Andare a ritroso, viaggiando dalle zone sicure fino a una città ucraina vicina al fronte come Kharkiv. Avvicinarsi agli ucraini, per sentire in profondità la vita vera, vissuta in prima persona e non osservata tramite uno schermo che distorce la realtà. Essere testimoni di ciò he subiscono e pregare insieme a loro affinché la pace e la vittoria diventino finalmente realtà. Ricordare al mondo la tragedia e la forza del popolo ucraino e la necessità di istituire Corpi civili di pace per aiutare le popolazioni colpite dalla guerra.

Questi erano alcuni fra i tanti motivi che hanno ispirato la quattordicesima missione di MEAN (Movimento Europeo di Azione Non-violenta) in Ucraina. “Il giubileo della speranza in Ucraina” è iniziato il primo di ottobre a Cracovia dove si sono dati appuntamento oltre un centinaio di attivisti, appartenenti a prominenti rappresentanti del mondo del volontariato italiano: Azione Cattolica, Acli, ANCI, MoVI, MASCI, AGESCI, Base Italia, Fondazione Gariwo, Piccoli Comuni del Welcome, Reti della Carità, Progetto Sud, Ordine Francescano Secolare e infine i membri di due associazioni che fanno parte di NAU – Network Associazioni per l’Ucraina.

C’erano persone da tutta l’Italia, di età fra 16 e 85 anni, giornalisti, sindaci, preti, scout, volontari e semplici cittadini, alcuni alla prima missione, altri “recidivi”, tutti uniti dal desiderio di condividere il cammino della speranza coi fratelli e sorelle ucraini, facendo il pellegrinaggio giubilare in Ucraina. Ero felice di partecipare, perché, dopo la missione fatta con MEAN a luglio del 2024, trovavo giusta sia l’idea, sia la compagnia.

Siamo arrivati a Kyiv il giorno dopo, durante l’allarme aereo, condividendo così fin da subito con gli ucraini l’esperienza ormai quotidiana del pericolo. La prima sosta è stata in Piazza dell’Indipendenza, la celebre Maidan che ha visto tante manifestazioni cruciali per la recente storia ucraina. Davanti alla marea di bandierine che commemorano i caduti in questa guerra, abbiamo pregato alla loro memoria insieme al nunzio apostolico mons. Visvaldas Kulbokas. Lui ha ricordato la responsabilità dei politici, ma anche di ciascuno di noi come testimoni oculari, dicendo: “Ogni parola che voi usate qui ha effetto immediato”.

La pioggia non ha fermato il nostro cammino verso la chiesa cattolica di San Alessandro dove ci aspettava una messa e una visita guidata con la bravissima guida Natalia Lykhyvska, responsabile del dipartimento del Museo di Storia Nazionale, che ha intrecciato le epoche focalizzando l’attenzione sui gioielli architettonici del passato e le ferite del presente.

Nel pomeriggio la delegazione ha attraversato il paese in treno alla volta di Kharkiv, arrivando sempre con la sirena in sottofondo in una città bella ma immersa nel buio.

La mattina del tre ottobre il gruppo del MEAN, con il loro rappresentante A. Moretti, hanno partecipato alla messa presso la storica cattedrale cattolica di Kharkiv in centro città. La messa era celebrata dai sacerdoti greco-cattolici e romano-cattolici, in presenza del nunzio apostolico, in italiano, ucraino e polacco, accompagnata dal bellissimo canto corale, a cui si univano anche le voci dei pellegrini.

Nella sua omelia il vescovo romano-cattolico Pavlo Goncharuk ha detto chiaramente: “Siamo qui per difendere la libertà, la pace e la vita stessa. Siamo vicini al confine dove il bene si scontra in modo intenso con il male e quindi la preghiera fatta qui è molto necessaria e potente.”

A conferma del fatto che le preghiere vanno di pari passo con l’azione a favore dei bisognosi, accanto alla cattedrale neogotica abbiamo visitato il centro comunitario della Caritas che offre consulenze psicologhe, visite mediche, attività per bambini e distribuisce i viveri. Questa tradizione di accoglienza risale addirittura al 1915, quando i cattolici di Kharkiv accolsero gli armeni che fuggivano dal genocidio.

Dal centro città ci siamo trasferiti in periferia, alla chiesa greco-cattolica di San Nicola. L’esterno di questa chiesa barocca è ancora in fase di cantiere, ma nel sotterraneo si celebra la messa e nel cortile, fra le aiuole fiorite, sono disposte le tende per la distribuzione degli aiuti.

La guerra ha interrotto i lavori, ma le celebrazioni vanno avanti nella sala che serve anche da rifugio. Nei primi giorni dell’invasione la gente si rifugiava in chiesa per salvarsi dai combattimenti di strada, da allora è diventata punto di riferimento per la distribuzione degli aiuti umanitari, che arrivano in primo luogo dall’Italia e vengono immagazzinati dentro la chiesa, nel labirinto delle impalcature che sorreggono la cupola. Era commovente per i volontari italiani di “Frontiere di Pace” di Como vedere con i propri occhi i destinatari dei loro aiuti.

L’esarca greco-cattolico di Kharkiv, Vasyl Tuchapez ha raccontato l’esperienza dei primi giorni dell’invasione quando arrivavano numerosi profughi bisognosi d’aiuto dalla città di Kupiansk e da altre zone occupate. L’esarca ha anche ringraziato i pellegrini che nell’anno giubilare non hanno temuto di viaggiare per mostrare la solidarietà cristiana e pregare insieme per la pace in Ucraina. Poi si è celebrata una messa per la Vergine Maria in lingua ucraina e italiana, in cui l’esarca ha sottolineato che è importante essere attivi nell’aiutare il prossimo: “La vera chiesa ora è quella che benda le ferite e asciuga le lacrime di chi ne ha bisogno e Dio cammina con noi per rendere più leggero il nostro agire nella misericordia.”

Dopo due messe che avevano reso gioioso il nostro spirito, dovevamo affrontare un’esperienza difficile: la visita ad uno dei cimiteri cittadini in rapida espansione. Questo spiazzo enorme fuori città, fondato nel 2014 per gli eroi caduti nei primi anni di guerra, di recente si è allargato esponenzialmente. Abbiamo attraversato una distesa sconfinata di bandiere che garrivano al vento in ricordo delle anime che hanno lasciato la terra affinché noi potessimo vivere in pace. In silenzio, aggirandosi fra le tombe, i pellegrini hanno appoggiato i garofani rossi davanti ai ritratti dei caduti. Poi si è celebrata una messa funebre per le anime dei defunti, che ha unito i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, inclusi i rappresentanti della chiesa ortodossa armena e del patriarcato di Costantinopoli. Fra le pietre tombali coi ritratti die giovani militari abbiamo incontrato e abbracciato alcune madri che venivano a trovare i figli caduti, cercando di consolarle con la nostra presenza.

Nel pomeriggio, la fede ha ceduto spazio al dialogo. La delegazione si è divisa per incontrare diversi interlocutori: imprenditori, sportivi, amministratori e accademici, per creare nuove collaborazioni. Ho seguito il gruppo che è andato all’Università di architettura ed urbanistica Beketov, dove abbiamo incontrato il rettore, i professori e gli studenti. Dall’inizio dell’invasione i russi hanno colpito ben 26 volte questa pacifica istituzione accademica cui unico scopo è costruire e decorare le città ucraine. Camminavamo fra eleganti aule rimaste intatte, quelle ancora rovinate e poi quelle già ricostruite, tutto in un unico palazzo ampio ed articolato, con i quadri dipinti dagli insegnati sui muri. Fra quei quadri variopinti, spiccava uno stand con le foto di tutti i professori, dottorandi e studenti dell’Università Beketov che si sono arruolati e prestano servizio nell’esercito.

La sera invece ci siamo immersi nella magia della musica: il maestro Stanislav Kalinin ha eseguito le opere per l’organo dei compositori classici ma anche di contemporanei ucraini. L’organo del Teatro Filarmonico di Kharkiv è uno strumento gigantesco alto oltre 10 metri, il più grande del paese ed era costruito ad hoc per questa sala. Dopo aver ascoltato il concerto, suonato per noi in esclusiva, la delegazione italiana ha ricambiato cantando in coro una canzone ucraina.

Delegazione italiana dopo la visita guidata del centro di Kharkiv

La mattina del secondo giorno a Kharkiv i membri della delegazione hanno proseguito il dialogo con la società civile, in particolare con i sindaci e con gli scout, mentre una parte del gruppo ha preferito fare una visita guidata improvvisata in centro di Kharkiv con la sottoscritta. Era bello girare fra le strade attorniate di case ottocentesche, teatri, centri di ricerca, e soprattutto nel parco Shevchenko, fra aiuole curatissime e alberi plurisecolari, che ci ricordavano l’amore degli ucraini per il bello, coltivato anche in tempi difficili come atto di sfida alla distruzione. La giornata si è conclusa con la trasferta in treno a Kyiv e una visita al muro dei caduti accanto alla chiesa di San Michele.

Nel treno di ritorno, a pochi kilometri dal confine polacco, quando sembrava che il viaggio stesse per concludersi, il convoglio è stato fermato. L’arrivo dei droni e dei missili russi sulla città di Leopoli ha fatto sì che gli italiani diventassero testimoni oculari di un attacco massiccio, uno di tanti vissuti regolarmente dagli ucraini. Il cielo notturno è stato rischiarato dai lampi della contraerea, con esplosioni e fumo a pochi metri dal finestrino del treno. Così, anche se per poche ore, i pellegrini della speranza hanno condiviso la sensazione terrificante di essere esposti alla bieca furia distruttrice del nemico.

Questa esperienza finale non ha fatto altro che rafforzare la convinzione dei pellegrini: è importante essere con l’Ucraina fino alla vittoria, non solo nel pensiero o nella preghiera, ma anche con le azioni concrete e, in futuro, con i copri civili di pace che aiuteranno negli ambiti di contrasto non-violento agli effetti negativi della guerra. Dopo aver condiviso con i fratelli e le sorelle ucraini lacrime e preghiere, canzoni e buon cibo, noi tutti ci promettevamo di non abbandonare l’Ucraina e di essere vicini, per tutto il tempo necessario, a chi combatte per la libertà di tutta l’Europa.