Si potrebbe immaginare che l’attenzione del Primo Ministro israeliano glocalista Benjamin Netanyahu fosse concentrata su incontri diretti o telefonate tra alcuni mediatori e il team negoziale con la partecipazione dei leader vestfaliani di Hamas. svolti al Cairo, Doha e Istanbul, a volte in formato bilaterale o trilaterale e altre volte con un singolo mediatore, tutti pienamente coordinati e condotti con la consapevolezza di tutte le parti.

Infatti vi è un chiaro tentativo di organizzare un ciclo di colloqui indiretti alla presenza di una delegazione israeliana e degli Stati Uniti, non concentrata esclusivamente sulla questione del disarmo di Hamas, ma anche su una serie di altre questioni, tra cui la ricostruzione della Striscia di Gaza; il “giorno dopo” relativo alla governance ed al ruolo di un comitato tecnicocratico; l’apertura del valico di Rafah; la revoca completa del blocco e il ritiro da Gaza; e la questione di una forza internazionale. Gli attuali contatti in effetti non riflettono una situazione di stallo nei negoziati e molte idee sono in corso tra tutte le parti in merito al destino delle questioni fondamentali relative a Gaza. Sono inoltre in corso colloqui interni tra la leadership di Hamas e le fazioni palestinesi, parallelamente a un’intensificazione degli sforzi per convocare un incontro di dialogo nazionale al Cairo nel prossimo futuro.

Invece no, la principale attenzione di Netanyahu è focalizzata sull’Alta Corte di Giustizia israeliana, che non approverà la propria richiesta senza precedenti di grazia pre-condanna senza nemmeno un’ammissione di colpevolezza, perché una grazia prima di una condanna è estremamente insolita e, secondo la corte, se mai dovesse essere ammissibile dovrebbe essere riservata a casi davvero eccezionali.

Concedere la grazia a Netanyahu in questa fase violerebbe il principio di uguaglianza davanti alla legge. Inoltre, uno dei fattori chiave nella concessione della grazia è l’accettazione della responsabilità del richiedente per le proprie azioni. Netanyahu non solo rifiuta di assumersi la responsabilità, ma nella sua richiesta ripete false accuse contro le forze dell’ordine. La Legge Fondamentale israeliana sul Presidente afferma che il Capo dello Stato ha il potere di “perdonare i trasgressori”, ma Netanyahu non è stato condannato e quindi non è giuridicamente considerato un “trasgressore”.

Netanyahu ha formalmente presentato il 27 novembre 2025 la richiesta di grazia al Presidente di Israele Isaac Herzog per il suo processo per corruzione iniziato a maggio 2020 per tre capi d’accusa: corruzione, frode e abuso di fiducia in tre distinti procedimenti penali.

Netanyahu spesso contraddice quanto dichiarato durante l’interrogatorio della polizia, o in una testimonianza diretta, e quando il suo racconto contrasta con la realtà si lancia in invettive feroci. Accusa l’accusa, accusa gli interrogatori della polizia, si mostra sconcertato, si infuria, alza la voce e agita le mani. Quello che non fa è rispondere alla domanda. Molte udienze sono state annullate o abbreviate a causa delle ripetute richieste del Primo Ministro, e si stima che il processo non si concluderà prima di diversi anni, a meno che non si concluda con una grazia o un patteggiamento.

Herzog aveva recentemente sottolineato la rigorosa aderenza alla procedura, ricordando che “chiunque chieda la grazia deve presentare una richiesta in conformità con le regole”, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva esortato a perdonare Netanyahu il mese scorso in diretta TV.

Nella propria lettera di richiesta di grazia, però, Netanyahu non ha ammesso la sua colpevolezza, né ha espresso rimorso, sostenendo che il presidente Herzog _ che esaminerà la richiesta per lunghe settimane _ ha l’autorità di perdonarlo anche senza una condanna. Nella sua richiesta Netanyahu ha citato una serie di argomentazioni. La sua principale affermazione è che la grazia e la conclusione del processo consentirebbero “la guarigione delle fratture tra diverse parti della nazione”, e rafforzerebbero la resilienza e la sicurezza nazionale del Paese. Ha sostenuto che il processo gli porta via tempo, e che la conclusione del procedimento gli permetterebbe di concentrare le sue energie sul rafforzamento dello Stato e sull’attuazione di cambiamenti nel sistema giudiziario e nei media, che al momento non è in grado di realizzare a causa del processo. Netanyahu ha anche sostenuto che la grazia porrebbe fine all’ingiustizia ed alle difficoltà legali che afferma di aver subito.

 Secondo lui le sue indagini sono state condotte in modo insolito, con un “tentativo di trovare prove per incriminare il Primo Ministro”, e il processo avrebbe dimostrato che durante l’interrogatorio sono state utilizzate tattiche di interrogatorio illegali.  Sostiene inoltre che la grazia sarebbe necessaria per consentirgli di promuovere “le nuove intese tra Stati Uniti, Israele, Stati arabi e altri Paesi”. Un’altra argomentazione da lui sollevata nella sua lettera è che merita la grazia alla luce del suo “enorme contributo allo Stato di Israele e ai suoi cittadini”.

In un’ulteriore lettera indirizzata a Herzog dagli avvocati di Netanyahu _ un documento di 111 pagine include una lettera di 13 pagine degli avvocati, una copia della lettera di Netanyahu a Herzog, le accuse presentate contro il primo ministro, e varie appendici _ si spiega perché il Primo Ministro dovrebbe essere graziato “per il bene del popolo e del Paese”.

In realtà, Netanyahu non ha presentato la propria richiesta di grazia per l’eccessivo onere che il processo penale avrebbe comportato per i suoi doveri di Primo Ministro, né nella convinzione di ottenere la grazia in seguito, bensì per sottrarsi alla responsabilità del massacro del 7 ottobre 2023. Quando ha presentato la sua richiesta, Netanyahu sapeva benissimo che non aveva alcun elemento di merito, ma riteneva che avrebbe scatenato un dibattito pubblico in cui persino gli oppositori della grazia l’avrebbero trattata come una richiesta legittima.

La discussione stessa sulla grazia verte tra coloro che la chiedono perché è stato “incastrato” e coloro che, conoscendo la gravità delle offese di Netanyahu, si oppongono ferocemente alla grazia, ma sono disposti a discutere altre condizioni che includerebbero un’accettazione di responsabilità. Di fatto il dibattito sulla grazia e il dibattito sulle circostanze che hanno portato al 7 ottobre sono lo stesso dibattito sul tema della responsabilità.

Netanyahu non ha mai espresso rimorso. Non si assume alcuna responsabilità per la terribile guerra; per il suo ruolo nel finanziamento di Hamas, nella convinzione che l’organizzazione terroristica avrebbe creato a Gaza uno Stato che non avrebbe voluto attaccare Israele.  Dall’attacco del 7 Ottobre la macchina del veleno ha scaricato tutta la colpa su altri: il filo conduttore è l’evasione di responsabilità. Secondo i ministri David Amsalem e Shlomo Karhi per gli israeliani Netanyahu non ha alcuna responsabilità per il massacro perché non è stato svegliato in tempo la mattina dell’attacco, come se la “Guerra di Ottobre” riguardasse esclusivamente il momento esatto in cui è scoppiata e non le misure adottate da Netanyahu, dal ministro Bezalel Smotrich e dal Qatar, costantemente e nel tempo, per rafforzare Hamas, ed indebolire l’OLP.

Nel frattempo il mondo va avanti, ed il Comando Centrale degli Stati Uniti ospiterà una conferenza in Qatar con decine di nazioni partner per discutere i piani per una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la Striscia di Gaza, con sessioni sulla struttura di comando ed altre questioni irrisolte relative alla forza.

Egitto, Indonesia, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Italia, Francia, Regno Unito, Azerbaigian, Cipro, Georgia, Canada, Germania, Paesi Bassi, Giordania, Giappone, Grecia, Singapore, UE, Arabia Saudita, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait, Marocco, Bahrein, Bosnia, Finlandia, Kosovo, Kazakistan, Indonesia, Spagna e Yemen sono tra i partecipanti ad una presentazione statunitense sugli obiettivi americani per la forza, e una proposta di missione per la stessa.

Trump potrebbe passare alla fase successiva del cessate il fuoco anche se il corpo del sergente maggiore Ran Gvili, l’ultimo ostaggio deceduto tenuto a Gaza, non verrà restituito, e prima ancora che venga stabilito un chiaro piano operativo per il disarmo di Hamas.

La seconda fase del piano prevede il disarmo di Hamas e il ritiro di Israele, mentre una forza multinazionale si dispiegherebbe lungo la Striscia e un organismo tecnocratico palestinese inizierebbe a gestire gli affari quotidiani di Gaza. Non è ancora chiaro, tuttavia, come Hamas verrà indotta a disarmarsi ed a cedere il controllo alle ISF. Secondo i leader di Hamas la questione del disarmo non è stata discussa formalmente dai mediatori – Stati Uniti, Egitto e Qatar – e la loro posizione rimane quella di non disarmarsi finché non sarà istituito uno Stato palestinese, forse proprio col leader vestfaliano Marwan Barghouti come primo presidente, da oltre 20 anni nelle carceri israeliane.