Barbone senza fissa dimora

Quando apro gli occhi, cosa vedo? Immagini, una sequenza inarrestabile di forme e colori in movimento, lampeggiamenti. Ho la sensazione di un flusso inarrestabile in cui io stesso sono immerso, ma non riesco a venirne a capo. Chiudo gli occhi e resto in silenzio, ma poi devo comunque aprirli e ricomincia la sarabanda. Ascolto voci, opinioni, un rumore di fondo nel quale provo angoscia e incertezza e che mi dispone spontaneamente ad aver bisogno di qualcuno che mi aiuti ad interpretarlo.

Ora, ciò che percepisco coincide con ciò che mi rappresento?

Sembra una questione estetica, ma la domanda coglie un nodo paradigmatico della politica oggi e in genere del potere. La realtà che mi viene mostrata è tangibile o ricostruita ad arte? Può servire a chi ha un interesse? Bastano queste domande per capire come queste due dimensioni, estetica e politica, abbiano nessi profondi tra loro, da cui dipendono le visioni e i racconti delle problematiche attuali.

La realtà sembra essere mediata da due elementi, i sensi che percepiscono e i significati che attribuiamo a ciò che arriva attraverso i sensi. La giovane donna, che mi sorride quando prendo il tram e mi aiuta a salire, cosa pensa quando mi guarda? Collega la mia fragilità con quella di suo nonno forse? E questa somiglianza perché genera un sorriso? Probabilmente i suoi sensi percorrono rapidamente un ricordo, una memoria grata che la induce a sorridere. Io divento una memoria.

Ma facciamo un passo avanti. Nell’esperienza sociale questa percezione fornisce anche una rappresentazione di come ciascuno di noi si confronta con l’immagine di un vecchio. Diventa una condizione politica.

Bene. Se, ora, sullo stesso tram incontro un giovane che si tiene in precario equilibrio, occhi come di un addormentato. Non si accorge nemmeno delle persone intorno. Indossa abiti laceri e sporchi ed emana un persistente cattivo odore da riempire l’abitacolo. Quale sarà la mia conoscenza estetica di quella persona? Mi rimanderà ad uno spiacevole ricordo, mi passeranno davanti agli occhi il meme che avrò visto di tossicodipendenti del parco, o di un senza fissa dimora alla stazione; mi si pareranno davanti immagini di abbandono sociale e urbano, qualche sequenza di un film disperato. In questa fase lo spazio estetico che circonda i miei sensi è certo poco felice, ma è ancora uno spazio amorfo, che si andrà definendo e, gradualmente, mi spingerà a provare pietas e desiderio di accoglienza o, al contrario, crudelitas e un rifiuto cieco e aggressivo.

Collocherò, cioè, il mio pensiero e la mia azione rispondendo a sollecitazioni ricevute dalla cultura che mi sta intorno, un ambito escludente o uno accogliente.

Ma se, sfortuna vuole, io non abbia strumenti per valutare e ciò che sto vedendo è solo un quadro distorto, difficile da interpretare, finirò con l’appoggiarmi a ciò che è stato detto su quel giovane durante l’ultimo comizio del politico di turno o dall’ultimo video dell’influencer, affamato del mio like, o dalle chiacchiere con gli amici al bar, finirò per costruire una rappresentazione che deciderà della mia reazione e della mia relazione con il giovane, senza punti di riferimento ragionevoli e motivati, sulla scorta delle altrui opinioni. Così si accrescerà la mia disponibilità a credere in queste rappresentazioni casuali e manipolatorie e assumerò una logica di un altro pensando che sia la mia.

La facilità con cui questi meccanismi avverano la realtà, la costruiscono senza colpo ferire, ci fa capire quanto sia rischioso lasciare che le opinioni e gli slogan, le politiche rabberciate di un Paese agiscano senza riconoscere la forza della logica e del pensiero. Forze necessarie per orientare le mie scelte come singolo o come popolo e oggi ritenute ininfluenti.

Per questa via la democrazia non possiederebbe più la capacità di mettere al centro di un Paese i bisogni dei cittadini e l’ultima parola sarebbe detta da chi ha interesse a creare una rappresentazione del reale coerente con i suoi scopi. Questi ultimi diventerebbero gli scopi di tutti, sarebbero percepiti come normali, dotati di forza propria e in quanto tali perseguiti anche a costo di calpestare i diritti inalienabili degli esseri umani.

Non è forse quello che sta succedendo in Italia e nel resto del mondo?

Ci vuole poco a capire che in questa maniera i criteri di libertà e di uguaglianza finiranno col non garantire alcuna permanenza ad una realtà sociale condivisa e non perché sarebbero oppressi e calpestati, ma perché non se ne sentirebbe più bisogno.