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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – III puntata
    Racconti dalle strade del mondo

    Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – III puntata

    Pietro RagniDi Pietro RagniDicembre 20, 20241 VisualizzazioniTempo lettura 11 min.
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    Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri

    In questa III puntata dei nostri viaggi in Iran ho fatto una digressione per spiegare cosa siano i qanat e come essi vengano costruiti. Fu bello iniziare a conoscere persone locali in gran parte gentili e disponibili e luoghi particolari come il bazar. Non può mancare la descrizione del fascino che ho subito osservando tanti magnifici tappeti persiani. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.

    Pietro Ragni

     

    I qanat: cenni storici

    Branco di cammelli nel deserto presso Shahrood (foto A. Ferrari)

    Molti non sanno cosa siano i qanat, allora penso sia interessante spendere qualche parola su questi antichi manufatti. La Persia è sempre stato un territorio in gran parte arido, per cui il bene più prezioso, fin dall’antichità, è stato l’acqua. Il primo problema era trovarla e riuscire a portarla in un’area pianeggiante ove far crescere la vegetazione e fondare un piccolo villaggio. La sfida aggiuntiva era quella di trasportare l’acqua in modo che non evaporasse, a causa del grande caldo presente per quasi tutti i mesi dell’anno nel deserto. Pertanto non era possibile costruire acquedotti a cielo aperto come quelli romani, perché l’acqua non sarebbe arrivata a destinazione; occorreva inventare qualcosa di diverso.

    Molto probabilmente all’epoca dell’Impero persiano furono costruiti i primi qanat: acquedotti sotterranei in grado di trasportare grandi quantità di acqua anche a distanza di molti chilometri, evitandone l’evaporazione. Questa tecnica ingegneristica, così come la vediamo oggi, si ritiene sia stata definita intorno al V secolo a.C., ebbe subito successo e fu rapidamente replicata nei paesi vicini ove c’erano zone desertiche o aride, diffondendosi nell’area mediorientale e subito dopo in Africa settentrionale fino al Marocco ed anche nell’Asia centrale fino all’oasi di Turphan nel nord della Cina e in altre piccole oasi ad una cinquantina di chilometri dal confine con l’attuale Mongolia. Dopo la conquista islamica vi fu un’ulteriore diffusione dei qanat addirittura anche in Spagna ed in Sicilia, infatti nei pressi di Palermo sono stati ritrovati i resti di uno di essi. La cosa sorprendente è che in molti paesi i qanat sono ancora in funzione ai giorni nostri.

     

    I qanat: tecnica di costruzione

    La costruzione del qanat era preceduta dalla ricerca di un’area ove si potesse intercettare la falda acquifera, in genere in aree montane o pedemontane. Lì veniva costruito un primo pozzo; era il Pozzo madre (in persiano “Madar Char”) del qanat. Successivamente si decideva dove bisognava portare l’acqua, scegliendo un’area pianeggiante sita ad una quota più bassa di quella del Pozzo madre. Avendo stabilito i due punti da collegare, bisognava creare un condotto sotterraneo, in modo che l’acqua potesse scorrere dal Pozzo madre fino all’uscita in piano, assicurando una sia pur contenuta pendenza (0,3-0,5%) fra le due estremità.

    Pertanto si scavava a dieci-quindici metri dal pozzo madre un secondo pozzo verticale e, via via, dopo di esso, un terzo e altri in sequenza, fino al punto dove l’acqua doveva sgorgare, il luogo di uscita del qanat, chiamato in persiano “mahzar”.

    Illustrazione del percorso di un qanat (disegno realizzato dall’Arch. Ilaria Ragni)

    Terminato lo scavo dei pozzi verticali, la fase successiva era quella di realizzare il canale sotterraneo che congiungesse i punti di inizio e fine dell’acquedotto. Partendo dal mahzar si procedeva a ritroso, si scavava in orizzontale un cunicolo che congiungeva il mahzar al pozzo più vicino, l’ultimo della serie prima dell’uscita; poi si continuava a scavare sotto terra collegandosi via via a tutti i precedenti pozzi fino ad arrivare al Pozzo madre. Si è così realizzato il canale del qanat, in genere esso ha un diametro di circa un metro e mezzo e rispetta la lieve pendenza citata. Con grande cautela si arrivava all’ultimo atto: rompere l’ultimo setto del canale collegandolo al Pozzo madre per far defluire nel qanat, per la prima volta, l’acqua fino all’uscita. È importante considerare che non si usavano, né si usano ora, pompe o altri sistemi meccanici; l’acqua scorre solo per la gravità, grazie a quella pendenza di pochi gradi. Questo processo costruttivo era effettuato con strumenti semplici e rudimentali, purtroppo, ci è stato raccontato, che molti lavoratori morivano durante gli scavi per frane o altri incidenti, tant’è vero che un ramo del qanat di Biyar Jormand è noto come “Il qanat di sangue”.

    Il susseguirsi dei pozzi di un qanat presso Shahrood (foto A. Ferrari)

    Il mahzar è un luogo importante per la comunità delle oasi ed è caratterizzato da due tipologie: una vasca di contenimento dove la gente può andare a prendere l’acqua che necessita, collegata ad una grande cisterna, normalmente coperta, per conservare l’acqua (lo vedremo a Biyar Jormand e Shahrood). Altrimenti la vasca è collegata a un canale (come a Torud) a sua volta con varie deviazioni per i fabbisogni igienici ed irrigui.

    Infine sottolineiamo che i pozzi verticali servono all’inizio per consentire la costruzione del canale, gli strumenti semplici a disposizione non consentivano di realizzare tunnel lunghi chilometri, la genialità costruttiva dei persiani fu di comprendere che costruire brevi (30/70 metri) segmenti di tunnel e poi collegarli fra loro era un’opera impegnativa, ma possibile e permetteva di creare un condotto lungo chilometri.

    Illustrazione della disposizione dei locali affianco al percorso del qanat, al fondo di uno dei pozzi verticali (disegno realizzato dall’Arch. Ilaria Ragni)

    I pozzi verticali, durante l’operatività del qanat, restano fondamentali per la ventilazione, la manutenzione e la regolazione del flusso dell’acqua, infatti ogni tre o quattro pozzi uno, oltre a raggiungere il canale dell’acqua, permette di entrare in locali interrati costruiti affianco al canale, dove i lavoratori (chiamati “moqqani” e dediti solo alla costruzione e manutenzione dei qanat) conservano alcuni degli strumenti utili per interventi rapidi e dove essi possono riposare, poiché sono luoghi freschi, nonostante il torrido calore all’esterno.

    In alcuni pozzi si può scendere con una rudimentale ascensore di legno sospeso ad una robusta corda manovrata da un argano, altrimenti viene utilizzata una semplice corda assicurata all’esterno per discendere e arrampicarsi per risalire.

    Biyar Jormand: argano per far scendere i moqqani nel qanat (Foto dell’autore)

    Alla fine degli anni Ottanta, si stimava che vi fossero in Iran circa ventidue mila qanat, per una lunghezza totale di più di 300 chilometri; essi coprivano il 75% del fabbisogno idrico nazionale soprattutto per i villaggi e le città nelle zone desertiche o predesertiche.

     

    Prima visita al bazar di Shahrood

    Torniamo al racconto della nostra prima giornata di lavoro. Dopo l’incontro presso l’università, andiamo a visitare il bazar, una vera istituzione per l’Iran, non solo il luogo commerciale più importante in ogni città, composto da centinaia di botteghe, ma anche un punto di incontro coloratissimo e caotico. Siamo accompagnati dal traduttore, da un paio di professori e dal figlio di uno di questi, Dariush, un ragazzino di quindici anni sveglissimo che ha fatto un corso a Londra per imparare l’inglese.

    Pistacchi e altri frutti secchi al bazar di Shahrood (foto dell’autore)

    Mentre guardiamo le bancarelle strapiene, meravigliati dai tanti diversi tipi di pistacchi con vari colori ed ottimo prezzo (non a caso ne porteremo tanti sacchetti a familiari e amici), sento dei giovani barbuti che dicono qualcosa ad alta voce alle mie spalle. Non so se parlano a me, ma Dariush al mio fianco li capisce e li rimprovera dicendo una serie di parole con tono arrabbiato e gesti minacciosi. Non capisco quello che sta succedendo, ma vedo i barbuti che se ne vanno via senza contro rispondere. Prendo per mano il ragazzino e gli chiedo di spiegarmi se avessi fatto qualcosa di male e cosa volevano quei tizi.

    Mi dice che li ha sentiti ingiuriarmi perché ho la giacca a vento rossa e non l’avrei dovuta indossare in un giorno dedicato a ricordare la morte di non so quale profeta; lui li ha rimproverati dicendo loro che “la madre li aveva cresciuti ignoranti”! Ha aggiunto che era ovvio che sono straniero e non potevo sapere; per altro sono un ospite prezioso e famoso dell’università. Brrr… abbiamo pure rischiato un incidente diplomatico, certo i fanatici sono una maledizione dappertutto! Meglio tornare a dedicarci al bazar.

    Effettuiamo, con il fondo comune, le nostre prime compere di frutta, pistacchi e bottiglie di acqua, i colleghi e Dariush ci dicono che non si compra così! Bisogna assaggiare quel che si vuole comprare e soprattutto contrattare, altrimenti non si dà gusto ai venditori e si fa la figura di “gonzi”. Mi convincono subito, per me è un divertimento, ricordo mia zia che mercanteggiava al mercato quando ero piccolo; applicherò il suggerimento in futuro, anzi inizio subito ad applicarlo quando visitiamo la zona dove espongono i tappeti. Infatti in genere le botteghe ed i banchetti sono raggruppati per natura merceologica; le più importanti sono le aree degli alimentari, dell’abbigliamento, dell’arredamento di casa e ovviamente quella dei tappeti.

     

    Il fascino dei tappeti persiani

    Tappeti nel bazar di Isfahan (foto di A. Ferrari)

    Adocchio un bellissimo Kashan (avevo un po’ letto notizie sui tappeti persiano prima di partire), chiedo il prezzo, il venditore mi dice un valore che in Italia già sarebbe buono, ma gli dico che è troppo caro. Mi chiede quanto vorrei pagare ed io gli offro meno della metà di quel che ha richiesto! Mostra di essere disperato, finge di sbattere la testa alla parete; gli dico che non importa e mi avvio. Cerca di bloccarmi, ma lo rassicuro che tornerò, sembra dispiaciuto. Insomma una piece teatrale…

    In effetti prima di ripartire siamo tornati, poiché ci avevano detto che era molto meglio compare i tappeti a Shahrood che a Teheran, dove hanno prezzi più alti, e con il venditore, dopo un tè caldo e una lunga contrattazione, contando nodo per nodo sul retro, ci siamo messi d’accordo a poco più della metà del prezzo chiesto da lui, tanto più che anche Angelo ed Ezio hanno fatto acquisti. Alla fine contenti noi e contentissimo lui che ci ha detto che i suoi tappeti ci porteranno fortuna.  Vorrei sottolineare un aspetto su cui eravamo tutti d’accordo: non si acquista solo un bell’oggetto, un pregiato complemento di arredo; con un tappeto persiano, si porta a casa un piccolo pezzo di storia e di un racconto millenario, un colorato riverbero della locale società.

    I tappeti persiani sono veramente bellissimi e, studiandone caratteristiche e storia, ci si innamora di essi sempre di più, come è accaduto a me ed ai miei amici. Non posso dilungarmi, ma vorrei solo riportare qualche informazione di base per contagiare anche i lettori. La prima distinzione è fra tappeti “nuovi”, cioè prodotti da poco tempo e “vecchi”, quelli prodotti decine di anni prima, risalendo nel tempo fino ai secoli precedenti; questi sono molto più costosi e possono anche essere stati usati da precedenti acquirenti. La seconda distinzione è in funzione del materiale; in genere il vello del tappeto è in lana con trama ed ordito in cotone, versioni più pregiate hanno anche parte del vello in seta, risultando più brillanti alla vista. L’ultima è la dimensione del tappeto; a parità di caratteristiche, più esso ha un’area ampia, più vale. Il nome del tappeto è dato tradizionalmente in onore della città dove è stato prodotto; fra i più pregiati quelli prodotti a Isfahan e Tabriz. Disegni e colori sono peculiari per ciascuna città di produzione, per cui anche guardando da lontano subito comprendi che tipo di tappeto è quello che stai osservando.

    Retro di un Tabriz con densità maggiore di mille nodi (foto dell’autore)

    Infine vi è una caratteristica tecnica che è fondamentale per valutare il pregio di un tappeto: si tratta della densità dei nodi che sono stati tessuti per realizzarlo. Bisogna scegliere, sul retro del tappeto valutato, un quadratino con lati di un decimetro e moltiplicare il numero di nodi sulla lunghezza per quello dei nodi sulla larghezza del quadrato; il risultato si chiama “densità dei nodi”. In genere più alta essa è, maggiore è la qualità ed il prezzo del tappeto. Un’ottima densità ha mille o più nodi per decimetro quadrato, fra l’altro tappeti con questa qualità hanno il retro tale che si ritrova con nettezza il disegno del fronte, quasi un’immagine in negativo.

     

    NOTA Un particolare ringraziamento a mia figlia Ilaria Ragni che ha prodotto i due bei disegni inseriti in questa puntata.

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    Pietro Ragni

    Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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