Consiglio europeo

Nel suo discorso sullo Stato dell’unione nel settembre 2025, la presidente della Commissione europea aveva affermato che era giunto il tempo dell’indipendenza dell’Europa.  Gli osservatori più scettici considerano che si tratti di un mantra per rassicurare parte dell’elettorato europeo e nascondere le debolezze delle istituzioni UE. In realtà, si tratta di una necessità storica dettata dagli sviluppi geopolitici a livello globale. Il mondo d’ieri, quello nato sulle ceneri della Seconda guerra mondiale, fondato sul multilateralismo e le regole internazionali, e dominato dagli Stati Uniti, ha fatto il suo tempo.

 La realtà odierna è quella di un mondo ostile, pericoloso, tra” nuovi imperi”, caratterizzato da guerre e predatori. In questo nuovo scenario globale, mutano necessariamente gli interessi geostrategici e persino le alleanze. L’Europa, tradizionalmente alleata degli Stati Uniti, ne diventa nemica o vassalla. La strategia sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti illustra la nuova dottrina americana sulla politica estera che punta sulla dominazione dell’emisfero occidentale per la necessità di contenere le altre potenze imperialiste, in primis russe e cinese. Ciò non è altro che l’espressione in termini geopolitici di un cambiamento profondo dell’economia e della politica mondiale degli ultimi trent’anni.

 L’Europa ha visto la sua quota nel PIL globale passare dal 25% nel 1990 al 14% oggi; quella degli Stati Uniti ha seguito una tendenza simile, dal 22% nel 1990 al 14% oggi; quella della Cina è aumentata dal 4% nel 1990 al 20% oggi. Questo spiega perché gli Stati Uniti hanno adottato un approccio particolarmente aggressivo nei confronti del resto del mondo, attraverso l’imposizione di dazi assurdi e minacce a stati sovrani per spogliarvene le loro risorse naturali, dal petrolio alle terre rare.

Di converso, questa nuova realtà significa che noi europei dobbiamo difenderci e dipendere sempre di più dalle nostre forze e nostre alleanze. L’irruzione del mondo brutale di Trump ci ha reso, in effetti, più uniti e più consapevoli della necessità di affermare la nostra indipendenza – o sovranità per usare il termine pronunciato dal presidente Macron nel suo discorso alla Sorbona. Tuttavia, il quadro politico europeo, con alcuni governi nazionali guidati da partiti di estreme destre (o in coalizione con altre forze di destra) che contestano apertamente le fondamenta della costruzione europea, diventa un fattore limitante della capacità di azione dell’Unione europea.

 In questo contesto avverso, eppure bilanciato da un’opinione pubblica per lo più convinta della necessità dell’Europa storica, si con forza la questione di quale sia la via migliore per affermare l’indipendenza dell’Europa.

Mario Draghi si è espresso recentemente a favore di un ‘federalismo pragmatico’ come via maestra per superare le difficoltà dell’Unione europea, basato su” iniziative concrete, flessibile e capace di agire al di fuori dei lenti meccanismi decisionali dell’UE  attraverso coalizioni di volonterosi  disposte a collaborare su interessi strategici condivisi, riconoscendo che le diverse forze presenti in Europa non richiedono a tutti i paesi di avanzare allo stesso ritmo”. È quindi il sistema di governance che deve essere riformato nei limiti dei Trattati per dare una legittimità democratica a un mandato condiviso sostenuto dai cittadini europei. Si pensi ad alcune aree chiave come l’energia, la difesa o le tecnologie di frontiera che richiedono investimenti massicci e che devono essere affrontati a livello del continente europeo.

Nel settore dell’energia, l’Europa dipende ancora per il suo consumo di energia primaria per oltre la metà da importazioni di energie fossili in netto calo dovuto alla progressiva sostituzione con fonti di energia rinnovabile. Dopo l’aggressione russa all’ Ucraina, l’UE è riuscita a ridurre significativamente le importazioni di gas russo (dal 45% nel 2022 al 13% oggi), quelle di carbone (dal 51% a zero oggi) e quelle di petrolio (dal 26% al 2% oggi). Tuttavia, confrontata al bisogno urgente di diversificare i suoi approvvigionamenti in gas naturale, l’UE ha trovato nel gas naturale liquefatto (GNL) americano una soluzione di ricambio più costosa e dannosa in termini di impatti climatici. Il trilemma europeo si pone con ancora maggiore urgenza: come garantire la nostra sicurezza energetica senza compromettere la decarbonizzazione della nostra economia né limitare la disponibilità di energia a basso costo per l’intera popolazione e l’industria europea? La risposta può venire solo da un’accelerazione ancora più marcata dallo sviluppo delle energie rinnovabili e in parte con l’energia nucleare. Solo queste potranno ridurre strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di gas, quale che sia la loro origine.

Un secondo ambito dove si esprime la sovranità riguarda le tecnologie digitali. L’UE dispone di un quadro regolamentare articolato che consente di tutelare cittadini e imprese europee garantendo un ‘level playing field’, cioè una parità di condizioni per tutti gli attori a prescindere dalle dimensioni aziendali e del loro potere di mercato. La sovranità digitale si esprime nella “capacità dell’UE di controllare in modo autonomo  infrastrutture, dati e tecnologie, agendo secondo i propri valori e interessi, riducendo le dipendenze esterne tramite investimenti strategici e sviluppo di competenze per garantire autonomia, sicurezza e competitività nell’era digitale’. Dietro questa dichiarazione comune sottoscritta a Berlino il 18 novembre c’è la volontà di dotarsi di una strategia industriale destinata a sviluppare delle aziende e alternative locali alla dominazione delle Big tech americane. Queste hanno reagito sviluppando delle ‘soluzioni sovrane’ riguardanti l’intelligenza artificiale, il Cloud e i data centers per evitare che i loro clienti europei si spostino verso infrastrutture digitali europee (la cosiddetta Eurostack). In gioco c’è la questione della giurisdizione dei dati e della loro localizzazione.   Oltretutto, la sovranità digitale è un diritto inerente agli stati in quanto significa non dipendere da giurisdizioni extra europee per i nostri dati, opporsi alle pressioni esterne e affermare l’impermeabilità delle nostre infrastrutture sovrane.

Infine, la difesa europea.  È’ ormai acquisito che la difesa sia fondamentale per garantire la nostra indipendenza e la nostra sicurezza. L’aggressione russa all’ Ucraina ha spinto le autorità europee a compiere passi significativi per sviluppare capacità di difesa più moderne e trasformare la base industriale. Da un lato, attraverso programmi europei come il programma SAFE dotato di 150 miliardi di euro (e finanziato attraverso debito comune) per l’acquisto congiunto con gli Stati membri di attrezzature militari. Dall’altro, con l’approvazione del piano Rearm EU e il programma EDIP per l’industria della difesa sta emergendo una convergenza autentica tra le istituzioni europee, come dimostrato dal Parlamento che in più occasioni ha chiesto di fare passi concreti verso una “autentica Unione europea della difesa”.   Restano tuttavia molteplici nodi da sciogliere per avanzare verso una sicurezza e difesa comune europea, pur già sostenuta da una maggioranza di stati membri. Un aspetto fondamentale riguarda la” preferenza europea” – ovvero procurement congiunto sugli acquisti di armamenti e attrezzature militari – sulla quale ci sono tensioni tra Francia e Germania. In particolare, rispetto al prestito all’Ucraina (finanziato con debito comune dell’UE) di 90 miliardi di euro, di cui una parte servirà all’acquisto di materiale militare di provenienza dagli Stati Uniti. Il passo successivo dovrebbe riguardare la creazione di una forza militare comune di 100.000 unità nonché la creazione di un Consiglio europeo di sicurezza per accelerare i processi decisionali. Ciò’ rappresenterebbe una svolta strategica verso una difesa europea di tipo federale. I leader europei dovranno porsi la domanda se rimanere divisi con 27 diverse politiche e bilanci per la difesa a livello statale, oppure optare per   un’unica politica e un bilancio sulla difesa condiviso di tipo federale.

Oltre agli ambiti sopra delineati, l’indipendenza dell’UE non sarebbe sostenibile senza un’autonomia nel campo dell’agricoltura e della sicurezza alimentare così come in quello della salute e dei farmaci. Tutto questo richiede quindi un disegno ambizioso, complesso e articolato attorno a strategie e piani di azione condivisi a livello UE. Un disegno che, sostenuto dalla necessaria legittimità democratica permetta di costruire i tasselli di una Europa effettivamente indipendente e padrona del proprio destino.