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    Home»Diritti»Umanità perduta tra San Vittore e Opera
    Diritti

    Umanità perduta tra San Vittore e Opera

    Marco CostantiniDi Marco CostantiniFebbraio 19, 202619 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    Un uomo detenuto è stato da poco trasferito da San Vittore a Opera. È padre di una bambina di cinque anni e fino a un paio di mesi fa poteva sentire il papà al telefono sei volte a settimana e non vedeva l’ora che arrivasse il sabato per andare a trovarlo, nel carcere milanese di San Vittore. Ora, il papà può sentirlo al massimo sei volte al mese e lo può andare a trovare solo un sabato, nell’istituto di Opera. Questa bambina sta soffrendo. Ogni visita si trasforma in un percorso ad ostacoli. Ogni volta in cui va a trovare il padre, oggi, questa bambina piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo. Da quando il papà è stato trasferito ad Opera, la sua quotidianità è profondamente cambiata. Da una telefonata al giorno a sei al mese. A San Vittore la bambina aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno: Sei telefonate a settimana, anche se di pochi minuti, che alimentavano un legame fondamentale, un rapporto continuo con il padre. Ora, invece, le telefonate si sono ridotte a sei al mese. La casa circondariale di San Vittore ha la fortuna di avere tre donne al comando, la direttrice, la comandante e la dirigente dell’area sanitaria, che riescono ad avere un rapporto con i detenuti molto comprensivo anche nello stato di sovraffollamento in cui si trovano.

    «Quando era in quest’istituto, la bambina sentiva il padre pressoché tutti i giorni perché la direttrice (Maria Pitaniello) autorizzava quasi quotidianamente le telefonate straordinarie». Ciò è previsto dalla legge n. 28 del 30 aprile 2020, che afferma che il direttore può decidere, in presenza di figli minori, quante telefonate straordinarie concedere. «Ad Opera la direttrice, che è cambiata da poco (Rosalia Marino), ha deciso che le telefonate straordinarie possono essere solamente due al mese per tutte le persone detenute che hanno figli minori».

    Ma oltre a questa assurda decisione, anche i colloqui visivi sono stati diminuiti da quattro colloqui a uno al mese. Oltre alle telefonate, con il trasferimento anche i colloqui della bambina con il padre si sono molto ridotti. Mentre a San Vittore poteva andare tutti i sabati, ad Opera può fare solo un incontro al mese il sabato. «I colloqui sono diventati rari e complicati. La bambina dovrebbe saltare la scuola per andare a colloquio in mezzo alla settimana», afferma la mamma.

    Non è cambiata solo la quantità degli incontri, ma anche la qualità. «Nel precedente istituto si trovava bene, c’erano i volontari di Telefono Azzurro che aiutavano i bambini a vivere quei momenti con un po’ di leggerezza, organizzando giochi prima del colloquio: la bambina aspettava il sabato con impazienza perché incontrava il padre in una situazione giocosa e serena».

    A Opera hanno eliminato anche lo “spazio giallo” esterno gestito da Bambini senza Sbarre, privando i piccoli di un luogo sicuro dove distrarsi mentre aspettano i familiari. I bambini venivano intrattenuti nel periodo di attesa, che può durare anche 30-40 minuti: «Adesso lo spazio è stato spostato all’interno, ma non serve quasi a niente perché, una volta che hanno passato tutte le procedure, quando i piccoli stanno dentro entrano subito per fare il colloquio».

    Ad Opera ogni visita «è segnata da perquisizioni invasive che non risparmiano i bambini, che vengono controllati dagli agenti anche dopo il metal detector. Ogni sabato, questa piccola innocente è impaurita, piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo. Per i più piccoli, durante i controlli il pannolino viene tolto e cambiato immediatamente, per paura che si possa nascondere qualcosa lì dentro».

    Ora sicuramente qualche associazione presenterà un’interrogazione Parlamentare, che non porterà a nessun cambiamento della situazione, perché nelle carceri italiane vige un principio io sono il Direttore e faccio quello che voglio. Non esiste un regolamento valido per tutti. Ho vissuto di persona queste storie con mia figlia che voleva saltare il bancone per stringere il suo papà, ma per lo Stato mantenere un rapporto con la famiglia è solo sulla stanza del Magistrato che vuole darti un beneficio, altrimenti il nulla.

    Autore

    • Marco Costantini
      Marco Costantini

      Attivista Sbarre di zucchero, da molto tempo cerco di dare voce alle persone recluse, sono laureato in Giurisprudenza, ho scritto diversi libri e partecipato a consorsi letterari. Sono nato a Roma dove vivo e lavoro

    Bambini senza sbarre carceri italiane colloqui in carcere dignità direttori di carcere diritti dei detenuti diritti dei minori discrezionalità amministrativa figli di detenuti genitorialità in carcere giustizia e umanità legami familiari Opera perquisizioni procedure di sicurezza regolamento penitenziario San Vittore sovraffollamento carcerario spazio giallo supporto psicologico telefonate ai familiari Telefono Azzurro trasferimento detenuti trattamento penitenziario trauma tutela dell’infanzia volontariato in carcere
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