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    Home»Mondo»ONU: 80 anni e li dimostra tutti
    Mondo

    ONU: 80 anni e li dimostra tutti

    Gaetano PergamoDi Gaetano PergamoNovembre 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 10 min.
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    80 anni ONU
    80 anni ONU
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    Il 24 ottobre 2025 l’ONU ha celebrato l’80° anniversario.

    È stata anche l’occasione per svolgere una riflessione sul lungo lavoro svolto in questi otto decenni, di rivisitare i principi e gli scopi della Carta, di interrogarsi sul suo ruolo nel mondo e tracciare le linee d’azione dell’agenda del futuro.

    In questi anni, è patrimonio comune, l’ONU ha costituito un riferimento imprescindibile per la pace nel mondo, per la salvaguardia dei diritti umani e per l’avanzamento sociale dei popoli. È stata, ed è, il punto più alto delle aspirazioni di fronte alle tragedie delle guerre, delle grandi catastrofi naturali, delle ingiustizie e delle persecuzioni. È alla sua egida che si sono affidate- quando è stato possibile farlo- le speranze di risoluzioni dei conflitti, le missioni di pace, le iniziative umanitarie.

    La sua tribuna è stata ed è il punto più autorevole per le denunce delle ingiustizie e delle violenze nel mondo e della solennità degli impegni. Da quel podio si levò, eloquente come non mai, l’appello di Papa Paolo VI, il primo Pontefice ad intervenire al Palazzo di vetro, il 4 ottobre 1965 con quel suo accorato e flebile “Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre”, tuttora tra le immagini più potenti delle aspirazioni alla pace.

    L’atto fondativo, lo Statuto

    Lo Statuto delle Nazioni Unite non a caso inizia con quel “NOI POPOLI DELLE NAZIONI UNITE, DECISI a salvare le future generazioni dal flagello della guerra…a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo… ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale …E PER TALI FINI a praticare la tolleranza…ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale…ABBIAMO RISOLUTO DI UNIRE I NOSTRI SFORZI PER IL RAGGIUNGIMENTO DI TALI FINI.

    In conseguenza, i nostri rispettivi Governi, per mezzo dei loro rappresentanti riuniti nella città di San Francisco e muniti di pieni poteri riconosciuti in buona e debita forma, hanno concordato il presente Statuto delle Nazioni Unite ed istituiscono con ciò un’organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite.”

    Lo Statuto assume a soggetti promotori i popoli che, dunque, delegano i rispettivi Governi ad attenervisi e attuarne le finalità.

    Nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale scatenata dalla barbaria nazi-fascista, sull’enorme onda emotiva dei 70 milioni di morti, l’ONU fonda la propria essenza su quattro pilastri: la stabilizzazione della pace e la sicurezza internazionale; l’uguaglianza e  l’ autodeterminazione dei popoli basata sul principio dell’uguaglianza degli Stati; la cooperazione internazionale quale strumento  per la risoluzione delle questioni economico-sociale per la promozione dei diritti inalienabili dell’uomo; costituire un centro per il coordinamento delle iniziative intraprese.

    Per queste finalità i Governi dei Paesi membri si impegnano, da Statuto, su mandato dei loro popoli, a risolvere pacificamente le controversie, rinunciano all’utilizzo di minacce o azioni di forza nei confronti di qualsiasi altro Stato e a collaborare attivamente per sviluppare relazioni amichevoli, perseguire la cooperazione internazionale per superare i problemi economici, culturali, sociali e umanitari, e per affermare i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Su queste basi nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite i cui organi principali sono l’Assemblea Generale di tutti i Paesi membri (all’epoca 51, oggi 193 più lo Stato del Vaticano e quello di Palestina, come osservatori) e il Consiglio di Sicurezza di 15 membri (dal 1963) di cui 5 permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA), cui viene riconosciuto il diritto di veto, che costituisce un limite al confronto democratico e si rivelerà presto un vulnus capace di paralizzare le Nazioni Unite.

    L’Onu 80 anni dopo

    A 80 anni di distanza quante missioni sono state portate a compimento, quante disattese, e quante dimenticate?

    La storia, come sappiamo, è andata diversamente dalle attese. Sui primi due pilastri, i Governi degli Stati, soprattutto quelli rappresentati nel Consiglio di Sicurezza, non hanno rispettato il dettato statutario di fronte a guerre regionali, occupazioni, sfruttamento delle risorse, minacce di aggressioni, violazioni ripetute del diritto internazionale, prendendo in ostaggio le Nazioni Unite con il diritto di veto, alternativamente utilizzato da uno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

    Sugli altri due, l’ONU nel corso degli anni ha affrontato gravi crisi umanitarie, carestie, fame, emergenze climatiche e catastrofi naturali cercando di farvi fronte con strutture e agenzie specializzate per ottimizzare gli interventi. Tra queste spiccano, tra le più importanti e note, la Fao, l’Oms, l’Unicef, l’Unesco, l’Unhcr, l’Ilo, l’ UNFCCC con la Conferenza COP, in corso a Belem in Brasile. Queste strutture, che hanno impronte reputazionali importanti, per il prestigio e l’opera svolta in tante parti del mondo, con il passare degli anni hanno conosciuto un processo di istituzionalizzazione e crescita dimensionale con conseguente burocratizzazione. Ne è scaturito un appesantimento strutturale che depotenzia il perseguimento degli obiettivi e ne limita le capacità di intervento. Contribuendo ad accendere altri fari critici sull’insieme dell’Organizzazione.

    Il giudizio complessivo, ricavabile dalla pubblicistica mondiale, è generalmente di insufficienza, quando, come spesso accade, non addirittura negativo. Alcuni azzardano anche pareri tranchant, parlando di illusioni e/o di spirito velleitario o utopistico, altri di governance superata, inadeguata ai nuovi equilibri mondiali e, talvolta, di inutilità dell’Organizzazione.

    E’ un giudizio molto severo, talvolta anche ingeneroso, consolidatosi negli anni, alla luce delle prove offerte di fronte alle grandi crisi: da quella dei missili a Cuba, a quella del Vietnam, a quella dell’Ucraina, dalla Striscia di Gaza alla  Cisgiordania al Sudan; dalle continue violazioni del diritto internazionale, da ultimo perpetrate impunemente oltre che da Israele, da Usa e Russia; dal perdurare delle crisi umanitarie in tante parti del mondo, dal Medio Oriente al Sahel, al sud est asiatico; dalle accuse  di sprechi e di eccessiva burocratizzazione oltre che di abnorme proliferazione di Agenzie e Organismi.

    Eppure, l’Organizzazione è intervenuta in molti teatri di guerra con operazioni di peacekeeping/peacebuilding in Africa (es. Mali, Repubblica Centro africana, Congo, Angola, Costa d’Avorio, Mozambico, Somalia, Uganda/Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Liberia) in Europa (Bosnia Erzegovina) in Asia (es. Kashmir, Cambogia, Timor Est) in America del sud (Salvador), in Medio Oriente (es. Libano Siria Cipro) con impegni considerevoli in termini di uomini e risorse. Ha accompagnato il processo di decolonizzazione. Queste missioni, che hanno influito sul destino di milioni e milioni di persone, tuttavia restano sullo sfondo, oscurate dalle grandi crisi prima accennate, amplificate dai media per ragioni politiche, economiche, culturali, religiose. In queste ultime giocano una parte decisiva i rapporti diplomatici e il ruolo geopolitico degli attori coinvolti, in connessione con i cinque Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, marginalizzando il resto del Consiglio e l’ Assemblea Generale. Laddove viceversa i membri permanenti non abbiano interessi diretti confliggenti il Consiglio -a maggioranza semplice – può decidere di intervenire per operazioni di pace. La percezione diffusa è che quando serve l’Onu non è in grado di intervenire. I limiti statutari, intrinseci alla Carta dell’Organizzazione, condizionano il suo ruolo oggi nel mondo, relegandola in una posizione di “riferimento etico” e di “frustrante tribuna”, dove un solo paese può bloccare l’intera Assemblea Generale.

    La responsabilità principale di tale decadimento investe essenzialmente i Governi degli Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Sorprendentemente tra i più attivi demolitori dell’Organizzazione- tradendo la Carta delle Nazioni Unite- ci sono proprio gli Usa, intenti a stravolgere gli equilibri internazionali costruiti intorno alla sua potenza globale.

    I progetti di riforma

    Quanto precede evidenzia il vero punto di crisi di un sistema costruito 80 anni fa, modellato su una platea ridotta di Stati (quasi un quarto rispetto ad oggi) in cui il 31% di essi non è mai stata nel Consiglio di Sicurezza. La critica riguarda non solo il meccanismo di funzionamento- che blocca i processi decisionali- ma la stessa composizione, che rispecchia il mondo uscito dal secondo conflitto mondiale, quello di Jalta del 1945. Quando colonie e protettorati in Asia (compresa l’India), in Africa (Kenya, Nigeria…) in America e Oceania erano parte integrante dell’impero britannico e la Francia occupava territori del nord Africa, dell’Africa equatoriale, dell’Indocina e diversi possedimenti d’oltremare.  In cui USA e Russia si contendevano gli equilibri di un mondo bipolare. Un mondo che non c’è più, che non esprime le dimensioni e la complessità della geopolitica attuale. C’è  un mondo nuovo che chiede e pretende un riequilibrio: per rappresentare adeguatamente l’area asiatica, che da sola esprime più della metà della popolazione mondiale, e l’Africa e  il sud del mondo che ne esprime un terzo.

    La riforma delle Nazioni Unite non può prescindere dalle fondamenta della rappresentanza: della popolazione mondiale e della nuova geopolitica. Questa appare la riforma più urgente per ridisegnare una governance della Pace e della solidarietà tra i popoli, che sappia rappresentare il mondo di oggi e incorporare meccanismi adattivi per confrontarsi  con l’Agenda 2030 e il Patto per il Futuro, e affrontare  le  importanti sfide rappresentate dai pericoli derivanti dai regimi autocratici.

    Il dibattito che si trascina dagli anni ’90 (ma già all’indomani della crisi dei missili a Cuba, Giovanni XXIII nel 1963 con la “Pacem in Terris” accennò, tra i primi, alla necessità di una riforma dell’ONU, vista come un’ Organizzazione necessaria alla pace nel mondo), rilanciato sul finire del 2009 con il negoziato intergovernativo,  non ha trovato una sintesi sulla necessità di allargamento del Consiglio di Sicurezza per rappresentare la più ampia platea dei paesi membri, restando divergenze insuperate sia sulla questione del meccanismo di veto che sull’ampliamento di nuovi seggi permanenti o di allargamento di seggi non-permanenti del Consiglio.

    Intorno a questi nodi irrisolti appaiono inadeguate le proposte finora avanzate, come quella del G4 (finalizzata ad estendere a Brasile, Germania, Giappone e India lo status di membri permanenti, che non farebbe altro che aumentare a dismisura il rischio di paralisi), e quella, lodevole, dell’iniziativa UN80, lanciata dal Segretario Generale Guterres  a marzo 2025, che sembrerebbe più  tendente ad una ristrutturazione organizzativa, finalizzata a razionalizzare la struttura e le missioni, tagliare le spese, riallocare le sedi in luoghi meno costosi.  Più coerente con le esigenze di allineare l’Organizzazione al mondo attuale sembrerebbe quella del gruppo “Uniting for Consesus” contrarioad istituire nuovi seggi permanenti attribuiti a singole Nazioni e propenso alla creazione di nuovi seggi assegnati ad una platea più ampia rappresentativa delle diverse aree del mondo. Sul diritto di veto, muove in una direzione comprensibile ma non sufficiente quella tendente ad annullarlo nei casi di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, stabiliti dalla Corte internazionale di giustizia; e/o di maggioranze qualificate su determinate materie, con il ruolo preminente dell’Assemblea Generale.

    La riforma continua ad essere il vero nodo del futuro dell’ONU e del suo ruolo nel mondo. La ricerca di un punto di equilibrio potrebbe aprire una nuova fase, dopo decenni di confronto, dibattiti, gruppi di lavoro, proposte. L’onere  della riforma- necessaria, pena l’implosione delle Nazioni Unite- ricade intera sui paesi promotori della Carta, su quelli che esercitano la leadership mondiale, che per primi hanno bisogno del primato del diritto internazionale per esercitarla. L’alternativa è il definitivo declassamento verso mission tipiche delle ONG, di protezione civile ed umanitaria, con lo svuotamento politico dell’Organizzazione e in definitiva del ruolo stesso del Consiglio di Sicurezza, consegnando il mondo all’anarchia e alla prepotenza del più forte, in una fase di grandi cambiamenti e tanti focolai di guerre. L’Onu- di cui il mondo ha più bisogno di ieri- è un’Organizzazione che deve essere in grado di intervenire di fronte alle crisi, che ha bisogno, come disse Papa Francesco il 25 settembre 2015, parlando all’Assemblea Generale, “di una maggiore equità”,  e di una riforma “verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni”, in tutti gli Organismi deliberanti.

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