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    Home»Mondo»I ‘lillipuziani’ europei possono irretire Gulliver Trump
    Mondo

    I ‘lillipuziani’ europei possono irretire Gulliver Trump

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaLuglio 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Donald Trump sta offrendo ai leader europei e ai partner di quello che era l’Occidente, usciti tutti ‘lillipuziani’ dalla stagione dei Vertici, l’occasione di un riscatto: fissando, unilateralmente e arbitrariamente, dazi del 30 % su tutto l’import dai Paesi Ue, minacciando di raddoppiare le tariffe se ci saranno ritorsioni e spostando dal 9 luglio al 1° agosto l’entrata in vigore delle misure, Trump dà ai suoi interlocutori, trattati come lacchè, l’occasione per non mostrarsi succubi e genuflessi e per approntare una risposta adeguata.

    Nessuno, ovviamente, ipotizza di colpire per primo. Anzi, tutti concordano sul continuare a trattare ed a cercare, fino all’ultimo momento utile, un’intesa. Ma se davvero gli Stati Uniti applicheranno, dal 1° agosto, i dazi minacciati, la risposta dovrà essere già pronta e dovrà essere adeguata. Qui non si tratta, come qualcuno vuole fare credere, di scatenare una guerra commerciale transatlantica e planetaria, ma di reagire a una guerra commerciale transatlantica e planetaria dichiarata e scatenata dal magnate presidente degli Stati Uniti.

    E qui non si tratta neppure di giocare una partita sbilanciata, come può essere sulla difesa alla Nato. Perché l’Unione europea è una potenza economica e commerciale del tutto confrontabile, come Pil e come mercato, con gli Stati Uniti; e la Commissione europea è il negoziatore unico dei 27: non c’è, quindi, margine per manovre di Washington divisorie, a meno di non volerne offrire il destro scoprendo un fianco – e c’è chi è tentato di farlo, anche in Italia, soprattutto in Italia, nel governo -.

    Per affrontare da pari a pari il confronto con Trump, i leader europei dovranno però abbandonare l’atteggiamento prono praticato nella stagione dei Vertici, il G7 in Canada a metà giugno, quello della Nato all’Aia il 24 e 25 giugno e quello dell’Ue a Bruxelles subito dopo. Lì, per disinnescare l’egocentrismo virale del presidente degli Stati Uniti, hanno sperimentato un’arma efficacissima: l’adulazione di massa. Alla Nato, ha funzionato alla grande: Trump se n’è andato contento, perché aveva ottenuto tutto quello che voleva e, per di più, era stato ricoperto di complimenti mielosi. “Giulivo come un bambino”, lo descrivono i giornalisti che viaggiavano con lui sull’AirForceOne che lo portava a casa.

    Ora, l’adulazione di massa funziona se l’obiettivo è evitare che Trump tratti i suoi interlocutori come ha trattato, nello Studio Ovale, i malcapitati presidenti ucraino Volodymyr Zelensky e sudafricano Cyril Ramaphosa. Ma c’è una contro-indicazione molto forte: bisogna mandare giù tutto quello che Trump dice e fa, bombardare al di fuori di ogni legalità internazionale i siti nucleari iraniani, esigere un aumento del 150% in dieci anni delle spese per la difesa dei Paesi suoi alleati, mettere e levare, un po’ a casaccio, dazi. E bisogna costantemente lodare i suoi “sforzi per la pace” in Ucraina e nella Striscia di Gaza, anche se, nei sei mesi alla Casa Bianca, non ha cavato un ragno di pace dai buchi delle guerre.

    Ma, sui dazi, che senso avrebbe ridursi a ‘lillipuziani’ di fronte a un Gulliver borioso e arrogante? La linea prevalsa fra i 27 dell’Ue, riuniti lunedì a consulto a Bruxelles, è di continuare le trattative con Washington alla ricerca di un accordo, ma, intanto, di preparare le contro-misure, se l’intesa non dovesse maturare. La posizione dell’Ue, definita dai responsabili del Commercio dei 27, riflette anche la percezione che l’atteggiamento degli Stati Uniti potrebbe ancora subire variazioni, come Trump stesso ha ammesso: una volta dice che l’Unione è nata “per fottere l0’America”; la volta dopo, che l’Unione “è gentile con l’America”.

    La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiara: “Negoziare per il meglio, essere pronti al peggio”. Analoga è, in fondo, la percezione delle borse mondiali, turbate, ma non troppo, dall’ultima ‘salva trumpiana’ nella ‘guerra dei dazi universale’ scatenata dal magnate e finora condotta con un susseguirsi di accelerazioni e colpi di freno.

    Nell’Ue, fra i Paesi che più tengono il piede sulla sordina c’è l’Italia, con la Germania. Fra i Paesi più bellicosi c’è la Francia, il cui ministro degli Affari europei Laurent Saint-Martin non ha escluso il ricorso al cosiddetto ‘bazooka commerciale’ europeo, cioè l’opzione di colpire i servizi digitali ‘made in Usa’: “Non ci dev’essere alcun tabù nella capacità di risposta europea”.

    Tutti d’accordo, gli europei, sul fare slittare al 1° agosto le contro-misure, per un importo di 21 miliardi di euro, che avrebbero dovuto entrare in vigore il 14 luglio, se le tariffe Usa fossero scattate, come previsto, il 9 luglio. Ma siccome i dazi saranno al 30%, e non al 10% com’era stato preventivato, dovrebbero esserci misure aggiuntive per 72 miliardi di euro, che penalizzerebbero soprattutto l’export americano proveniente da Stati repubblicani, carni bovine e suine, Suv, pick-up, componenti aeronautiche, il bourbon del Kentucky. Le liste non sono ancora definitive. Senza un’intesa, i contro-dazi Ue scatteranno il 6 agosto.

    L’entità del danno inferto dai dazi Usa all’export Ue è stata illustrata alla commissione commercio del Parlamento europeo: “I dazi – ha detto un alto funzionario della Commissione europea, l’italiano Leopoldo Rubinacci – colpiscono il 70% dell’export Ue verso gli Stati Uniti, pari a 380 miliardi di euro. Se però dovessero essere colpiti pure farmaceutici, prodotti aeronautici, legname, minerali critici, rame e altri beni, la quota dell’export colpito arriverebbe al 97%”, oltre 520 miliardi di euro su un totale di 530.

    A giustificazione molto parziale dell’atteggiamento arrendevole dei leader europei verso Trump, almeno al G7 e alla Nato, c’è che pochi di loro vivono momenti politicamente felici nei loro Paesi: il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Padro Sanchez sono entrambi sull’orlo di una crisi di governo, sia pure per motivi diversi; il cancelliere tedesco Frederich Merz s’è insediato da poco e deve ancora prendere le misure; il partito del premier polacco Donald Tusk ha appena perso le elezioni presidenziali; e, a Bruxelles, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è appena sopravvissuta a un voto di sfiducia che ha spaccato molti gruppi politici nel Parlamento europeo e che ha mostrato la fragilità della sua maggioranza. Ci sarebbe, salda al potere e in salute nei sondaggi, Giorgia Meloni, ma lei fa una scelta più americana che europea: vietato disturbare il manovratore, che poi sarebbe Trump.

    Eppure, questi primi sei mesi del Trump 2 avrebbero dovuto insegnare una lezione – che mi pareva già evidente – ai leader che fanno la fila per portare a Trump l’elogio e l’encomio: l’inattendibilità del magnate presidente, la mancanza di rapporto tra quello che dice oggi e quello che fa domani, che si parli di guerra o di dazi, di persone o di valori.

     

    Chi si crogiola nella sua approvazione ne sia consapevole. Mentre, all’ombra dei “servi economi” europei, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia va avanti e il massacro di civili a Gaza prosegue. Chi non si oppone alle scelte di Trump, che protegge i criminali di guerra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, ne è complice.

     

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