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    Home»Europa»La guerra in Iran, la sospensione delle sanzioni e l’Europa nel nuovo ordine internazionale
    Europa

    La guerra in Iran, la sospensione delle sanzioni e l’Europa nel nuovo ordine internazionale

    Gaetano PergamoDi Gaetano PergamoMarzo 19, 20267 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Guerra Iran
    Guerra Iran

    Ancora una volta le decisioni americane spiazzano l’UE. La sospensione (momentanea) delle sanzioni per gli acquisti del petrolio russo mette l’Europa drammaticamente in difficoltà. La scelta americana rivela una volta di più che l’Amministrazione Trump opera “a pelle”, senza una strategia di lungo periodo, rispondendo solo a sé stessa e ai suoi interessi immediati. In questo caso di politica interna e del mondo Maga. Non ci sono vincoli o trattati da preservare. Prevalgono gli interessi diretti e immediati, a costo di compromettere quelli strategici di lungo periodo e alleanze solide e sperimentate.

    Trump, Midterm e interesse immediato nella politica estera Usa

    L’imprevedibilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca alla fine può trovare un fattore comune nell’interesse immediato. Cosicché si può sostenere che il timore di perdere il controllo del Congresso con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm guideranno le sue prossime mosse.

    Petrolio al centro

    Dall’arrivo alla Casa Bianca il petrolio è stato al centro delle iniziative politiche e diplomatiche dell’Amministrazione. È stata la ragione della relazione “controversa e speciale” con Mosca e del raffreddamento verso Kiev; degli interventi in Venezuela e in Iran; quella che chiarisce la forte presenza nei paesi del golfo e la speciale partnership con Israele; è alla base delle rivendicazioni strampalate su Groenlandia e Canada. Ed è anche una delle motivazioni dello scarso interesse per l’Europa, priva di quelle risorse che saranno ancora essenziali per i prossimi anni.

    Perché gli Usa considerano l’Europa meno strategica

    In questa visione, superficiale e grezza, il vecchio continente, con la sua postura e la sua complessità, è più un peso che un alleato prezioso. Non contano l’affidabilità strategica, la condivisione di valori, la capacità di far fronte agli impegni. Sembrerebbero svuotate di significato le evidenze storiche che hanno guidato l’alleanza atlantica negli ultimi 80 anni e l’ineludibile e attuale necessità di un pilastro da questo lato della sponda atlantica; le dimensioni economiche e finanziarie di una comunità che esprime uno dei mercati tra i più estesi e omogenei al mondo; la potenza industriale e commerciale capace di condizionare e orientare; la radicata presenza politica e diplomatica nel mondo. Tutto azzerato?

    Energia, IA e Silicon Valley: la nuova priorità americana

    La politica estera statunitense rincorre gli affari e l’accaparramento delle fonti energetiche. In una visione necessitata dai bisogni energivori della società americana e dal sostegno industriale alle nuove tecnologie e ai data center per lo sviluppo dell’IA, che è sempre più un uno strumento e un terreno di battaglia. L’opzione primaria è garantire energia sufficiente ad un settore sempre più cruciale nei nuovi teatri di guerra. Produrre energia, produrla a basso costo per consumi destinati a crescere enormemente nei prossimi anni è la priorità a sostegno dell’industria digitale e dei colossi della Silicon Valley. Cosa non facile, anche perché non basta procurarsi petrolio se non si ha una capacità di raffinazione adeguata. Le difficoltà ad utilizzare il greggio venezuelano e la freddezza delle big oil lo dimostrano.

    Politica muscolare e ricadute interne

    Nel temuto confronto con la crescita dell’influenza cinese, che negli anni ha ramificato la propria presenza nei diversi continenti per mettere le mani sulle risorse minerarie necessarie alla transizione energetica, molto meglio e più percorribile sarebbe stata la capacità di disporre di combustibili in base alle sfere di influenza e ai condizionamenti diplomatici, garantendo e orientando il libero scambio, preparando il terreno alla transizione energetica. Sulla base di un progetto ampio che richiede una programmazione di lungo periodo, che non rientra nella cultura politica ed economica del risultato a breve. Un bel problema per l’immobiliarista divenuto nuovamente Presidente per un solo mandato. Con l’incognita delle elezioni di Midterm. Immaginare di ostacolare o contenere i processi economici del gigante asiatico e allo stesso tempo accelerare i propri a forza di violazioni internazionali e a suon di bomba, in un mondo interconnesso e integrato, è stato un azzardo globale. Le cui conseguenze non risparmiano nessuno, neppure chi quelle bombe le ha sganciate.

    Attacco all’Iran, inflazione e rincari negli Stati Uniti

    Gli effetti negativi scatenati dall’attacco all’Iran, infatti, stanno avendo ricadute mondiali. Stagnazione e perdita di potere d’acquisto cominciano a materializzarsi. Anche se dichiara che gli Usa stanno facendo molti soldi con la vendita a prezzi maggiorati dei prodotti energetici, il Governo americano sa perfettamente che questo si traduce in rincari per i cittadini e per le imprese americane. Dai prezzi di gas, luce e benzina sino agli alimentari, l’atterraggio della crisi iraniana comincia a minare la fiducia degli americani che avevano eletto Trump sulla base di una promessa programmatica racchiusa nello slogan protezionista “America First”. Così come è stato per i dazi, quando il Presidente si vantava che l’America incassava milioni di dollari e il mondo era in fila ai suoi piedi. Anche in quell’occasione, in realtà la maggiorazione dei prezzi ricadde sui consumatori. Oggi le preoccupazioni per la ripresa della dinamica inflattiva, spinta dai prezzi energetici- che sono orizzontali al sistema economico trasmettendosi a tutte le filiere produttive e distributive- rischiano di affondare le speranze di un taglio ai tassi e innescare una fase di crisi che sarebbe fatale per il futuro della Presidenza chiamata alla verifica elettorale di Midterm fra pochi mesi. Le preoccupazioni per le tensioni economiche in patria, potrebbero, dunque, aprire una fase nuova per la presidenza americana, dove i precetti Maga tornerebbero al loro posto, riposizionando le esigenze interne in cima alle priorità. Per questo- a conferma della mancanza di una strategia- si potrebbe ipotizzare un colpo di teatro che metta fine all’infausta guerra nel Golfo. Un suo prolungamento non farebbe altro che stressare ulteriormente quell’America inquieta e profonda che costituisce l’elettorato del 47° Presidente. Non sarà facile convincere l’alleato israeliano che chiede tempi più lunghi per finire il lavoro. Vedremo, mentre il rischio incombente di un nuovo Vietnam si agita nell’orizzonte politico statunitense.

    L’Europa nel nuovo ordine internazionale

    In questo contesto, l’Europa-tenuta all’oscuro delle decisioni e degli obiettivi- deve porsi sempre più la questione della propria autonomia strategica e della propria sicurezza. In uno scenario in cui il principale alleato ignora il dovere della concertazione e condivisione di scelte militari e atti di guerra a ricaduta globale e nel quale opera decisioni improvvise ed improvvide, come la sospensione unilaterale delle sanzioni al petrolio russo, incrinando il fronte di resistenza all’invasione dell’Ucraina, l’UE deve trovare la forza di reagire.

    Autonomia strategica europea e crisi della Nato

    Lasciata da sola a reggere il fronte orientale dei propri confini, oltre che della Nato, non può non pretendere un vertice dell’Alleanza Atlantica di verifica dell’operatività dell’Organizzazione e dell’assistenza militare prevista, a garanzia della sicurezza transatlantica. Il tempo delle proteste formali è finito. All’interlocutore di Washington va fatto capire che o cambia registro o si ritrova da solo.

    Europa, guerra nel Golfo e rispetto del Trattato Atlantico

    L’opinione pubblica europea non vuole la guerra. Gli Usa non hanno la facoltà di trascinare in un conflitto i paesi UE, chiedendo ad essi di inviare navi da combattimento per riaprire lo stretto di Hormuz. L’Unione ha la possibilità, con i Governi membri, di negare l’impiego delle basi Nato sul suo territorio, al di fuori delle regole che disciplinano il Trattato Atlantico. Serve come richiamo alla lealtà e al rispetto. Serve a mettere Trump di fronte alle sue responsabilità, una volta per tutte.

    Riarmo europeo su base unionale e futuro dell’Europa unita

    Allo stesso tempo è necessario correggere la rotta del riarmo europeo, che deve avvenire su base unionale. Il riarmo delle singole nazioni è una mina sul cammino dell’Europa unita, riapre antiche ostilità, riaccende secolari sospetti, rinvigorisce egoismi, riporta in auge un nazionalismo superato dalla storia e condanna alla minorità internazionale i nostri Paesi.

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