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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – IX puntata
    Racconti dalle strade del mondo

    Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – IX puntata

    Pietro RagniDi Pietro RagniGiugno 20, 20256 VisualizzazioniTempo lettura 11 min.
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    Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri

    In questa IX puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, parliamo dei due nuovi viaggi nell’area di Shahrood effettuati nel 2009 per completare le attività scientifiche e per illustrare i primi risultati all’Università che ci ha ospitato. Vi è stata anche l’opportunità, durante il primo viaggio 2009, di partecipare a un seminario con gli studenti universitari e di visitare il Museo di Shahrood. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.

    Gennaio 2009 ritorniamo per completare il programma scientifico

    Il secondo viaggio in Iran inizia nella stessa maniera del primo: appuntamento in aeroporto, volo tranquillo, signore che, prima dell’atterraggio, si mettono il foulard o il manteau per coprire i capelli, fila per mostrare i documenti all’arrivo. Il solito minibus ci attende all’uscita dell’areoporto per portarci a Shahrood nello stesso appartamento dell’anno precedente. L’unica differenza è data dalla presenza, insieme con noi, di un collega dell’Università di Milano-Bicocca, esperto nelle tecniche della datazione con il Carbonio-14, coinvolto da Ezio.

    La mattinata successiva abbiamo l’incontro con il Rettore e i colleghi iraniani con cui abbiamo iniziato a collaborare. A Roma nel 2008 avevamo firmato il protocollo d’intesa per la ricerca sui qanat che coinvolge CNR, Università de L’Aquila e Università di Shahrood. Ci fanno la sorpresa di regalarci un manifesto a colori con una parte del testo firmato, le bandiere di Italia e Iran ed i simboli delle tre istituzioni.

    Il Rettore dell’Università ci regala un manifesto dell’accordo (Foto mia)

    Noi presentiamo al Rettore una mostra di oltre quaranta immagini fotografiche relative ai qanat oggetto di studio in Iran e ad alcuni qanat dell’area medio orientale e del nord Africa. L’iniziativa, curata da Ezio ed Angelo, ha riscosso un significativo successo ed è stata esposta sia all’Università di Shahrood, sia presso la sede della Prefettura della città.

    Concordiamo il programma per la settimana: l’indomani ci sarebbe stato un seminario rivolto a docenti e studenti dell’università nel quale avremmo presentato le attività di ricerca e i primi risultati ottenuti. Nei giorni successivi, con uno dei docenti iraniani che ci ha seguito in precedenza, saremmo ritornati lungo i tracciati dei qanat di Shahrood, Beyarjomand e Torud per effettuare nuove misure, scaricare i dati e sostituire i rivelatori per il radon.

    Seminario all’Università di Shahrood

    Entriamo nell’aula grande dell’Università e ci accoglie il Rettore con i due docenti che stanno collaborando con noi, ci presentano il Prorettore. Ci sono una settantina di partecipanti, soprattutto studenti. La sala è divisa in due sezioni: a sinistra, rispetto al palco degli oratori, le file delle donne; a destra quelle degli uomini. Tutti in perfetto silenzio, le donne con l’haijb nero, i ragazzi vestiti all’occidentale, ma con maglioni scuri, nessun colore brillante, nessun capo con marchi noti, nessuna cravatta; sembra guardare una foto in bianco e nero.

    Iniziamo le nostre esposizioni in inglese, mostrando slide che avevamo preparato in Italia; i ragazzi sembrano seguire con qualche difficoltà, rallentiamo l’eloquio, ma nel complesso sembra che ci sia interesse, del resto parliamo della loro terra e siamo qui anche per loro.

    Angelo ed Ezio spiegano le ragioni della nostra ricerca per i qanat. L’indagine per i tre acquedotti scelti con l’obiettivo di effettuare una ricognizione topografica e strutturale dei manufatti. Si è provveduto alla completa localizzazione, tramite GPS, della ubicazione dei pozzi, alla documentazione fotografica ed alla compilazione di una scheda che comprende anche informazioni accessorie come il rilevamento dei manufatti ancora presenti quali, ad esempio, i mulini che, dalla presenza della canalizzazione sotterranea dell’acqua, traevano forza motrice. Queste informazioni sono anche integrate con indicazioni sulle caratteristiche idrogeologiche, chimico/fisiche e sulla presenza eventuale di gas radon nei pozzi verticali.

    L’obiettivo non è solo di classificare l’esistente, ma anche di promuovere un potenziale utilizzo dei qanat in un circuito culturale complesso e diversificato, che valorizzi anche le altre tipicità dell’area: dall’artigianato alla agricoltura tradizionale. Il collega di Milano spiega le tecniche di datazione che userà per alcuni manufatti collegati ai qanat studiati, ove si riscontrino resti organici per valutare il decadimento del radioisotopo del carbonio e risalire alla data di costruzione.

     

    Il Radon e un invito inatteso

    Io racconto della scoperta della radioattività e spiego perché il radon, essendo un elemento radioattivo gassoso, è pericoloso per l’uomo, potendo, a distanza di anni, indurre il cancro polmonare. Per la regione di Shahrood non sono noti studi sul radon nelle abitazioni, mentre recentemente è stato effettuato un monitoraggio nella città di Ramsar (Nord-Ovest dell’Iran, sulla costa del Mar Caspio) e nelle cittadine vicine, altri studi erano stati condotti per le città di Ardabil e Lahijan. Sono state individuate aree con livelli di concentrazione di radon indoor altissimi, fino a 3700 Bq/m3. Il livello considerato accettabile per le abitazioni in Italia (dal 2020) è meno di un decimo: 300 Bq/m3.  Peraltro non è mai stato realizzato uno studio della concentrazione del radon nell’acqua potabile, che spesso proviene proprio dai qanat o da condotte ad essi collegati. Faccio presente, in merito, che sono incoraggianti i primi dati per le acque di Shahrood, perché hanno bassissima concentrazione di radon.

    Intervengo al Seminario presso l’Università di Shahrood (Foto mia)

    Dopo gli applausi iniziano alcune domande, nel frattempo un ragazzo in prima fila mi porge un bigliettino in un inglese stentato: “sono di Ardabil, viene da noi per favore?”. Sorrido, certo che mi piacerebbe andare in una delle zone più “calde” per la presenza di radon nelle abitazioni! sul retro del bigliettino gli scrivo: “volentieri, ma dovrei essere invitato”, intanto continuano domande e risposte. Lo studente ci pensa un momento e subito mi scrive un nuovo bigliettino: “sarebbe un onore per me e per mio padre invitarti a Ardabil”. Resto di sasso e gli faccio con la mano un gesto per dire che ne parliamo dopo.

    Quando finisce il seminario subito scendo a stringere la mano al ragazzo dei bigliettini, che si fa aiutare da un compagno più bravo con l’inglese; gli sottolineo, per tranquillizzarlo, che il problema del radon è soprattutto nelle cantine e al piano terreno degli edifici, ma che certo Ardabil è un luogo da studiare meglio. A me farebbe piacere andare ad effettuare il monitoraggio e lo ringrazio per l’invito, ma, per realizzare quel lavoro servirebbe un invito ufficiale da parte delle autorità locali, che dovrebbero anche garantire il permesso di accesso in vari locali, anche privati. Rimane molto deluso, mi risponde che gli sembra molto difficile ottenere questi permessi. Gli dico che i suoi professori hanno i miei recapiti e mi potrà scrivere se riuscirà. Non è successo.

    Due incidenti di percorso

    Parlo con altri studenti, rispondo ad alcune domande, poi mi avvicino alle file occupate dalle donne e riconosco la studentessa che l’anno prima era venuta con noi, lei guarda davanti a sé, la chiamo per nome e mi viene di porgerle la mano. Immediato gelo! Decine di occhi ci fissano.

    Lei indugia, mi guarda, sorride e si sposta impercettibilmente verso di me. Finalmente mi ricordo di non essere a Roma e trasformo la mano tesa in un ciao ciao oscillante. Si rilassa e mi saluta in buon inglese, gli spettatori si disinteressano, il cataclisma di un contatto proibito fra uomo e donna in pubblico è stato evitato! Parliamo brevemente dei primi risultati.

    Siamo invitati in una saletta vicina per il solito tè, con Rettore e vari professori. Un po’ di chiacchiere, poi siede al mio fianco il Prorettore, un tipo piuttosto deciso. Dice che è stato molto interessato dal mio intervento, anche perché del radon non se ne parla molto. Mi chiede se lo usiamo per scoprire la presenza di petrolio o del gas naturale. Resto basito, non c’entrano niente l’uno con gli altri, io non ho citato affatto i combustibili; come gli è venuto in mente? Nego decisamente.

    Particolare del portone del Mausoleo dell’Imam Saravin Ghatri  (foto tratta dal libro: Rahimi “Shahroud – The Little Continent”)

    Non mi dà tempo per aggiungere spiegazioni e mi dice che sicuramente il radon lo studiamo per prevedere l’arrivo dei terremoti. Rispondo che noi non ce ne occupiamo, ma in effetti ci sono vari studi sul collegamento fra aumento di fuoriuscita del radon dalla terra in zone che possono essere interessate da un terremoto; però allora (e anche ora, per esempio lo studiano all’Etna) forse si può prevedere la macro-area dell’evento, ma non il dove, né il quando, né la potenza e la profondità del futuro sisma. Insomma un indicatore molto parziale.

    Ora il Prorettore è piuttosto interdetto e mi chiede secco: “ma allora perché studiate il radon?” Penso che non mi abbia proprio ascoltato e gli ripeto che lo studio è dedicato specificatamente a capire dove c’è un’alta concentrazione del radioelemento per evitare che, a distanza di dieci o più anni, possa provocare un cancro polmonare alle persone che abitino nelle case o lavorino in quell’area.

    Mi guarda incredulo e perplesso, mi chiede: “solo per questo?” Assento con la testa. Saluta, si alza e va altrove. Avrà pensato che siamo tipi stravaganti e invece di occuparci di cose utili ci concentriamo su aspetti ipotetici e futuri. Il mondo è bello perché è vario, diceva un vecchio proverbio, ma chi ritiene che la salute della gente sia poco importante mi fa veramente arrabbiare…

    In giro per Shahrood

    I due colleghi universitari che ci seguono nelle visite ci propongono di usare il pomeriggio libero per visitare meglio la città, cosa che non avevamo fatto l’anno precedente. Ci portano in periferia per vedere alcune nuove costruzioni, ci colpisce il monumento al grappolo d’uva che ci dicono essere ben augurante per l’agricoltura. Sottolineano che la vite è la produzione più importante, a settembre vi è anche il festival del raccolto dei grappoli d’uva, che vengono esportati anche in altre regioni.

    Monumento ai grappoli d’uva all’uscita di Shahrood (Foto A. Ferrari)

    Poi ci portano al Museo di Shahrood, che è organizzato in due piani: uno dedicato all’archeologia, l’altro all’antropologia. Sono esposti un gran numero di oggetti a partire dai periodi preistorici; nella seconda area oggetti antichi o più recenti usati in agricoltura, nell’allevamento, della vita quotidiana, nei corredi sepolcrali.

    Il reperto che mi ha maggiormente colpito e di cui ho un po’ dubitato è la testa mummificata con folti capelli e barba bianchi contenuta in un’ampolla di vetro; sembra costruita per un film di zombi, ma i locali sostenevano che fosse il reperto di un minatore deceduto in una miniera di sale, recuperato dopo molti anni.

    Testa mummificata al Museo di Shahrood (Foto A.Ferrari)

    I risultati per il qanat di Shahrood

    Per i tre qanat studiati riporto una sintesi dei principali risultati delle ricerche effettuate in tutto il periodo, fra la prima visita nel 2008, la seconda all’inizio del 2009 e l’ultima nel dicembre 2009.

    Il qanat di Shahrood è composto da una fitta ragnatela di qanat antichi, vecchi e relativamente recenti che, come detto, ha tuttora una importanza vitale in quanto il 30% dell’acqua utilizzata per uso domestico nella città di Shahrood proviene da questi qanat. Abbiamo, per quanto possibile, effettuato il rilevamento topografico e strutturale di parte della rete ubicata nell’area settentrionale della città e testimoniata in molti casi solo da pozzi abbandonati sprofondati o ricoperti.

    Pozzo del qanat di Shahrood sprofondato in una piccola voragine (Foto mia)

    L’insieme di questi antichi rami del qanat della città poi confluisce a valle e, dopo circa 4,5 km, parte la moderna condotta realizzata al fine di tutelare le caratteristiche quali-quantitative dell’acqua addotta. Questo qanat narra una storia secolare e fa comprendere la cura che, durante il tempo, fu usata per progettare un efficace strumento di approvvigionamento della risorsa idrica per un insediamento in espansione. Infatti nell’area della ramificazione del qanat si incontra una struttura fortificata, ora totalmente diruta, che testimonia, con altre similari, più complesse ed ancora parzialmente utilizzate, un’economia basata anche sul commercio.

    Poiché è stato osservato, negli ultimi trenta anni, un trend negativo nelle disponibilità idriche, pari a una diminuzione della portata del 40% circa, le autorità locali hanno deciso di realizzare i 4 pozzi nuovi, per soddisfare i maggiori fabbisogni estivi.

    Il minibus ed il nostro gruppo nei pressi di uno dei pozzi del qanat di Shahrood (Foto A. Ferrari)

    Il campione di acqua prelevato al termine del percorso del condotto interrato che collega la parte rimanente dell’antico qanat alla città, ha permesso di calcolare il valore di concentramento del radon, ottenendo un dato molto confortante, visto che gran parte dell’acqua di quel qanat è utilizzata per fornire le abitazioni di acqua potabile. D’altra parte anche i valori di concentrazione del radon in acqua per gli altri due qanat di Beyarjomand e Torud (di cui parleremo nella prossima puntata) sono estremamente incoraggianti, perché tutti largamente inferiori alla media mondiale e tutti tali da non destare alcuna preoccupazione di tipo sanitario per la popolazione che beve l’acqua di quei qanat.

     

    Autore

    • Pietro Ragni
      Pietro Ragni

      Già dirigente tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. È ora Direttore del Consorzio interuniversitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto.
      Cofondatore di quindici spin off nelle Scienze della vita. Esperto di valutazione e gestione progetti partnership europei. Fondatore e autore del giornale online Tutti Europa Venti Trenta.

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