Carrellata di orrori
Il fine anno ha riservato a me e a tanti di noi immagini orribili che neanche avremmo potuto immaginare nel più cupo degli incubi.

Un tappeto di documenti e passaporti neri gettati sul pavimento degli uffici delle prigioni siriane; persone dolenti, venute da tutto il paese, cercano lì, febbrilmente, tracce dei loro cari scomparsi. Nella quasi totalità dei casi sono quei pezzi di carta l’unica testimonianza di vite spezzate, cancellate; sopravviveranno ai loro proprietari.

Una carrellata mostra infinite immagini delle macerie di alcune delle città distrutte dai bombardamenti ordinati dal presidente di quello sfortunato paese. Palazzi crollati su sé stessi; armature sporgenti e penzolanti di quelli che un tempo erano balconi; tante, tantissime piramidi di frammenti di case distrutte. Nessuno circola per quelle strade cancellate. Un testimone indica uno scheletro di palazzo: “era casa di mia moglie”, un cumulo di macerie lì vicino era il suo appartamento, “poco più lontano c’era l’asilo dei bimbi” ricorda. Ora il silenzio e la desolazione regnano fra questo accumulo di rovine. La vita si è ritirata via.
Un altro servizio televisivo dalla Siria mostra una cittadina che fu colpita da un attacco con armi chimiche perpetrato dall’allora governo del paese. Fu effettuato per colpire i ribelli, ma di fatto ha solo ucciso civili. Gli ordigni furono fatti denotare durante una notte con assenza di vento, in modo da ottenere il peggior risultato possibile. Il gas, probabilmente “sarin”, secondo l’inchiesta delle NU, ristagnando, ha ucciso centinaia cittadini; cittadini scampati dicono più di mille e cinquecento; molti i bambini fra le vittime. Un testimone ha indicato un ampio campo con alcune lapidi, ha detto che quella era la fossa comune allestita d’urgenza all’indomani del bombardamento; in essa furono deposti cinque livelli sovrapposti di cadaveri…
Proteste contro la dittatura che divengono guerra civile
Al termine del 2010 iniziarono in Tunisia le proteste e le rivolte, ricordate poi come “primavera araba”, che si diffusero in gran parte dei paesi islamici del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel marzo 2011 iniziarono le prime manifestazioni in Siria, contro il presidente Bashar al-Assad. Le ragioni dello scontento erano il prolungarsi di una dittatura brutale che aveva condannato alla povertà la maggioranza dei cittadini, cancellato i partiti, vietato riunioni con più di cinque persone, censurato i media e lasciato mano libera alla polizia per arresti, detenzioni, torture e uccisioni ingiustificate.
Soprattutto nel nord del paese si organizzarono vari gruppi armati, per cui in pochi mesi le manifestazioni si trasformarono in una guerra civile su larga scala, raggiungendo Damasco e Aleppo, le due città maggiori. Il governo rispose fin da subito con violenti bombardamenti e nel 2013 fu effettuato anche un primo attacco con agenti chimici alla città Ghuta, in mano ai ribelli.
È la prima volta che possiamo assistere in televisione agli orrori prodotti da una guerra civile durata così a lungo. Gli effetti deleteri delle dittature sono sempre gli stessi: libertà sospese, ingiustizie diffuse, torture e assassini. Queste violenze le avemmo dal fascismo, per continuare con Hitler, Stalin, Mao, Pinochet, Pol Pot, i generali argentini, i teocrati iraniani, Putin e tutti gli altri criminali che violentano il loro stesso paese. Nella guerra civile si aggiunge a quei soprusi l’azione militare del dittatore contro il proprio popolo con stragi e distruzioni immani: ferite non rimarginabili.
Una guerra dimenticata
Non vi è spazio per ricordare lo sviluppo della guerra civile siriana, però dobbiamo sottolineare che, se un governo illegittimo e brutale come la dittatura di Assad è durato tanto tempo, è stato solo grazie al supporto diretto garantito dalle armi e dai consiglieri inviati al dittatore da Russia e Iran. Le dittature non si sconfessano fra loro!
Gli USA e l’Unione Europea hanno fatto poco; certo hanno condannato il dittatore, proposto risoluzioni NU poi naufragate per veti di Cina e Russia, ma c’era un enorme problema. La ribellione fu presto controllata dai gruppi armati jihadisti e questi, in gran parte, nel 2014 aderirono allo Stato islamico (ISIS) che proclamò la nascita del sedicente “califfato” controllando un’ampia area nel nord est della Siria e nel nord ovest dell’Iraq. Questa organizzazione criminale si è subito dedicata a perpetrare violenze contro le minoranze e gravi attentati in Europa e in altre parti del mondo, lasciando per anni dietro di sé una lunga scia di sangue.
Nessuno voleva o poteva appoggiare l’ISIS contro Assad; fanatismo criminale contro dittatura; due mali assoluti. L’unica opzione era non scegliere e non intervenire. Furono inviati alcuni aiuti alle milizie curde e cristiane che eroicamente si batterono nel nord della Siria e dell’Iraq contro i terroristi islamisti. L’intervento russo fu accettato con favore. La guerra siriana ed i suoi orrori rimasero dimenticati, a volte apparivano brevi notizie, ma i media si occuparono soprattutto dell’ISIS finché non fu, in gran parte, debellata. Intanto il popolo siriano rimase stritolato nella morsa dei combattimenti.
Rifugiati e sfollati: un dramma nel dramma
Il prolungarsi della guerra e l’intervento russo hanno permesso nel 2018 ad Assad di riconquistare tutta Damasco e gran parte del paese, tranne una porzione del nord controllata dalle forze curde e un’altra, attorno a Palmira, in mano ai gruppi jihadisti. Per anni la situazione rimase cristallizzata, fino all’epilogo del 2024.

Nel 2018 una stima NU indicava che la popolazione siriana era pari a circa 22.000.000 persone. Stime prudenti ritengono che quasi un terzo di loro si è rifugiato all’estero, soprattutto in Turchia, Libano, Iraq e Europa; più di un altro terzo è sfollato in altre località all’interno del paese. Innumerevoli, durante la guerra, i tentativi di cittadini siriani di partire con mezzi di fortuna alla volta dell’Europa, soprattutto dalla Turchia, e non potremo dimenticare l’immagine drammatica di Alan Kurdi, il bimbo curdo siriano che fu ritrovato morto sulla battigia di una costa turca.

Rifugiati: la coraggiosa decisione della Germania
Fa piacere in proposito ricordare la coraggiosa decisione presa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che diede ospitalità in Germania a tanti emigranti provenienti dalla guerra siriana. Fra 2015 e 2016 furono accolti circa un milione e duecento mila richiedenti asilo di quel paese martoriato.
Il governo tedesco avviò un imponente programma di integrazione ispirato dal motto lanciato dalla cancelliera: “Wir schaffen das – Ce la possiamo fare”. In effetti i risultati hanno dato ragione alla Merkel. Entro cinque anni, come riportava “Il Post” nell’agosto 2020, più del 60% dei rifugiati siriani ha trovato lavoro, il 75% ha potuto trasferirsi in un alloggio privato, gli adolescenti hanno frequentato senza grandi problemi le scuole tedesche, gli eventi criminali sono stati pochissimi.
Nonostante questi risultati incoraggianti, preoccupa l’insorgere ed affermarsi in Germania, proprio in questi ultimi anni, anche a causa della recessione economica, di partiti di estrema destra, se non neo-nazisti, che propagandano la volontà di avviare il rimpatrio forzato anche per quelli che ormai sono cittadini tedeschi a tutti gli effetti.
Per evitare nuovi immigrati, sempre in quegli anni, l’EU decise di supportare economicamente la Turchia per ospitare i rifugiati siriani nel loro paese e non farli partire verso i paesi europei. Ora, per fortuna, la prospettiva dei prossimi mesi e anni è legata ai possibili ritorni in Siria e non più alle fughe.
La liberazione della Siria
Negli ultimi anni il dittatore aveva continuato ad esercitare il terrore rispetto ai cittadini delle regioni riconquistate, circa il 90% di loro vive al di sotto della soglia di povertà. Le due maggiori fazioni delle forze di opposizione, la Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e le Forze Siriane Democratiche (SDF), dopo anni di incomprensioni, si sono riunite nel nord del paese ed hanno lanciato un’offensiva improvvisa alla fine del novembre 2024, cui il governo del dittatore non è riuscito ad opporsi ed i suoi alleati, Russia e Iran, non lo hanno aiutato. In meno di un mese sono cadute le principali città; l’8 dicembre 2024 gli insorti hanno conquistato tutta Damasco e il dittatore è dovuto fuggire con la famiglia a Mosca, grazie alla protezione russa.
Sono passati tredici anni e mezzo dall’inizio delle manifestazioni, ma finalmente il regime di Bashar al-Assad è stato debellato. Questo lungo periodo di combattimenti ha insanguinato il paese con più di seicentomila morti. La popolazione ancora residente ha festeggiato nelle strade, distruggendo le odiate immagini o monumenti che raffiguravano il dittatore e suo padre.
Una delle prime cose fatte dai liberatori fu quella di aprire le grate della prigione “Sednaya”, nota come “macelleria umana”, posta al nord della capitale. Si stima che siano stati sterminati in quella prigione varie diecine di migliaia di prigionieri di entrambi i sessi con le torture, le esecuzioni capitali o non curandone le malattie incorse. La quasi totalità dei detenuti era stata imprigionata senza sentenze, spesso senza sapere il perché. Un inferno in terra.
Una opportunità storica per la Siria
Tutti sono rimasti piuttosto impressionati da quanto è accaduto in solo due settimane. Forse in futuro sapremo avvenimenti che ora ignoriamo e che potrebbero aver determinato l’improvviso e fulmineo rovesciamento delle forze nel paese, dopo tanti anni e nonostante le ingombranti ingerenze straniere. Sulla formazione militare islamista che ha guidato la liberazione e sul suo leader ci sono forti preoccupazioni da parte degli stati occidentali, a causa della passata adesione all’ISIS, ne parlò anche su queste pagine il nostro Bonarelli. Per altro preoccupa il fatto che furono effettuate numerose esecuzioni sommarie dei collaboratori della dittatura in varie città e la constatazione che vi sono stati vari scontri armati nel paese.
Il comandante del HTS è Ahmed Hussein al-Sharaa (meglio noto con il nome da combattente jihadista Al-Jolani) ed ha subito tentato di rassicurare il paese e il mondo. Ha sostenuto di aver cambiato approccio rispetto al passato, di aver dato il suo apporto per abbattere la dittatura e di voler ora accompagnare la fase di transizione politica, fino a nuove elezioni democratiche. Ha incontrato numerose personalità, dall’ex Presidente del Libano, paese confinante con cui intende riprendere rapporti di collaborazione, all’inviato del Vaticano a cui ha espresso “grande ammirazione, stima e rispetto per papa Francesco”, al ministro degli Esteri italiano.

Solo il tempo mostrerà la verità sulla nuova strada intrapresa dalla Siria. I vari gruppi che hanno combattuto abbandoneranno le armi? Si riusciranno a ricostruire partiti democratici e a indire libere elezioni? Riusciranno a convivere pacificamente le varie etnie e professioni religiose tradizionalmente esistenti nel paese? Ritorneranno in patria i rifugiati?
Possiamo solo esprimere l’augurio che la Siria non perda questa storica occasione per ricostruire sulle macerie in maniera pacifica il suo futuro di stato libero e prospero.
Se saranno garantite le condizioni di rispetto democratico e civile, per l’Unione Europea questa è un’opportunità storica: dovrebbe evitare che altri attori con interessi non pacifici provino di nuovo a condizionare un paese che, per altro, è molto vicino ai nostri confini.
L’UE dovrebbe dunque intervenire, inaugurando una nuova alleanza con la Siria per supportare il cambiamento in atto, contribuire alla ricostruzione delle città e dei luoghi di lavoro e aiutare concretamente la popolazione residente e i rifugiati che volessero tornare nel loro paese.


