Nikolay Mladenov

Nickolay Mladenov

Il nuovo governo di transizione per Gaza composto da esperti palestinesi si è riunito per la prima volta al Cairo con l’ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov sotto l’egida statunitense-egiziana per discutere i prossimi passi dopo l’avvio della seconda fase del piano di pace per Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Mladenov, di origine bulgara, dovrebbe diventare presidente del “Consiglio di pace” internazionale per la Striscia di Gaza, con il compito di supervisionare il governo di transizione, la futura amministrazione della Striscia di Gaza, e la ricostruzione della zona costiera.

Nel frattempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è impegnato a liberarsi dalle accuse a suo carico, la radice del tumulto in cui ha gettato il Paese, politicamente e giudiziariamente, da quando è stato incriminato cinque anni fa. Indirettamente ciò ha anche contribuito al massacro del 7 ottobre: ​​Hamas ha compreso la crisi interna in cui Israele era impantanato a causa della legge giudiziaria sul colpo di Stato, ma la nuova ombra che ora lo minaccia deriva dal collegamento tra lo scandalo Bild e lo scandalo Qatargate.

Eli Feldstein, ex portavoce dell’ufficio di Netanyahu, figura chiave in due importanti indagini, ha raccontato alla polizia di aver ricevuto all’una di notte – pochi giorni prima del suo arresto alla fine del 2024 _ una chiamata dall’ufficio del Primo Ministro, convocandolo urgentemente per un incontro presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv. Dopo essere entrato nel parcheggio in piena notte Zachi Braverman, poi temporaneamente interrogato ed arrestato _Capo di Gabinetto del  premier israeliano, che lo aveva promosso ad Ambasciatore israeliano nel Regno Unito _ si sarebbe avvicinato all’auto di Feldstein, salendo a bordo, per offrirgli di “chiudere” l’indagine sulla fuga di notizie riservate rubate al tabloid tedesco Bild, nota come scandalo Bibileaks.

Feldstein, con altri consiglieri di Netanyahu, aveva fatto trapelare informazioni segrete e false al quotidiano Bild per deviare la responsabilità da Netanyahu del mancato ritorno degli ostaggi vivi ed attribuirla interamente al leader di Hamas, Yahya Sinwar. Il capo di Hamas aveva effettivamente avviato il massacro e trattenuto gli ostaggi, ma l’accordo di cessate il fuoco era stato ritardato anche dal prolungato sabotaggio da parte di Netanyahu.

Feldstein è anche una figura centrale nel cosiddetto scandalo Qatargate, in cui avrebbe ricevuto denaro dal Qatar per migliorare la sua immagine in Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, alimentando le tensioni tra Israele ed Egitto durante la guerra attraverso false dichiarazioni. Solo l’avvio dell’indagine ha fermato il tentativo del Qatar di gestire a distanza il personale chiave nell’ufficio più importante e sensibile di Israele.

Intanto il capo dell’agenzia di sicurezza dello Shin Bet, il Maggior Generale (in congedo) David Zini, ha annunciato la nomina del suo nuovo vice, N. (il cui nome completo è vietato dalla pubblicazione ai sensi della legge sullo Shin Bet) per supervisionare le indagini sulla cerchia ristretta del Primo Ministro senza menzionare, per evitare di evidenziare lo stridente conflitto di interessi, due incarichi di N. dopo aver lasciato lo Shin Bet: uno direttamente subordinato a Netanyahu, l’altro subordinato a una persona vicina al primo ministro.

La ragione principale per cui Netanyahu aveva forzato le dimissioni anticipate dell’ex capo dello Shin BetRonen Bar per sostituirlo col più fedele Zini non è stata la responsabilità di Bar per I fallimenti del 7 ottobre, come sosteneva Netanyahu, ma l’insistenza di Bar nell’indagare sugli scandali Bild e Qatargate.

Nel frattempo, la leadership vestfaliana di Hamas ha pubblicato un nuovo documento _ che in alcune parti, come quella sulle cause della mancata nascita dello Stato palestinese nel 1948, rievoca toni faziosi ed illogici che sfiorano il delirio ed il grottesco _ , aggiornando la propria narrativa (https://palinfo.com/wp-content/uploads/2025/12/OurNarrative.pdf): “La nostra narrazione… L’alluvione di Al-Aqsa: due anni di fermezza e volontà di liberazione”, denunciando come movente dell’attacco, al punto da ispirarne il nome, “incursioni quotidiane e tentativi di imporre una divisione temporale e spaziale nella moschea di Al-Aqsasotto la protezione dell’esercito di occupazione”.

Il documento elenca i programmi politici di Netanyahu – “i suoi tentativi di eludere la responsabilità del suo clamoroso fallimento del 7 ottobre, i suoi sforzi per sfuggire alle accuse di corruzione che lo perseguitano, il suo sogno di ottenere una vittoria sulla resistenza e prolungare la guerra per prolungare la vita del suo governo” – come motivazioni fondamentali per il suo rifiuto di tutte le iniziative e offerte di cessate il fuoco, che invece Hamas avrebbe accettato senza riserve, come con il primo documento presentato dall’inviato statunitense Steve Witkoff.

Il documento prosegue evidenziando la decisione di accettare il Piano Trump nel settembre 2024, concordando “che Gaza sia governata da un organo amministrativo palestinese (un governo tecnocratico) che goda dell’accettazione nazionale e del sostegno arabo e internazionale”, e descrive se stessa come rappresentante di “un approccio islamico moderato e centrista che aderisce ai principi nazionali palestinesi, dirige la sua resistenza esclusivamente contro l’occupazione e crede nel partenariato nazionale e nel riferimento alla volontà popolare attraverso libere elezioni o consenso nazionale”.

Anche considerando la citata protezione della Moschea di Al-Aqsa come mero pretesto da parte di Hamas per l’attacco sanguinario del 7 ottobre 2023, un tentativo di affermare una cristallina chiarezza sulla situazione giuridica dei Luoghi Santi di Gerusalemme e dei rispettivi diritti ed interessi legittimi delle comunità ebraiche, cristiane, ed islamiche, potrebbe ridurre la tensione nell’area e favorire una soluzione stabile del conflitto, che trova spunto per scatenare gli episodi più sanguinosi proprio da presunte violazioni della libertà di accesso o di culto in questi siti simboli delle identità collettive religiose, nazionali, e culturali per milioni di persone.

La proposta di riunire, magari inizialmente a porte chiuse per evitare inutili fraintendimenti o manipolazioni propagandistiche, rappresentanti delle comunità religiose interessate al fine di concordare una lista di principi internazionalmente vincolanti sul funzionamento procedurale del regime giuridico dello Status Quo applicabile in tali siti, con la necessaria condizione del consenso delle parti per ogni suo cambiamento, diventa quindi sempre più urgente.

L’auspicio è che l’Italia e l’Unione Europea, prendendo consapevolezza di tale urgente necessità, lancino un’iniziativa di discussione costruttiva  e dialogo interreligioso, nello spirito che ispirava San Francesco d’Assisi e l’ex Sindaco di Firenze Giorgio La Pira, per preparare tale lista di principi ormai consolidati (ma non sufficientemente definiti formalmente) in un testo concordato, consultando tutte le parti interessate nella redazione negoziata di tale documento, potenziale prezioso contributo per futuri negoziati di pace su una materia così delicata e complessa.