero andare orgogliosi.

Detto ciò, vorrei sviluppare alcune considerazioni che nascono dall’esperienza fatta finora, e presentare alla fine una modesta proposta, nella speranza di offrire un piccolo contributo all’importante discussione sul carcere che da tempo la rivista “Ristretti orizzonti” anima e mantiene viva in Italia.

Prima considerazione

L’universo carcerario è complicato e lavorarvi non è semplice. Almeno 4 ministeri vi sono coinvolti (in aggiunta a quello della Giustizia, sia il MIUR, che la Sanità che gli Interni hanno competenze specifiche in materia) oltre alle Amministrazioni locali (Comuni e Regioni) con alcuni assessorati o funzionari dedicati. Dirigenti, operatori e personale affrontano quotidianamente il lavoro in condizioni difficili, spesso sotto organico e in situazioni di emergenza. Se non fosse per il supporto offerto dal terzo settore e dai volontari, la “funzione trattamentale della pena” (espressione tecnica indicante il percorso che un recluso può fare per riflettere su sé stesso e sulle cause e conseguenze del proprio reato, per rivedere la propria storia e creare condizioni che consentano un cambiamento positivo) rischierebbe di perdersi, risultando residuale, e il carcere in tal caso eserciterebbe la mera funzione securitaria e di controllo. Il sovraffollamento nelle carceri italiane è endemico, come pure il sentimento di frustrazione derivante dalla consapevolezza che alcuni obiettivi ideali sanciti dalla Costituzione e tradotti normativamente dall’Ordinamento Penitenziario, nelle condizioni attuali si fa fatica a realizzarli. Tale stato d’animo risulta palpabile nelle persone, che spesso manifestano un senso di incompiutezza o di stress nell’affrontare le incombenze quotidiane, e si manifesta di quando in quando attraverso denunce collettive o reazioni di malessere individuale. Insomma, far funzionare a dovere nei diversi ambiti un istituto penitenziario non è cosa semplice, e una quota del malessere che contraddistingue lo stato dei reclusi serpeggia inevitabilmente anche fra gli operatori.

Seconda considerazione

Nel “microcosmo carcerario” presente nel territorio padovano sono direttamente coinvolte oltre un migliaio di persone (parlo solo degli istituti penitenziari, se si considerasse anche l’esecuzione penale esterna i numeri sarebbero molto maggiori). Il Carcere circondariale e la Casa di reclusione ospitano oggi circa 700 detenuti. Si tratta di individui diversi, ciascuno con alle spalle una storia personale particolare. C’è chi è in attesa di giudizio definitivo, c’è chi è già stato condannato per uno o più reati e si trova a scontare una pena per questo. Si sentono racconti di tutti i tipi sui percorsi che hanno portato alla violazione delle leggi, alla commissione di delitti, all’espiazione delle pene. Quasi sempre chi è recluso ammette che sia giusto pagare per gli errori fatti e per i danni inflitti agli altri e alla società, e riconosce nella perdita della libertà la componente emendativa o, usando un termine giuridico, “retributiva” della pena che deve scontare. Quel che spesso viene chiesto dai detenuti è che però alla giusta espiazione non si aggiunga un supplemento di sofferenza, una pena accessoria non dovuta, consistente nel permanere in un limbo d’incertezza, in balia di meccanismi ignoti o difficilmente comprensibili, in ambienti malsani e sovraffollati, isolati dal mondo esterno, impediti nel provvedere a se stessi, poco sostenuti nell’intraprendere la via del cambiamento personale. In carcere nessuno è obbligato a fare dei percorsi e delle “attività trattamentali”, ma chi potrebbe provarci non sempre trova supporti sufficienti per intraprendere la strada. Fra i ristretti molti sono tossicodipendenti, e la quota di persone che manifestano turbe mentali è in continuo aumento, come pure il numero di giovani e giovanissimi, i quali spesso finiscono dentro per cumulo di piccoli reati che, sommati fra di loro, portano anche a condanne a diversi anni di reclusione. Anche la percentuale di detenuti stranieri è alta, specie nel Circondariale, e richiederebbe la presenza di mediatori culturali e operatori con formazione specifica.

Se si pensa che la pena debba essere umana e anche rieducativa bisognerebbe per ciascuna di queste persone prevedere condizioni detentive dignitose, adeguato soddisfacimento dei bisogni fondamentali e interventi che consentano, a chi lo vuole, di intraprendere una via di ripensamento su se stesso e di reinserimento nella società. Ma non sempre questo accade e i luoghi della detenzione, al di là della volontà dei singoli, spesso si limitano a contenere, sorvegliare, consentire la sopravvivenza, non essendo in grado di offrire a tutti lavoro, assistenza come fuori o attività che avviino a percorsi virtuosi. Il volontariato, il terzo settore, la scuola nel carcere svolgono una funzione essenziale ed imprescindibile a questo livello, continuando a dimostrare, attraverso le tante attività proposte, che è sempre possibile dar corpo concretamente alla funzione rieducativa e risocializzante della pena. Tuttavia le condizioni generali non consentono un’adeguata presa in carico di tutti i ristretti, i quali manifestano spesso esigenze impellenti e talvolta estreme. Solo qualche esempio: c’è chi, pur ancor giovane, si trova ad avere in carcere grossi problemi ai denti o perfino ad essere completamente sdentato e in condizioni di totale indigenza, che non gli permettono di pagarsi una protesi. Tanti, privi di qualunque reddito e supporto esterno, avrebbero bisogno di lavorare, ma il carcere riesce a dar lavoro stabile solo ad un detenuto su quattro (che comunque è una fra le percentuali più alte in Italia), mentre gli altri si devono accontentare di brevi periodi d’impiego in servizi interni (pulizie, magazzino, cucina, distribuzione vivande) e di compensi minimi e saltuari per questo. Fra le richieste che mi arrivano durante i colloqui, quella del lavoro è al primo posto, e so di detenuti che lavorando nelle cooperative mantengono la famiglia fuori o inviano soldi ai parenti all’estero. C’è poi la salute, precaria per molti, che emerge come altro tema ricorrente nei colloqui. I servizi sanitari interni coprono le esigenze di base (i LEA) ma in molti casi faticano a dare risposte alle innumerevoli richieste che giungono da chi, essendo recluso, vede accentuarsi le proprie patologie ed aggiungersene di nuove. E, come si può immaginare, in tempi di covid tutto risulta più complicato, in carcere più che fuori. Qualcuno, avendo la possibilità di pagare, si può far assistere privatamente anche dentro, rispettando i rigidi protocolli previsti, ma si tratta comunque di una piccola minoranza: la stragrande maggioranza dei detenuti è indigente e con livelli d’istruzione piuttosto bassi. Anche per questo il carcere è stato definito da qualcuno una “discarica”, destinata a raccogliere persone provenienti dagli strati più deboli e precari della società, che per questo vengono considerate “rifiuti”. Mantenendo la sgradevole similitudine, se anche in questo ambito si riuscisse a recuperare e a valorizzare, come si fa con la raccolta differenziata nelle discariche degli oggetti, il carcere assumerebbe una valenza estremamente positiva per la comunità e per il territorio oltre che per le persone detenute. Ma non è certamente facile realizzare qualcosa del genere, specie in un mondo in cui molti per scelta ideologica preferiscono ignorare i principi costituzionali e la realtà detentiva, o contribuiscono ad alimentare un’opinione pubblica spaventata e impregnata di luoghi comuni. Più semplice illudersi di confinare “il male” in un luogo fisico lontano dalla vista e dimenticarne l’esistenza, salvo poi ritrovarselo davanti ciclicamente, visto che chiudere gli occhi di fronte ai problemi non è mai una strategia vincente. “Metterli in galera e buttare la chiave” e “farli marcire in prigione” sono le risposte più facili, ma anche le più dannose che si possano dare, non risolvono alcun problema, anzi, aggravano quelli già esistenti. Come se, riprendendo la metafora, si tornasse ad affrontare la questione dei rifiuti proponendo le discariche a cielo aperto o l’inceneritore, in luogo del recupero e della raccolta differenziata.

Terza considerazione

Come si sarà capito, nei colloqui coi detenuti molti sono i problemi che mi vengono posti: sovraffollamento, condizioni igieniche, salute, lavoro, recupero documenti, questioni burocratiche, rapporti con la famiglia, comunicazioni interne all’Istituto o verso l’esterno, permessi, sintesi, misure alternative, richieste di trasferimento in altre carceri o di espulsione in altri paesi, convivenza nelle sezioni, accesso alle attività e ai corsi, assistenza esterna… Ognuna di tali questioni richiederebbe approfondimenti specifici, che magari si potranno fare di volta in volta anche in questa rivista. Quel che ora mi preme evidenziare, a partire dall’esperienza fatta in questi 14 mesi, è un problema specifico che ha comunque a che fare con tutto il resto: come funziona la comunicazione all’interno del carcere.

La marea di richieste di colloqui che mi è giunta fin dall’inizio e che continua ad arrivare ancora, ha a che fare proprio con questo. I detenuti hanno bisogno di comunicare, sia all’interno che all’esterno del carcere, la partita della rieducazione e della risocializzazione si gioca in buona parte a questo livello, ma ogni loro richiesta di contatto con soggetti diversi dai reclusi e dagli agenti della sezione passa attraverso una prassi complicata. Bisogna compilare una domanda (o meglio, una “domandina”: diminutivi e termini con desinenze simili -es.: spesino, scopino- imperversano nel carcere, quasi a sottolineare la dimensione infantilizzante cui un detenuto è sottoposto). Questa, una volta inoltrata, si avvia ad un percorso tortuoso, non sempre facilmente identificabile, fino a giungere, quando non si perde in qualche meandro e dopo essere stata visionata da vari soggetti, al destinatario.

Una domanda può essere inviata a diversi soggetti: educatori, psicologi, medici, volontari, magistrati di sorveglianza, direttore, comandante, garante… “Egregio [segue titolo e o nome], il sottoscritto [segue nome] detenuto nella sezione X chiede di poter avere un colloquio con Lei per questioni di massima urgenza”: questo in genere il tenore della “domandina” scritta nel modulo prestampato che talvolta non viene compilato dal diretto interessato, magari straniero o semianalfabeta, bensì da detenuti esperti o da benevoli agenti della sezione. Quale fine facciano alcune domandine è un mistero: capita che richiedenti una volta raggiunti mi dicano di aver scritto decine di domande mentre a me ne è giunta una sola. Mah.

In genere non lascio passare più di una settimana prima d’incontrare il richiedente; ciò comporta una o magari due o tre spedizioni settimanali per udienze al Circondariale o alla Casa di Reclusione. È un obiettivo che mi sono dato: non lasciar passare troppo tempo, far capire che il Garante c’è e risponde alle chiamate. I detenuti se ne accorgono e apprezzano, considerato che molte loro domandine vengono del tutto ignorate o ricevono risposta dopo mesi e mesi. Quella dell’attesa è la dimensione prevalente in carcere. Lì i più non fanno che aspettare che il tempo passi in qualche modo. Ma un’attesa vuota, priva di azioni utili, di cambiamenti e di riscontri, spesso non fa che aumentare la tensione, incattivisce, fa sentire le persone non considerate e i loro problemi inconsistenti. Non sempre le richieste che mi vengono fatte sono oggettivamente congrue o urgenti, questo è vero, com’è vero che chi opera nel carcere è spesso oberato da una grande mole di lavoro e da diversi incarichi, e ciò non consente di far fronte a tutte le domande d’intervento che arrivano dalla popolazione carceraria. D’altra parte però chi è ristretto vive in molti casi situazioni di forte disagio e problemi che a suo modo di vedere richiedono una rapida soluzione e per questo ha bisogno di interloquire con chi sovrintende alle varie funzioni e che, normalmente, incontra le persone recluse in maniera sporadica. Teniamo presente che un detenuto, essendo forzatamente limitato nella possibilità di movimento e di azione, dipende in toto dagli altri. In tali condizioni comunicare ed essere ascoltato diventa esigenza essenziale per chiunque e a qualunque costo. C’è chi ricorre all’autolesionismo, allo sciopero della fame o ad azioni eclatanti pur di essere preso in considerazione.

Per quanto mi riguarda, lo ripeto, quando ricevo domandine cerco d’incontrare presto la persona, di capire il problema e di segnalarlo a chi può intervenire. A volte anche il solo ascolto serve ad attenuare la tensione in quanto dà riconoscimento e considerazione all’interlocutore. Per parlare con me, oltre a chiedere un colloquio tramite modulo prestampato, un recluso avrebbe altri possibili canali di comunicazione (lettere, servizio “mai dire mail”, telefonate di parenti) ma sono tutte vie indirette e comportanti tempi d’attesa più lunghi rispetto alla “domandina”, che resta quella privilegiata.

Non sarebbe il caso di creare delle regole e delle procedure più snelle, che consentano tempi d’attesa contenuti per ottenere ascolto e riscontri celeri da parte dei vari soggetti? Credo che una risposta veloce, anche se negativa, ad una domanda valga più di un lungo, indifferente silenzio. Il vuoto pesa per tutti. Per chi è privato della libertà la mancanza di comunicazione rappresenta un supplemento di pena che a volte può risultare insopportabile.

Una modesta proposta.

Chi sta scontando una pena detentiva si trova ad essere inserito in un contesto reclusivo in cui ogni momento della giornata, ogni azione, ogni spostamento sono sottoposti a regole e controlli precisi da parte di autorità superiori. All’individuo recluso non rimane che sottostare a tali ingiunzioni e procedure, le quali scandiscono la sua giornata. Il sistema dell’esecuzione penale è questo ed io non ho né titolo (il garante è una figura non giurisdizionale) né formazione specifica (non sono specializzato in scienze giuridiche) che mi consentano di entrare nel merito delle norme adottate. L’ambito in cui opero è quello della tutela dei diritti umani per le persone private o limitate nella libertà, la mia funzione rappresenta solo un presidio per verificare e garantire il rispetto di quanto prevede in materia la nostra civiltà costituzionale. Quel che vorrei ora mettere in evidenza è il fatto che molti detenuti ignorano come funzioni il sistema e vi si trovano inviluppati senza conoscere le norme che lo regolano. Si tratta spesso di persone prive di cultura, magari straniere, provenienti da ambienti sociali particolari o in molti casi degradati, forse al primo arresto o con alle spalle una serie di esperienze detentive, talvolta anche all’estero. Capita in questi casi di ascoltare racconti su come funzioni la reclusione fuori dall’Italia, per esempio in Austria, in Svizzera, in Germania, in Norvegia. Nel confronto fra i diversi sistemi emerge quasi sempre un dato: chi sconta la pena in altri stati europei sa quali siano le regole della detenzione, cui il personale si attiene rigorosamente, mentre in Italia risulta più difficile capire esattamente come funzioni l’apparato. Da noi ogni Istituto dovrebbe avere un Regolamento interno, ma se guardiamo a quelli del nostro territorio notiamo che manca tuttora un regolamento aggiornato (quello in vigore è obsoleto, vecchio di decenni e il nuovo attende ancora il nullaosta del DAP). Da quando opero come garante non ho avuto la possibilità di visionare il nuovo regolamento, mentre quello vecchio pare essere inadeguato alla situazione attuale e ignorato dai più.

Credo che un regolamento interno valido dovrebbe sempre essere in vigore e noto tanto ai reclusi quanto a chi opera nel carcere; dovrebbe inoltre tener conto delle esigenze quotidiane presenti nell’Istituto e dar risposte normative al trattamento delle richieste più frequenti di chi è recluso, il quale, pur nelle limitazioni stabilite dal regime di detenzione, conserva diritti fondamentali e si attende un trattamento ispirato ai criteri di umanità.

La mia modesta proposta è la seguente: si faccia in modo che l’Amministrazione penitenziaria informi in maniera sistematica dell’esistenza sia della “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati” (DM 5 dicembre 2012) sia del “Regolamento interno” e della “Carta dei servizi sanitari” in vigore nell’Istituto e metta a disposizione di chi entra in reclusione una copia di questi documenti, che dovrebbero essere presenti e resi facilmente consultabili in tutte le sezioni del carcere. La “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati” è scaricabile dal sito del Ministero della Giustizia in varie versioni linguistiche. Questi testi andrebbero letti e spiegati alle persone recluse dal momento della loro carcerazione, magari a cura degli agenti stessi della sezione, o di un educatore, o di chi insegna in carcere, o di un mediatore culturale, in modo che ciascun recluso sia in grado da subito di conoscere tanto le norme che regolano il funzionamento dell’istituzione, quanto i diritti e i doveri che ci si attende vengano rispettati ed assolti. Sarebbe un’operazione utile sia per creare nei ristretti consapevolezza della loro nuova condizione, sia per definire il contesto detentivo. A chi ha compiuto dei reati, andando contro ai codici del vivere civile, tale operazione restituirebbe fin dall’inizio della pena quel senso di legalità costituzionale che dev’essere garantita e che tutti gli individui sono tenuti a rispettare o a recuperare, ma cui anche tutte le Istituzioni della nostra Repubblica si debbono attenere, sempre e in qualunque contesto si operi.

L’applicazione precisa, attenta, sistematica di un tale passaggio informativo mi sembra misura necessaria per avviare un percorso di esecuzione penale proficuo e per trasmettere quel senso di rispetto delle regole che a tanti è probabilmente mancato. Niente di eccezionale, si tratta semplicemente di ricordare, come ha fatto il 20/6/22 nella sua Relazione al Senato il Garante nazionale Mauro Palma, che “la solida ordinarietà dell’agire democratico è l’asse portante della nostra Carta”, e di muoversi conseguentemente.

Antonio Bincoletto, Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale del Comune di Padova