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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Viaggio nel Chaco IX
    Racconti dalle strade del mondo

    Viaggio nel Chaco IX

    Gherardo La FrancescaDi Gherardo La FrancescaGennaio 19, 20260 VisualizzazioniTempo lettura 10 min.
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    Accademia dei Lincei Roma, Una piccola esposizione dei tesori del Gran Chaco. Al centro, un abito confezionato con tessuto di chaguar/caraguata
    Accademia dei Lincei Roma, Una piccola esposizione dei tesori del Gran Chaco. Al centro, un abito confezionato con tessuto di chaguar/caraguata

    Gran Chaco, una immensa pianura, teatro di tante storie.

    Un territorio con una superfice pari a 4 volte quella dell’Italia, che si divide in 2 ecoregioni: Il Chaco umido situato nella parte orientale, in terre oggi appartenenti a Bolivia, Paraguay ed in piccola parte al Brasile, soggette ad alluvioni stagionali e comunque caratterizzate da maggiori precipitazioni, ed il Chaco secco, che si estende ad occidente tra la parte occidentale del Paraguay, Bolivia ed Argentina, ove piove di meno e le temperature possono raggiungere i 50 gradi gradi d’estate e scendere sotto zero in inverno.

    Il rio Bermejo ed il Pilcomayo scendono dalle Ande e attraversano questa regione con corsi paralleli. Qui si estende ciò che resta dell’Impenetrable una foresta che, fino all’800, sbarrava la strada agli esploratori che dalla Bolivia tentavano di raggiungere il grande fiume Paraguay. E’questa ancora oggi una via d’acqua agevole e navigabile che confluisce nel rio de la Plata, per sboccare nell’Atlantico.

    La volta scorsa vi ho raccontato una storia degli Ayoreo, che vivono nel Chaco Umido. Oggi vi parlerò dei Wichi che abitano il Chaco Secco, da prima del’ arrivo degli europei, in piccole comunità stanziate sulle rive dei fiumi.

    La missione francescana di Nueva Pompeya nel Chaco argentino, fondata nell’ anno 1900, da frate Barnaba Tambolleo
    La missione francescana di Nueva Pompeya nel Chaco argentino, fondata nell’ anno 1900, da frate Barnaba Tambolleo

    29 novembre, annus domini 1900.

    Barnaba Tambolleo, accompagnato da due confratelli francescani pianta la croce sulla riva destra del Rio Bermejo per segnare il luogo dove sorgerà la missione di Nueva Pompeya, in omaggio a Nostra Signora di Pompei. I 3 frati hanno compiuto un viaggio di 600 chilometri da Salta, attraversando terre inospitali dove in estate il calore raggiunge livelli così elevati che, come aveva scritto decenni prima un altro francescano, Doroteo Giannecchini, « …en la arena se se pueden cocer uevos. »

    Si erano addentrati nel cuore del vasto territorio situato tra Argentina e Bolivia nel quale, da tempi ancestrali, vivevano i Wichi, o Matacos come venivano chiamati. L’avanzare dei bianchi aveva alterato profondamente l’ambiente e le loro condizioni di vita. «I cristiani – si legge in un’intervista rilasciata da padre Tambolleo ad un quotidiano di Buenos Aires- li derubano, li assassinano, rapiscono le loro donne e rapinano i loro beni, tentando di ridurli in schiavitu.» Gli indigeni erano manodopera ambita per le coltivazioni di canna da zucchero e cotone alla quale i bianchi facevano ricorso con metodi non sempre ortodossi. L’edificio della missione offriva riparo ed una alternativa ad un destino da servi della gleba.

    I Wichi erano, e sono ancor a oggi, maestri nella tessitura del chaguar, fibra vegetale ricavata da un arbusto della famiglia delle bromelie che, con un lungo procedimento, viene battuto, essiccato, trasformato in filo, tinto con colori vegetali e tessuto senza telaio dalle artigiane che creano motivi ornamentali ispirati ad una tradizione antica a sempre diversi l’uno dall’altro.

    Padre Tambolleo era affascinato dalla loro creatività. Raccolse un’ampia collezione di manufatti oggi conservati presso il Museo Antropologico di Firenze.

    Guillermina Hagen, la monaca ribelle, l’ angelo dei Wichi
    Guillermina Hagen, la monaca ribelle, l’ angelo dei Wichi

    1969/1973

    Il Ministero dell’Agricoltura inviò a Nueva Pompeya, con l’incarico di promuovere lo sviluppo economico del Chaco, un’ingegnera agronoma, insegnante di tecniche agropecuarie e di allevamento. Si chiamava Guillermina Hagen ed era una religiosa poco conformista. Pilotava monomotori, era abile nell‘utilizzo delle armi da fuoco, esperta meccanico e competente infermiera. Aveva aderito al movimento Teologia della Liberazione, ed era solita affermare: « nosotros somos peronistas porque creemos en el justicialismo». Sarebbe stata soprannominata “La monja rebelde”.

    Arrivata a Nueva Pompeya la Guillermina si rimboccò le maniche. Formò la Cooperativa Agroforestale di Nueva Pompeya, composta da indigeni wichi, per lavorare il legno della foresta. Molti la consideravano un’idea balzana destinata a non andare lontano. Ma quando gli indigeni iniziarono a guadagnare bene dalla lavorazione del quebracho ed acquistarono veicoli e macchinari iniziò la lotta per fermarli. Si tentò di imporre un divieto di vendita dei tronchi accumulati nei magazzini della Cooperativa, il cui valore ammontava a ben 100 milioni di pesos e, nell’ ottobre del ’73, si imprigionò la sorella Guillermina e 15 indigeni con l’imputazione di istigazione alla violenza, furto e privazione di libertà. Ci fu una sollevazione popolare e, per evitare guai peggiori, si offrì la liberazione della Guillermina. Ma solo per lei, gli indigeni dovevano restare in prigione. La monaca ribelle non accettò l’offerta. Dopo 25 giorni di carcere furono tutti liberati e, il 1 novembre ’73, il quotidiano La Razon di Buenos Aires pubblicò un’intervista intitolata “La hermana Guillermina dijo cosas” La Monja rebelde si tolse parecchi sassi dalle scarpe ma il suo trionfo sarebbe stato effimero. Il suo operato fu giudicato incompatibile con il piano agroindustriale che il governo, in collaborazione con imprese nordamericane, intendeva promuovere per lo sviluppo del Chaco.

    La Guillermina fu costretta a lasciare Nueva Pompeya.

    Luca nel Museo Antropologico di Firenze per fotografare la collezione Tambolleo
    Luca nel Museo Antropologico di Firenze per fotografare la collezione Tambolleo

    2021 Armati di mascherine (la pandemia covid non ha ancora mollato la presa), cavalletti, macchine fotografiche ed un buon apparato di lampade e schermi, Luca ed io percorriamo via del Proconsolo a Firenze, diretti al Museo di Antropologia. Siamo soddisfatti perché la Direzione del museo ha dato l’assenso a tirar fuori dai suoi archivi la collezione Tambolleo. Si, proprio quella che fu messa insieme da colui che, 121 anni orsono, fondò la Missione Francescana di Nueva Pompeya e raccolse artefatti significativi della produzione artistico/artigianale wichi. Frate Tambolleo li portò a Firenze dove furono esposti solo alcuni oggetti. Tutti gli altri, accuratamente avvolti in fogli di cartavelina, giacciono al buio, lontani dalla luce che sbiadisce i colori.

    Uno per uno vengono estratti dagli scatoloni, scartati e deposti con cura su di un cartone grigio chiaro, uno sfondo neutro ideale per fare da sfondo alle fotografie. Sono ceramiche, borse di chaguar cinturoni, sandali, sonagli con evidente utilizzo rituale, fasce ornamentali ed un corno cavo munito di tappo. Accendiamo le luci di questo improvvisato studio fotografico e ci mettiamo al lavoro.

    Che faremo della documentazione che stiamo acquisendo? Restituire gli oggetti alle popolazioni dalle quali provengono in mancanza di vere strutture museali in grado di offrire garanzie di conservazione adeguate sarebbe complicato, certamente oneroso e non privo di rischi. Forse in un futuro, ma intanto possiamo seguire una alternativa che abbiamo sperimentato con successo con oggetti appartenenti ad altre etnie. Ha il grande vantaggio di essere realizzabile con costi estremamente contenuti dato che la nostra attività è del tutto volontaria e gratuita, e di suscitare interesse ed apprezzamento nei destinatari. Le immagini degli oggetti saranno stampate su pannelli forex formato A3, leggeri ed economici, e consegnati ai discendenti di coloro che li hanno prodotti più di un secolo fa. Padre Tambolleo sarebbe contento di quanto stiamo facendo.

    Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021 siamo a Nueva Pompeya per consegnare il frutto del nostro lavoro. Paolino Diaz e Nancy Alejo commentano una per una le immagini raffigurate nei pannelli forex. Ricordano particolari delle tecniche di produzione, modi ed occasioni per il loro utilizzo. Informazioni preziose che ravvivano in loro la memoria e che trasmetteremo al Museo Archeologico di Firenze.

    Paolino Diaz e Nancy Alejo commentano le immagini degli oggetti portati a Firenze da Frate Tambolleo più di un secolo fa
    Paolino Diaz e Nancy Alejo commentano le immagini degli oggetti portati a Firenze da Frate Tambolleo più di un secolo fa

    26 luglio 2023.  Siamo tutti un po’ emozionati. Arrampicati su di una scala, muniti di trapano e viti, fissiamo l’insegna “Museo Verde” sopra la porta di ingresso di un capannone, antica sede di una segheria costruita dalla Cooperativa Agroforestale fondata dalla monja rebelde. Sono passati 50 anni da quando la Guillermina ha lasciato Nueva Pompeya ma il suo ricordo non è svanito. Tutti gli intervenuti a questa semplice cerimonia di inaugurazione del museo wichiricordano l’epoca d’oro che ha dato dignità ed autostima alla comunità indigena. E’quello che, con il nostro modesto contributo, vorremmo contribuire a valorizzare.

    Riccardo ha preparato pannelli alti 2 metri e larghi 80 cm. da affiggere alle pareti, realizzati con un elegante software e con la sua capacità di mettere insieme immagini evocative e brevi testi che, pur attenendosi ad un giusto rigore scientifico, siano di rapida e facile lettura. Un insieme, in stile Museo Verde, capace di destare curiosità ed interesse nel visitatore e di dare il giusto omaggio alla cultura indigena.

    Nel mezzo del capannone si erge una grande sega ormai inattiva ma che, mi assicura un mio amico che se ne intende, non ci vorrebbe molto a rimettere in funzione perché attrezzi come quello, con materiali e spessori come quelli, oggi non se ne fanno più. Un vero monumento di archeologia industriale. Forse a comperarla fu la stessa Guillermina.

    Inaugurazione del Museo Verde di Nueva Pompeya. Sullo sfondo la grande sega usata 50 anni prima dalla Cooperativa Agroforestale
    Inaugurazione del Museo Verde di Nueva Pompeya. Sullo sfondo la grande sega usata 50 anni prima dalla Cooperativa Agroforestale

    Ott, 2024 Accademia dei Lincei, Roma

    Dalle foreste dell’Impenetrable al tempio della scienza e del sapere il passo è breve!

    Ma perché e come siamo arrivati qui? Pochi mesi prima, mentre spingevo il carrello nel supermercato vicino casa, il cellulare suonò e ne uscì una voce calda di un entusiasmo che gli anni non avevano appannato: “Ciao Gherardo, sono Paolo, tuo vecchio collega. Sarai sorpreso di sentirmi dopo tanto tempo ma ci tenevo a dirti che avete fatto colpo!” “Caro Paolo- risposi- mi fa molto piacere sentirti ed avere questa bella notizia ma, ti prego, spiegami meglio” “Hai ragione, ora ti dico. Faccio parte di un gruppo informale di lavoro che si sta occupando di organizzare una sessione del G7, a Presidenza italiana, dedicato alle Foreste. Hanno letto l’articolo sul Museo verde uscito sul Sole 24 ore, intitolato Sviluppo senza Deforestazione e vogliono che spiegate le vostre tesi al G7 Foreste presso l’Accademia dei Lincei il prossimo ottobre.”

    In effetti, già in occasione della COP 26 (Conferenza Internazionale per le Mutazioni Climatiche) del 2021 avevamo enunciato la nostra tesi secondo la quale esistono alternative economicamente competitive rispetto alle attività che comportano distruzione dell’ambiente naturale e culturale: un utilizzo intelligente ed accorto di 4 risorse: legni tropicali, piante medicinali, ecoturismo e artigianato indigeno. Negli anni seguenti, a dimostrazione di tali tesi, avevamo avviato progetti pilota nei 4 settori. Per l’artigianato avevamo trovato un formidabile alleato nella Fondazione Gran Chaco che aveva promosso la formazione di una Cooperativa Donne Artigiane della quale facevano parte ben 2.500 produttrici di tessuti di chaguar/caraguata, in massima parte di etnia wichi, le discendenti di quelle artigiane che Frate Tambolleo e la Guillermina avevano messo sotto le loro ali protettrici. Fabiana, presidente della Fondazione Gran Chaco era solita dire: “questi tessuti sono prodotti di lusso, fatti a mano, con ore di lavoro, tutti pezzi unici”. Sulle bancarelle dei mercatini non avevano futuro. Per valorizzarli era necessario associarli a prodotti di Alta Moda.

    Nell’ atrio della sala delle conferenze dell’Accademia dei Lincei allestimmo una piccola mostra nella quale spiccava uno splendido abito da sera, creato da una stilista italiana utilizzando un tessuto prodotto da un’artigiana wichi. Lo stesso abito che aveva raccolto apprezzamenti in sfilate a Roma, Milano, Buenos Aires ed Asuncion.

    Accademia dei Lincei Roma, Una piccola esposizione dei tesori del Gran Chaco. Al centro, un abito confezionato con tessuto di chaguar/caraguata
    Accademia dei Lincei Roma, Una piccola esposizione dei tesori del Gran Chaco. Al centro, un abito confezionato con tessuto di chaguar/caraguata
    Accademia dei Lincei artigianato wichi Barnaba Tambolleo caraguata Chaco argentino Chaco secco Chaco umido chaguar collezione Tambolleo cooperativa agroforestale Cop26 deforestazione donne artigiane ecoturismo Fondazione Gran Chaco G7 Foreste gran chaco Guillermina Hagen Impenetrable legni tropicali Matacos missioni francescane monja rebelde Museo Antropologico di Firenze Museo Verde Nueva Pompeya piante medicinali popolazioni indigene quebracho Rio Bermejo Rio Pilcomayo sviluppo sostenibile Teologia della Liberazione tessitura indigena Wichi
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    Gherardo La Francesca

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