
Gentile signora Sorina, ho letto con molta attenzione gli articoli che ha pubblicato negli ultimi due numeri del nostro periodico. In questi giorni, che ricordano l’Olocausto, non si può che essere d’accordo con quello che lei dice. Non si può non essere preoccupati di una rinascita così forte dell’antisemitismo. Però, signora, alla mia ragguardevole età, devo sottolineare che ho insegnato all’università per quarant’anni ai più giovani come esercitare e far funzionare il senso critico. La scienza, lo studio, all’università non dovrebbero mai rinunciare ad analizzare qualsiasi fatto o comportamento umano ricercandone le ragioni profonde, le cause. Nessun buon dottore descriverebbe un qualsiasi mio male, senza avermi fatto una diagnosi, e la diagnosi è appunto l’accertamento delle cause che mi hanno portato a star male.
Ho studiato a lungo negli Stati Uniti d’America, proprio in quel Texas – quello Stato del sud dove esiste ancora il problema del razzismo – ho cercato di spiegare come ogni discriminazione, ogni razzismo, ogni antisemitismo, ogni islamofobia, ogni suprematismo bianco, ogni disprezzo per l’omosessualità, e la diversità sessuale in genere, sono piccoli sentimenti, piccoli tarli che abitano in tutti noi. Kate Crawford, una delle più importanti studiose dell’intelligenza artificiale, ci propone una importante riflessione sui pregiudizi, che non è affatto banale. Ne abbiamo tutti, e ce li portiamo dietro per tantissime e molto varie ragioni, che probabilmente oltre che sociali e culturali, sono addirittura genetiche. Ho dedicato un mio recente racconto al problema del razzismo in uno Stato del sud dell’America come la Louisiana. Oggi moltissimo è stato fatto per impedire e condannare le più estreme conseguenze di questo grande male. Mi sono permesso di dire che il razzismo oggi in molti angoli degli Stati Uniti non è certamente morto, ma l’ho paragonato ad una brezza leggera che continua ad aleggiare sulla gran parte degli uomini. Nel mio racconto ipotizzo come un evento che può essere normale tra i giovani, possa tramutare rapidamente quella brezza, prima in un vento e poi in una tempesta, facendoci ritornare alla violenza e al sangue che pensavamo di aver superato. È un po’ come se una cellula malata che ci portiamo dentro da tanti anni, per una qualche causa, che neppure conosciamo, si tramuti improvvisamente in un gravissimo tumore. E quando abbiamo assistito a quello che gli estremisti palestinesi hanno fatto ai giovani israeliani il 7 ottobre, siamo rimasti atterriti, svuotati di ogni spiegazione, di ogni motivazione della nostra mente o del nostro cuore.
Io sono sempre stato un grandissimo ammiratore di Israele, anche perché mio suocero, il padre di mia moglie, era un ebreo francese, ma un vero francese, un uomo il cui laicismo coincideva con il rispetto di tutti gli esseri umani. Non oso immaginare come avrebbe giudicato l’attuale governo di Israele, condotto da un politico cinico e senza scrupoli, come Netanyahu, accusato di corruzione, e due autentici integralisti criminali come Ben-Gvir e Smotrich. Come ha fatto la mia adorata Israele, quella di Abraham Yehoshua, David Grossman, Rabin, Perez a finire nelle mani di questo terzetto di delinquenti? Truccare da difesa, atti di inaudita violenza contro popolazioni civili palestinesi, donne e bambini, rappresenta certamente un’altra delle reazioni umane più comuni, quella della vendetta. E questa vendetta, invece di creare solidarietà verso una nazione che aveva subito l’orrore del 7 ottobre, ha risvegliato la bestia, quella dell’antisemitismo. Certo, questa bestia, come tutti i razzismi e le intolleranze, non è mai morta, ma è sempre nascosta, come una cellula cancerogena nel nostro cervello e nel nostro cuore. Avevo avuto la grande fortuna di essere in Israele al momento della pace di Oslo, al momento della stretta di mano tra Beggin e Arafat. Moltissimi palestinesi, moltissime famiglie palestinesi, lavoravano per le imprese israeliane, si incontravano tutti i giorni, i bambini giocavano insieme perché si stava formando forse una vera comunità, una comunità di due gruppi etnici che si erano combattuti troppo a lungo.
Gentile signora, nel mondo che viviamo, fatto di una informazione di social media, senza cultura e senza approfondimenti, non ci si può meravigliare che sia ritornata quella ‘amalgame’, termine francese che significa fare di ogni erba un fascio, tipica dell’ignoranza e dell’incultura. E allora nelle nostre università, in molti gruppi del mondo giovanile, non ci se la prende con l’orrendo governo di Israele, ma con tutti gli ebrei, facendo, come ho detto, di ogni erba un fascio. Un francese, padre di uno dei ragazzi uccisi dai terroristi al teatro parigino del Bataclan ha dichiarato “terroristi non avrete il mio odio”. Quest’uomo sa bene, da vero francese, che lo scatenarsi dell’odio è un male oscuro e durevole, persino peggiore del massacro di donne e bambini. L’odio infatti è una malattia dell’anima, e per curare le malattie dell’anima non bastano tregue, accordi di pace ed altri strumenti diplomatici.
Cara signora Sorina, per non ritornare ad Auschwitz, e agli orrori piccoli e grandi che ancora vediamo, occorre una visione molto più ampia, molto più importante, che parte dalla cultura e dall’educazione dei più giovani. Dovremmo forse ricordare, soprattutto a tanti israeliani, la famosa frase di Goethe: “ se guarderete troppo a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di voi”. Tutti quei palestinesi che sono usciti dalle prigioni israeliane in cambio dei quattro ostaggi liberati, saranno divenuti pacifisti, o ancora più forti sostenitori di Hamas?
L’autore dichiara a difesa del suo onore e della sua responsabilità, che tutto quanto scrive dipende esclusivamente dalla sua modesta esperienza e cultura e che non si è servito, né si servirà mai in futuro, di ChatGPT o altri strumenti di intelligenza artificiale per le sue ricerche e i suoi scritti.


