Chiudi Menu

    Iscriviti alla Newsletter

    Non perdere più nessun articolo



    Iscrivendoti alla newsletter accetti il trattamento dei tuoi dati personali per l’invio di comunicazioni informative via email, come descritto nella Privacy Policy.
    ULTIMI ARTICOLI

    L’Italia alla prova della sostenibilità

    Aprile 13, 2026

    Il nuovo shock petrolifero e le possibili implicazioni per l’Europa

    Aprile 13, 2026

    Al mercato di Piazza Trump si trovano poca pace, tanto petrolio, antieuropeismo in quantità, oscenità senza limite

    Aprile 13, 2026
    Facebook Instagram YouTube
    14 Aprile 2026 - martedì
    Facebook Instagram YouTube
    Login
    Tutti Europa ventitrentaTutti Europa ventitrenta
    Tesla Mixology
    • Europa
      • Europa
      • Voci da Kyiv (Kiev)
    • Ambiente
      • Sviluppo sostenibile
    • Diritti
      • Diritti
      • Anime libere (Blog)
    • Mondo
      • Mondo
      • Cooperazione allo sviluppo
      • Storia e controstoria (Blog)
    • Società
      • Società
      • Industria
      • Lavoro
      • Ricerca e innovazione
      • Sport
      • Controvento (Blog)
      • Stroncature (Blog)
      • TUTTI per Roma (Blog)
    • Cultura
      • Culture
      • Beni culturali e turismo
      • TUTTI al cinema (Blog)
      • Passione architettura (Blog)
      • Endecasillabo
    • Speciali
    Tutti Europa ventitrentaTutti Europa ventitrenta
    Home»Culture»“Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele”. Sayed Kashua, un Guareschi arabo a Tel Aviv
    Culture

    “Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele”. Sayed Kashua, un Guareschi arabo a Tel Aviv

    Guido BassiDi Guido BassiMarzo 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 12 min.
    Facebook X Pinterest LinkedIn WhatsApp Reddit Tumblr Email
    Condividi
    Facebook X LinkedIn Pinterest Email

    Guareski a Tel Aviv

    Novembre 2023. Il mondo è ancora sgomento per il 7 ottobre israeliano quando esce in Italia la riedizione di un libro di sei anni prima: “Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele” di Sayed Kashua. Pura combinazione, ovvio. Non sembra neanche il momento migliore per un libro con quel titolo. O forse sì, anche se non è quello che uno si aspetterebbe. Allegro e dolente, “Ultimi dispacci…”  è una sorta di “Corrierino delle famiglie” guareschiano. Uno “Zibaldino” arabo-israeliano, che dice col sorriso cose molto importanti. A editarlo è la vicentina (oggi milanese) Neri Pozza, che della migliore saggistica e letteratura israeliana contemporanee ha fatto un punto di forza. A tradurre è un’altra bella firma, la scrittrice e poetessa torinese Elena Lowenthal, maestra di quell’arduo groviglio linguistico semita.

    Elena Lowenthal
    Elena Lowenthal.

    L’autore, quarantanovenne israeliano che dal 1914 vive con la famiglia a Chicago, è una delle figure più singolari del panorama letterario israelita. Intanto è uno di quei due milioni di palestinesi che vivono in Israele; cittadini arabi dello “Stato della Nazione Ebraica”. Poco simpatici tanto agli ebrei quanto ai loro fratelli che vivono, nelle condizioni che sappiamo, a Gaza e nei territori occupati. Ateo convinto (“un filosofo che crede in Dio non è un filosofo”, ardua sentenza che declassa gagliardamente a opinionisti Sant’Agostino e San Tommaso: piacerebbe al prof. Odifreddi), tutt’altro che astemio (il che per un arabo…), legatissimo all’eredità arabo-palestinese ma riluttante a qualunque rigore dottrinario (figli alla scuola ebraica, ma il suo paese ideale non avrebbe scuole ebraiche, né arabe, né confessionali di alcun tipo), innamoratissimo e familista fino a patire la lontananza da casa anche solo per una settimana, dotato della tipica esuberanza di certi malinconici, Kashua potrebbe essere una sorta di piccolo Bukovski arabo, monogamo e con un bel trittico di ragazzini. Contraddittorio? No, di più: fra le tre lingue che conosce (arabo, ebraico, inglese), Kashua ha scelto l’ebraico. E in questa lingua scrive i suoi libri.

     

     

    Il quotidiano Haaretz

    Haaretz e Kashua

    Quattro romanzi ha scritto Kashua, tutti tradotti Lowenthal. Due usciti da Guanda (“E fu mattina” e“Arabi danzanti”) e due da Neri Pozza (“Due in uno” e “La traccia dei mutamenti”). Le tracce sono autobiografiche, l’argomento è comune: “l’impossibilità, semplicemente, per un arabo di vivere in uno stato ebraico” (Haaretz). Conclusione che lo ha portato, senza rinunciare alla cittadinanza israeliana, a trasferire la famiglia in America. Non è invece un romanzo “Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele”.

    “Haaretz” è il giornale simbolo della sinistra israeliana. All’inizio del 2006 offre a Sayed Kashua, giovane scrittore di fiction televisive con un talento di narratore, una rubrica settimanale in prima pagina. Diventerà un punto di attrazione del giornale fino al trasferimento in America dello scrittore (giugno 2014). Qualche anno dopo, Kashua raccoglierà in volume una silloge di questi racconti: vita quotidiana – senza nomi (la moglie è “mia moglie”, il figlio “mio figlio”, la figlia “mia figlia”) – di una famiglia della minoranza araba in Israele.

    La scoperta di Tel Aviv

    “Chiedo scusa, son della razza mia / per quanto grande sia / il primo che ha studiato”. Il celebre incipit dell’”Avvelenata” calza a pennello per Sayed Kashua, originario di Tira, piccola comunità palestinese a un quarto d’ora da Tel Aviv, che quasi ogni giorno conta i suoi morti ammazzati. Il trasferimento nella grande città, che in Guareschi era la scoperta di Milano, è l’oggetto della maggior parte del libro. Il palestinese affermatosi con i libri, i giornali e la televisione, con un passato da chierico vagante (notti alcoliche e brillanti studi) e un presente di conferenze in tutto il mondo, moglie assistente in un ospedale psichiatrico, due figli e un terzo in arrivo, si trasferisce in un elegante quartiere di ebrei della capitale vicina e lontana. Si accorgerà (ma lo sapeva) che non basta l’accresciuto prestigio sociale per sfuggire al clima di sospetto e agli ossessionanti controlli a ogni check point (ce n’è uno all’ingresso di ogni centro commerciale o grande parcheggio, senza contare quelli volanti e casuali) dove si studia con finissimo orecchio l’accento di ogni guidatore o passeggero per individuare l’arabo sotto l’eloquio ebraico. L’arabo viene controllato e perquisito, l’ebreo no (per quanto ci sia poco da fare o da dire, non è un bel vivere).

    Furio Colombo
    Furio Colombo

    Vivere in pace

    Una famiglia di inurbati, i Kashua, in una società, quella ebraica, che non concede guarentigie sociali e culturali e dove la società culturale neanche le cerca. Da questo osservatorio Kashua scruta e descrive, a suo modo, “l’incrinarsi dei pilastri che finora hanno sostenuto questo paese”. Quei pilastri di cui parlava Furio Colombo in un libro del 2007, “La fine di Israele”, scritto dopo la guerra libanese conclusa con l’invio di Unifil, la missione ONU a guida italiana. Due mesi prima di morire, ripubblicando da “Baldini & Castoldi” quel suo bel volumetto di quasi vent’anni prima, Colombo considerava “abbattuti” dal 7 ottobre e dalla sua coda quei pilastri che per lui si compendiavano nel sostegno della sinistra. Abbandonata a quello della destra, da Netanyahu a Trump, Israele muore, pezzo di un domino ideale e politico che tutti ci riguarda e ci interpella.

    Finestra apparentemente umoristica e svagata sull’Apocalisse, “Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele” è il colpo d’ala necessario a vedere dall’alto il campo di battaglia, a mantenere lucido lo sguardo, a immaginare un altrove e un altrimenti. Cogliere il cedimento di quei pilastri in modo severo e lieve, senza smettere di cantare un vivere in pace sognato e percepito come sempre più chimerico. Costruire un amore partendo dalla propria famiglia, alzare le vele di questa piccola Arca di Noè (il cane, il gatto, io e voi) verso il proprio Ararat dall’altra parte del mondo è la missione ritrovata, guardandosi indietro, di questo “Zibaldino”. Cercare ancora, con la consapevolezza del giusto, oltre la constatazione del fallimento (ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti), una vita più semplice e serena. Coltivare il senso delle proprie radici senza farne una stucchevole litania, pretestuosa e ricattatoria. A proposito di radici…

     

    Vivere in guerra

    La società liquida tende a liquefare anche gli odî. Ci vuole qualcosa che li solidifichi (se no come si fa…) e niente assolve meglio a questo compito di un’efficace narrazione sulle radici. Kashua ne parla, nella sua cifra guareschiana, in due racconti della quarta parte del suo libro: “Storie che non oso raccontare (2012-2014)”. Sono “Senza genitori” (ottobre 2012) e “Elettricità nell’aria” (maggio 2013). Li propongo, a campione di questa raccolta, su un tema che l’autore considera, a giusto titolo, fondamentale. Penso che abbia ragione. “Senza genitori” presenta la narrazione ebraica sulle radici; “Elettricità nell’aria” quella palestinese. Sintetizzo il primo (la narrazione dominante), mi concentro sul secondo (quella subalterna). La conclusione vale per entrambi.

    Radici

    “Papà – grida mia figlia uscendo dalla sua stanza – qual è il significato del mio nome?”. Viola (la chiamiamo così, vedremo poi perché) ha 12 anni, frequenta una prestigiosa scuola ebraica e sta rispondendo a un questionario sul tema, sentitissimo in Israele, delle radici, nell’ambito di un importante progetto scolastico che prevede alla fine la redazione di un giornale. Seguiamo la compilazione dello stampato, partendo dalla questione del nome. Cosa significa?
    “E’ uno strumento musicale”, fa il padre. Seconda domanda: ”Il mio nome ricorda quello di qualcuno, vivo o morto, e come mi sento per questo?” “No. È solo un bel nome che ha scelto mamma.” Non ci siamo. Viola insiste. “Ma perché avete deciso di darmi questo nome?” Il padre: “Compare in una poesia di Kahlil Gibran  che mi piace tantissimo”. Acqua. Viola, perplessa, annota le risposte. “Tutto qui?” “No” (nostalgia canaglia) “è anche una canzone che la mitica Fairouz cantava in modo splendido. Dovresti sentire come pronuncia il tuo nome nella canzone!” Viola comincia a innervosirsi. Mannaggia. “Il mio nome compare nella Bibbia?” “No. Perché mai dovrebbe comparire nella Bibbia? Neanche nel Corano. In nessun testo sacro. Ma qual è il tuo problema?” “Il mio problema”, Viola esplode: “è che tu e mamma avete deciso di divertirvi, di sentire una canzone d’amore e darmi un nome che piaceva a voi, così adesso io non ho radici!”.
    La bambina è seduta sul letto. Ha le lacrime agli occhi. La famiglia si mobilita in suo aiuto. Si illustra la situazione alla madre, che sta allattando il terzo erede: “E’ una guerra” – spiega il marito, che comincia a capire la figlia – non mettono in programma un progetto sulle radici così, tanto per fare, è parte della guerra delle narrazioni, è una battaglia per il possesso della terra. Qualcuno qui deve rispondere al fuoco, credimi. Lei è l’unica araba della classe. Li conosco, loro vanno pazzi per le radici. Alla fine salterà fuori che noi siamo arrivati da qualche tribù del deserto mentre loro sono qui da prima della creazione del mondo”.
    “Hai ragione”, ammette lei, “io non so neanche come si chiamava il mio trisnonno”. Una rapida risalita per li rami dei due alberi genealogici non consente di andare oltre i bisnonni. Un Ahmed, un Mohammed…. un nonno profugo, uno morto in guerra. Non basta, fa lui – “Bisogna arrivare molto più a fondo con le radici. Tremila anni almeno. Li conosci, loro arrivano fino alla tomba che il patriarca Abramo comprò a Hebron, o dove diavolo era”.
    Cosa scriverà Viola sul suo quaderno? Tranquilli. Troverà delle radici che fanno il solletico ai piedi agli antipodi, ma mica posso dirvi tutto io.

    L’elettricista

    “Elettricità nell’aria” comincia con un blackout domestico in un giorno di festa, tanto per gli arabi quanto per gli ebrei. (Per gli arabi si tratta della Nabka – “catastrofe” – il ricordo della cacciata, nel ’48, dalla terra che avevano abitato.) Si trova un arabo, un brav’uomo che arriva da Gerusalemme est in un giorno di festa. Avercene. Ma il quadro elettrico è un disastro. Questo è il racconto.

    “Vuole un caffè?” gli dico. “Sì, grazie” risponde continuando a giocare con i fusibili.
    Faccio il caffè mentre da una stanza si sente la voce dei bambini che parlano in ebraico. Vado da loro e gli chiedo di parlare più piano. “E se possibile” bisbiglio, “per favore parlate in arabo, okay?”.
    “Grazie” dice l’elettricista che ha staccato un altro fusibile, dicendo che è inutile, e continua a tirare fili dal quadro. “Scusi la domanda” continua, “ma mi par di capire che lei è arabo. E’ così?”.
    ”Sì” rispondo, “certo”.
    “Mi perdoni se glielo dico” sorseggia il caffè e va avanti, “ma un albero senza radici forti non riesce a dare frutti”.
    “Può essere” rispondo in grave imbarazzo mentre i miei figli riprendono a parlare ebraico.
    “Non se la prenda per la mia sincerità” dice, “ma non mi piace la gente che cerca di imitare gli altri”.
    “Certo” comincio a balbettare, “neanche a me”. ”Guardi i suoi figli” continua, sapendo benissimo di avere la situazione in pugno. “Lo charam?” domanda quando mio figlio arriva in salotto chiedendo in arabo se il televisore si accende. Tiro un sospiro di sollievo.
    Non so come mai ma mi ritrovo a chiedere scusa, sono imbarazzato e mi sento in colpa con l’elettricista di Gerusalemme est, venuto a riparare un fusibile. Abbasso lo sguardo verso il pavimento mentre lui parla, e annuisco, sono d’accordo con ogni sua parola, mi sento come un marmocchio colto in flagrante e sgridato dai genitori.
    “Cos’è una persona senza la sua storia? Senza le sue radici, senza la sua natura? Nulla, non è così?”.
    “Ha ragione” dico.
    “Come cresceranno i suoi figli? Me lo dica?”.
    “Ha ragione al mille per mille”.
    “Glielo dico io” continua, “solo perché lei mi sembra una brava persona, mi creda. “E’ un peccato, un vero peccato. Guardi suo figlio”. Indica con il cacciavite mio figlio che sta guardando tutto contento ‘Sponge Bob’  alla televisione, “con che valori crescerà?”.
    Mio figlio, che ha sentito la conversazione, alza la testa e incrocia il mio sguardo.
    “Bene” conclude l’elettricista, “comunque adesso qui è tutto a posto. Se decide di restare a vivere qui, le consiglio di cambiare il quadro elettrico e mettere il collegamento giusto, ma – consiglio da fratello –perché non vende la casa e si trasferisce in un posto dove crescere i propri figli?”.

    “Va bene” gli rispondo. “Quanto le devo?”
    “Yalla (faccia lei), quanto vuole”.
    “Come faccio a sapere quanto costa la riparazione? Su, mi dica quanto”.
    “Ana aref (Che so?)” impreca, tace un attimo e dice: “Vanno bene centocinquanta NIS (40€)?”.
    “Eccoli” rispondo prendendo i soldi dal portafoglio.
    “Be’” si pente, “ne bastano centoventi”.
    “Sicuro?”.
    “Sì” risponde, “molte grazie, e faccia in modo che i suoi figli crescano fieri.”
    “Sì” rispondo, abbassando di nuovo lo sguardo.

    “Lo sa che giorno è oggi?” mio figlio sorprende l’elettricista ma soprattutto me.
    “E’ mercoledì” risponde sorridendo l’elettricista. “Che classe fai?”.
    “La seconda” dice mio figlio che di solito è molto timido. “Lo so che è mercoledì, ma che giorno speciale è oggi?”.
    “Intendi Shavuot?” domanda l’elettricista sorridendo a me.
    “No” risponde mio figlio, “Shavuot è una festa ebraica. Ieri abbiamo mangiato dai vicini il formaggio e lo sformato, ma per gli arabi che giorno è oggi?”.
    L’elettricista non capisce cosa vuole mio figlio da lui.
    “Oggi è il giorno della Nabka” dico in suo soccorso.
    “Davvero?” dice l’elettricista. “Accidenti, uno per il troppo lavoro manco…”.
    “Lo sa cos’è la Nabka? Insiste mio figlio, e io lo fisso.
    “Senta” dice l’elettricista” bastano cento NIS”, e me ne rende venti.”

    E io penso a quanto ci manca Gabriella Ferri. Avrebbe certamente commentato, in trasteverino schietto (con sottotitoli in arabo, in ebraico e nelle principali lingue del mondo), dedicato ai tanti retori delle radici: “Che tte fischi, ‘a sor Fregnone.”

    Gabriella Ferri
    Gabriella Ferri

     

    Israele letteratura libri Palestina Sayed Kashua
    Condividi. Facebook X Pinterest LinkedIn Tumblr Telegram Email
    Guido Bassi

    Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

    Articoli correlati

    Al mercato di Piazza Trump si trovano poca pace, tanto petrolio, antieuropeismo in quantità, oscenità senza limite

    Aprile 13, 2026

    Cultura e sport: due pesi e due misure

    Aprile 2, 2026

    Iran: guerra, Trump al bivio tra intesa senza vittoria e escalation; gli europei lo lasciano solo

    Aprile 2, 2026
    Lascia un commento Cancella risposta

    Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

    Tesla Mixology
    ARTICOLI PIU' VISUALIZZATI

    Ucraina, emerge lo scudo europeo contro il caro energia

    Marzo 20, 2022119

    Al mercato di Piazza Trump si trovano poca pace, tanto petrolio, antieuropeismo in quantità, oscenità senza limite

    Aprile 13, 202692

    L’Italia alla prova della sostenibilità

    Aprile 13, 202630

    Le armi spuntate dell’Europa per la pace a Gaza e in Ucraina

    Settembre 20, 202530
    ULTIMI ARTICOLI - Da non Perdere
    Sviluppo sostenibile
    Tempo lettura 2 min.

    L’Italia alla prova della sostenibilità

    Di Nunzio IngiustoAprile 13, 202630

    La crisi energetica come effetto della guerra in Medio Oriente durerà ancora a lungo. E…

    Il nuovo shock petrolifero e le possibili implicazioni per l’Europa

    Aprile 13, 2026

    Al mercato di Piazza Trump si trovano poca pace, tanto petrolio, antieuropeismo in quantità, oscenità senza limite

    Aprile 13, 2026

    Giustizia minorile: punire invece di educare

    Aprile 13, 2026
    SEGUICI SUI SOCIAL
    • Facebook
    • Twitter
    • YouTube
    • WhatsApp

    Iscriviti alla Newsletter

    Non perdere nessun articolo



    Iscrivendoti alla newsletter accetti il trattamento dei tuoi dati personali per l’invio di comunicazioni informative via email, come descritto nella Privacy Policy.
    Tesla Mixology
    Chi siamo
    Chi siamo

    “TUTTI europa ventitrenta” non nasce dal nulla. Il nostro sito è l’erede di “TUTTI”: giornale giovanile europeista terzomondista indipendente degli anni ‘70, “rete”, diremmo oggi, dei direttori dei giornali studenteschi di tutta Italia di allora.

    Facebook Instagram YouTube
    ULTIMI ARTICOLI

    L’Italia alla prova della sostenibilità

    Aprile 13, 2026

    Il nuovo shock petrolifero e le possibili implicazioni per l’Europa

    Aprile 13, 2026

    Al mercato di Piazza Trump si trovano poca pace, tanto petrolio, antieuropeismo in quantità, oscenità senza limite

    Aprile 13, 2026
    Menu
    • La Nostra Storia
    • L’Associazione
    • I progetti della rete TUTTI
    • Comitato promotore
    • Le Copertine
    • In Redazione
    • Contatti
    Associazione Tutti Europa ventitrenta © 2026 P.IVA: 96482850581 - Realizzazione Sito KREATIVEROO.
    • Privacy Policy
    • Cookie Policy

    Digita sopra e premi Enter per cercare. Premi Esc per annullare.

    Sign In or Register

    Welcome Back!

    Accedi al tuo account qui sotto.

    Lost password?