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    Home»Storia e controstoria»Il teorema di Humpty Dumpty
    Storia e controstoria

    Il teorema di Humpty Dumpty

    Guido BonarelliDi Guido BonarelliMarzo 20, 20231 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Immagine di apertura Foto di Annie Spratt, Unsplash
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    «Quando io uso una parola», disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «essa significa esattamente quello che decido io … né più né meno.»
    «Bisogna vedere», rispose Alice, «se si può far sì che le parole significhino così tante cose diverse.»
    «Bisogna vedere», replicò Humpty Dumpty, «chi comanda … tutto qui.»
    (Lewis Carroll, Alice attraverso lo specchio)

     

    L’Occidente sta affrontando in questo momento storico una serie di sfide. Una di queste sfide riguarda il crescente potere della finanza e delle grandi corporazioni, che può minacciare la democrazia e la libertà se non viene adeguatamente regolamentato e controllato.

    La polarizzazione estrema e la mancanza di un dialogo costruttivo tra le parti politiche possono costituire un ulteriore elemento di debolezza delle istituzioni e incoraggiare il potere economico a trarre un vantaggio ancora maggiore.

    Infine anche l’informazione e il sistema dei valori possono essere minati da una serie di fattori come la manipolazione, la censura e il conformismo, che possono portare all’orientamento e al condizionamento attraverso una visione unilaterale e parziale della realtà.

    Economia fuori controllo, politica fragile

    New York Stock Exchange, foto di Jimmy Woo, Unsplash

    Uno studio del 2015 del Global Policy Forum descriveva l’influenza dei fondi privati e delle corporazioni industriali sulle Nazioni Unite, dedicando una buona parte del testo all’Organizzazione Mondiale della Sanità e avanzando dubbi sulla reale utilità di questa relazione, inaugurata nel 1997 dall’allora segretario generale Kofi Annan e sempre più accresciutasi negli anni:

    «Sottovalutando le profonde incursioni che il settore privato ha fatto nella governance globale e nella definizione dell’agenda, e già indebolito dall’instabilità dei finanziamenti, l’ONU corre il rischio di diventare inadatta a qualsiasi scopo che non sia l’allineamento alle agende delle imprese private, mentre la governance e la democrazia si frammentano e diventano sempre meno trasparenti e responsabili».

    La presenza delle corporazioni è diventata ancora più pervasiva negli ultimi anni e il loro progetto di affermazione globale attraverso le organizzazioni internazionali è diventato ancora più evidente. Le grandi imprese hanno sempre esercitato una forte influenza sulla politica e sull’economia, ma la loro forza si è ampliata in modo significativo grazie alla globalizzazione e alla crescente interconnessione dei mercati internazionali.

    Le corporazioni hanno la capacità di esercitare una forte attrazione sui governi e sulle organizzazioni internazionali attraverso il loro potere finanziario e la loro capacità di fare pressione sui responsabili politici. Inoltre, alcune multinazionali sono così grandi e potenti da poter determinare l’agenda politica e persino creare leggi e regolamenti a loro vantaggio.

    Il progetto di affermazione globale delle corporazioni attraverso le organizzazioni internazionali è diventato evidente con il loro coinvolgimento attivo nella definizione delle politiche globali. Le grandi imprese, spesso rappresentate in organismi internazionali come il World Economic Forum, il G7, il G20 e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), orientano le decisioni dei governi su una vasta gamma di temi, tra cui l’ambiente, il commercio internazionale, la finanza, la salute e l’energia.

    Il peso crescente delle corporazioni solleva quindi preoccupazioni riguardo alla democrazia e alla sovranità degli Stati. Le grandi imprese possono mettere in pericolo la capacità dei governi di rappresentare i loro cittadini e di prendere decisioni nell’interesse pubblico.

    Quarto potere?

    Il passaggio da una società basata sui valori democratici e sulla libertà a un nuovo ordine illiberale è un processo complesso e inquietante, che come abbiamo detto può essere alimentato da una serie di fattori, tra cui l’aumento di autorità delle grandi corporazioni e della finanza, la polarizzazione politica e ideologica, la manipolazione dell’informazione. In questo contesto, le opinioni espresse dai media tradizionali possono essere viste come parte dell’istituzione che sostiene il sistema dominante e la loro presunta neutralità e obiettività possono essere messe in discussione.

    Londra, 18 agosto 2014, conferenza stampa di Julian Assange, Flickr

    Il caso di Julian Assange è emblematico di come la democrazia e la libertà di informazione possano essere minacciate dalle forze politiche ed economiche che cercano di proteggere i propri interessi. La detenzione prolungata di Assange e il suo processo di estradizione sono stati visti da molti come una violazione dei diritti umani fondamentali e della libertà di stampa, e come un tentativo di intimidire i giornalisti e chiunque all’interno delle organizzazioni e dei governi segnali comportamenti illeciti.

    L’intolleranza e la censura possono diventare un problema crescente nei mezzi di comunicazione e rappresentare una minaccia alla libertà di espressione e all’accesso a informazioni imparziali e complete, non solo negli Stati autoritari ma, come abbiamo visto, anche nei Paesi democratici.

    Internet e i social media possono sicuramente rappresentare un’opportunità per liberare l’informazione ufficiale dal conformismo, promuovendo la pluralità delle opinioni e l’accesso alle informazioni. Tuttavia anch’essi, come qualsiasi altro strumento, possono essere utilizzati per scopi negativi, come la diffusione di messaggi di odio e la promozione della violenza.

    È importante che le piattaforme digitali, come Facebook, Twitter e WhatsApp, siano utilizzate in modo responsabile ed etico e si impegnino nella moderazione dei contenuti inappropriati e nella lotta contro la disinformazione, non consentendo agli utenti di utilizzarle per promuovere odio e discriminazione.

    In tal senso, l’iniziativa del gruppo Meta di consentire agli utenti di alcuni Paesi di invocare la violenza contro la Russia all’indomani dell’invasione dovrebbe anch’essa essere ritenuta inaccettabile.

    Ma per comprendere in quale terreno accidentato ci stiamo muovendo, aggiungiamo che anche il modo per prevenire la disinformazione può essere in realtà l’esatto contrario e pratiche come debunking, fact-checking e prebunking possono rappresentare una vera e propria inquisizione digitale.

    Il sistema dei valori

    Occupy Wall Street, foto di David Shankbone, Wikimedia Commons

    Multinazionali e organizzazioni internazionali hanno oggi una forte influenza nella definizione dei codici di comportamento a livello globale. Questo è particolarmente vero per le grandi aziende che operano su scala internazionale, le quali spesso adottano norme etiche e di responsabilità sociale d’impresa per gestire le proprie attività in tutto il mondo.

    Inoltre, le organizzazioni internazionali come l’ONU, l’Unione Europea e la Banca Mondiale hanno un forte impatto sulla definizione di codici di comportamento e regolamentazioni a livello globale, sia per le aziende sia per i governi. Questi organismi determinano la politica economica e sociale dei Paesi membri, spingendo per l’adozione di norme comuni in diversi ambiti, tra cui il commercio, l’ambiente, i diritti umani e la giustizia sociale.

    La pretesa, da parte delle multinazionali e delle organizzazioni internazionali, di dettare il sistema di valori e codici di comportamento è spesso oggetto di critiche e dibattiti, che evidenziano come possa essere contraria sia alla sovranità dei singoli Paesi e alla loro capacità di definire autonomamente le proprie politiche e normative sia alla libertà delle persone e al confronto politico democratico.

    Politically correct, contrasto alla disinformazione, regolamentazione dei social media, definizione dei diritti, gender identity sono solo alcuni dei temi che richiedono di comprendere se i codici di comportamento condivisi – poiché di fatto non può esistere un’uniformità di valori -, non possano rappresentare una deriva coordinata verso una sorta di pensiero unico totalizzante.

    Immagine di apertura: Foto di Annie Spratt, Unsplash

    Autore

    • Guido Bonarelli
      Guido Bonarelli

      Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

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