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    Home»TUTTI al cinema»Zalone, Sorrentino e le famiglie mutilate di Jarmush: si parla italiano
    TUTTI al cinema

    Zalone, Sorrentino e le famiglie mutilate di Jarmush: si parla italiano

    Guido BassiDi Guido BassiGennaio 19, 20262 VisualizzazioniTempo lettura 13 min.
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    Ci vuole una foto come questa, in cui un collaboratore di Sorrentino che assomiglia a Checco Zalone può dare l’impressione di un raro scatto sul set di uno dei due, per vedere insieme i due re dell’odierno cinema italiano di successo: più aristocratico il primo, popolarissimo il secondo. E solo un americano di origine europea – ceca e tedesca – come Jim Jarmusch può tributare al nostro cinema un affetto come quello che attraversa “Father mother sisterbrother”, Leone d’oro all’ultima mostra veneziana. Si parla italiano, più di quanto non succeda di solito, oggi al cinema. Per quanto mi riguarda il migliore dei tre è l’americano, anche rispetto a Sorrentino, che per questa volta rimarrà fuori. Del resto è appena uscito e se ne parlerà chissà quanto. Non dico fino al semestre bianco di Mattarella, ma quasi. Sempre che nel frattempo non ne faccia un altro.

    “Soldi, soldi, soldi, soldi, soldi (beati siano i soldi, ecc.)”, Nisa – Kramer (da “Boccaccio 70”, Sophia Loren: https://www.youtube.com/watch?v=c7I3hjqobOY&list=RDc7I3hjqobOY&start_radio=1)

    Dal gran discorrere di queste settimane sugli stratosferici incassi di “Buen camino” (70 milioni) e “Avatar 3 – Fuoco ecenere” di James Cameron (25) manca del tutto un dettaglio non banale che dovrebbe suggerire una piccola rivoluzione copernicana nei criteri di misurazione del successo di un film. Almeno ai fini di un raffronto sensato fra passato e presente. Parlo dell’improvviso e cospicuo aumento (20 / 30%) del prezzo dei biglietti che ha inaugurato l’ultimo incredibile “ponte” natalizio di tre settimane (20 dicembre – 11 gennaio: 23 giorni di cui 17 festivi o prefestivi) già di per sé propizio per ogni forma di intrattenimento e spettacolo.

    In barba a qualunque lagna poveristica, il cinema è sempre stato – lo è ancora, e di gran lunga – la più economica fra tutte le forme di spettacolo e divertimento. Più del teatro, della musica (colta e pop, da auditorium e da stadio), più di ogni tipo di spettacolo sportivo, mostra, fiera, festival, sagra o tendone. Per vent’anni e forse più l’industria del cinema ha saputo mantenere ferma, nell’insieme, la linea dei 7 euro a biglietto, nonostante i cinema sempre più belli e le migliorate condizioni di fruizione. Al raggiungimento di questo obiettivo avevano concorso una miriade di piccoli aggiustamenti. Verso l’alto: dai film in 3D (con i loro fastidiosi occhialini) agli eventi (film che dovrebbero stare in sala tre giorni e quasi sempre rimangono anche dopo) tariffati a 10 euro, fino ai leggeri aumenti di prezzi dei cinema migliori. Verso il basso: i mercoledì e i pomeriggi a prezzo ridotto (che risalgono a quando era ministro Veltroni), le riduzioni per under 21 e over 65 nei giorni feriali, gli abbonamenti e le ricorrenti campagne pubbliche per il cinema europeo a 3 euro e mezzo. Le multisale puntavano su gruppi e famiglie, con le prenotazioni, i barilotti di pop corn, i caffè a due euro, i gelati a cinque, i parcheggi a pagamento. Nell’insieme, sembrava impossibile, ma la Maginot dei 7 euro a biglietto resisteva, come una variabile indipendente. E’ crollata poco più di un mese fa, senza visibili contraccolpi. Anzi: a parte le due locomotive (ma c’è anche “Zootropolis”, oltre ai vari cartoni di complemento), un film come “Norimberga” punta agli 8 milioni, mentre i nostri Pio e Amedeo, piacciano o meno, li hanno superati (nazismo e comici sono articoli che tirano sempre); due esordienti italiani, Damiano Michieletto e Virgilio Villoresi, ottengono un sorprendente riscontro da due film sofisticatissimi (“Primavera” e “Orfeo”), su cui pochi avrebbero rischiato un pronostico. Tutta la macchina sembra pompare al massimo. La linea dei sette euro si è spostata stabilmente verso i nove. Ne vedremo i riflessi dopo le feste, finiti i fuochi d’artificio. Ora come ora non potrebbe andar meglio.

    Cuori o denari?

    E’ il momento giusto (se non ora, quando?) per mettere in discussione il modo in cui misuriamo il successo di un film. Che senso ha scrivere, come fanno tutti, che “Buen camino”, avendo superato i sessantacinque milioni d’incasso di “Quovado”, è diventato il maggior successo di sempre del cinema italiano? I 65 milioni di “Quo vado” corrispondevano a 9 milioni e trecentomila biglietti; “Buen camino” ne ha staccati più di un milione di meno. E’ maggiore il successo di chi ha venduto più di nove milioni di biglietti o quello di chi ne ha venduti, anni dopo, meno di otto a un prezzo superiore? E visto che non parliamo di frigoriferi ma di un prodotto artistico, non vi pare che la questione si faccia culturale e perfino politica? Il biglietto è un voto. I voti si contano o, come diceva quel tale, si pesano (come se il loro peso/costo non variasse mai)? Forse sarebbe il caso di cominciare a fare come i francesi (“Allò ciné”) che non ti dicono quanto ha incassato un film, ma quanti biglietti ha venduto. Loro contano i cuori, non i soldi. “Sono strani i grandi”, dice il PiccoloPrincipe. Se gli dici “ho visto una casa con i mattoni rosa, i gerani alle finestre e i colombi sul tetto”, faticano a immaginarla. Devi dirgli: “Ho visto una casa da 500.000 euro”, allora ti ascoltano: “bella!” Perché ostinarsi a ragionare come quei “grandi”?

    E’ quel che ha fatto anche Zalone, che dopo il successo strepitoso di “Quo vado” era stato tentato dal passaggio alla regia. Facendo bene: oltre ai 46 milioni di incasso (55 di oggi), con “Tolo tolo” era arrivato anche un David di Donatello per la migliore opera prima. Lanciato da un trailer in cui giocava alla sua maniera con i principali stereotipi in tema di immigrazione, il film non seguiva quella traccia e tanti fieri sostenitori della linea Salvini (oggi Vannacci) non trovando in “Tolo tolo” quel modo di sentire ma il suo opposto, si sentirono traditi. Il calo di spettatori rispetto a “Quo vado”, del tutto fisiologico, venne considerato un ammonimento a non lasciare la strada vecchia per la nuova. Oggi, con “Buencamino”, Zalone torna sui suoi passi. Anche a lui, evidentemente, la quotazione della casa interessa più di come è fatta. Si è fatto “grande” – lui che grande, sul serio, lo era già – come quelli che accoravano il piccolo internauta dell’asteroide B612.  Ma “Buen camino” non è “Quo vado”: magari lo fosse. Il più ricco dei suoi film, è anche il più piccolo.

    Jeunesse oblige.

    Il meglio di “Buen camino” è in due idee: una quasi documentaria, l’altra velleitaria. La prima è la scoperta del cammino di Santiago – che ai cinefili ricorda un classico di Luis Bunuel (“La via lattea”), con cui non ha evidentemente nulla a che vedere – come percorso e prova di tanti giovani europei. Sfrondato di quegli aspetti spirituali che non sembrano molto più che vaghi – debolissima la figura della suora ritrovatasi – “la via lattea” si dimostra, per i ragazzi delle generazioni Erasmus, un modo per ritrovarsi e stare insieme della cui popolarità ero il primo a non avere la minima contezza. E mette francamente allegria tutta l’organizzazione di supporto ai pellegrini lungo questo antico percorso medievale, una di quelle cose che fanno rimpiangere la giovinezza passata. Diceva Sciascia che la differenza fra la generazione dei suoi genitori e la sua era che loro, da vecchi, avrebbero voluto tornar giovani; lui e i suoi coetanei no, se anche un qualche Genio della Lampada gliene avesse offerto la possibilità. Non è il mio caso. Io tornerei, alla grande.

    La seconda idea è il rovesciamento del rapporto educativo: è la figlia a educare il padre. Ma il padre è troppo parodisticamente coglione; la madre e il di lei compagno palestinese (sì, va beh), che fanno la parte dei cretini, come chiunque faccia o dica cose sensate in un contesto idiota, sfuggono alla benevolenza di cui gode il buon cialtrone.  Quanto è simpatico papà, che lascia la sua festa con mille invitati e la Ferrari per consentire alla figlia azzoppata di arrivare a Santiago! Mica come quella “radical chic” della mamma e quel “Rulo”Jebreal del suo amico!  Si ride? Molto meno del solito. Qualche battuta, rara nantis, e qualche situazione divertente (come la spesa dal “contadino”), in un insieme che “strascina” le sue migliori possibilità. Ma che funziona. La casa ha un’ottima valutazione, iperbolica addirittura. Limitare le ambizioni ha i suoi vantaggi.

    Figura 1 Joaquin Cortison.

    Fondamentale per il successo è che il pubblico esca ridendo. Così è anche stavolta perché il maledetto riserva ai titoli di coda l’unico vero pezzo di cinema del film: una delle sue celebri clip musicali (“L’immunità di gregge”, “La vacinada”, “Immigrato”, ecc.), dedicata questa volta da un immaginario “bailaor” di flamenco (Joaquin Cortison) ai tormenti prostatici e alle loro urgenze (“con la prostata cheduele / manco Pablo può Escobar”). Non sarà Lubitsch, ma l’accendersi delle luci trova una sala che ride, finalmente piena.

    ZIO BOB A DESOLANDIA.

     

    Per Bob Dylan era “Desolation row”, Jim Jarmusch la chiama “Desolandia”. Difficile dire se sia la stessa cosa. Può essere un punto sperduto della provincia americana, di quelli da rischiarci le gomme della macchina (“è andato a starea Desolandia”), ma anche un quartiere residenziale alla periferia di Dublino o una Parigi delabré da “Ultimo tango”. Forse è addirittura uno “state of mind”, come New York in un’altra canzone.

    A “Desolandia” vivono i protagonisti di “Father Mother Sister Brother”: la famiglia dopo la scomparsa di uno o di entrambi i capostipiti. Tre episodi: una specie di Vita col padre, Vita con la madre, Vita senza nessuno dei due. Le distanze che crescono, le visite sempre più rare, i silenzi, gli imbarazzi, le dissimulazioni. C’è sempre qualcuno che si finge quel che non è: il padre, che si finge povero e squilibrato, non è né l’uno né l’altro; la figlia omosessuale lillà–crinita (Vicky Krieps) arriva dalla madre in taxi, ma la “tassista Uber” non è che l’amica, salutata sul portone per evitare spiegazioni. E poi ci sono due coniugi che…va’ a sapere. Jarmusch graffia con dolcezza, ma lascia il segno. Incanutito a quindici anni, si è sempre sentito, dice l’amico Tom Waits, “un immigrato nel mondo degli adolescenti…uno straniero benevolo e affascinato”. Ingenuo come Adam Driver nel primo episodio, come Cate Blanchett nel secondo, come Indya Moore nel terzo. Indagatore come Maiym Bialik nel primo; come Charlotte Rampling, nel secondo; come Luka Sabbat, nel terzo. La famiglia perde pezzi ma non muore. La vita continua, in giro per il mondo, ma c’è sempre, da qualche parte, un punto.

    Quattro amici e una ragazza.

    Figura 2 John Lurie, Roberto Benigni e Tom Waits in “Down by law”.

    Per parlare di questo film, un salto indietro di quarant’anni non è indispensabile ma aiuta. E’ il 1985, quando agli Incontri di Salsomaggiore Terme (PR) si incontrano un giovane regista americano (Jim Jarmusch) e tre attori: Roberto Benigni, TomWaits e John Lurie. Il più “vecchio” è Waits (35 anni), gli altri (32) sono perfettamente coetanei, nati a uno/due mesi l’uno dall’altro. Tutti musicisti, a parte Benigni, oltre che registi e attori. Il quartetto si ritroverà l’anno dopo in “Down bylaw” (“Daunbailò”), a tutt’ora uno dei film migliori del regista albino. Con loro c’è una giovane attrice italiana, NicolettaBraschi, fidanzata di Benigni, che andrà a vivere con lei anche nella storia e la sposerà nella vita. Nasce fra i quattro un’amicizia che dura tutt’ora, rinsaldata da una serie di partecipazioni incrociate ai progetti dell’uno o dell’altro. Si racconta di scherzi leggendari: Benigni che insegna i rudimenti di italiano all’amico regista, ma come il precettore infedele di “Agosto, moglie mia non ti conosco” glieli insegna sbagliati. E quello, quando gli presentano qualcuno, sperimenta il suo italiano con il convenevole appena imparato: “Piacere. Io i polli li ammazzo a fucilate”.

    Oggi, nell’impostazione dei tre episodi di “Father Mother…”, ritroviamo uno dei classici del Benigni a teatro di allora: quello con cui concludeva i suoi spettacoli. La richiesta al pubblico di tre o quattro parole intorno alle quali costruire una storia. Già la ricerca era un happening che durava mezz’ora. Poi c’era la storia. Qui le parole sono quattro: Rolex, skaters, brindisi e zio. In tutti e tre gli episodi c’è un Rolex (falso?), ci sono tre skaters che volteggiano sulla strada davanti all’auto dei protagonisti, c’è un brindisi (analcolico: con tè, caffè o acqua) e in tutti e tre ritorna una buffa espressione americana: “…and Bob’s your uncle!” (e tuo zio si chiama Bob), per dire “…e voilà!”. E Tom Waits, nel primo episodio, fa il verso all’amico italiano….

    Gemelli

    Se il primo episodio (dove la sopraffazione è palese) può far pensare una barzelletta filmata con humour; se il tè della scrittrice, offerto alle figlie nel secondo, è un acuto, spiritoso quadro d’ambiente borghese (ah, la dolce CateBlanchett, con occhiali e calzettoni!); è con il terzo episodio, nel nome di Bertolucci, che il film prende il volo. In un appartamento a Parigi, vuoto come quello di Ultimo Tango, due gemelli newyorkesi di vent’anni salutano la casa che per lunghi tratti li ha visti insieme, fin da piccoli. I genitori, due piloti d’aereo, sono precipitati insieme, su un piccolo aereo da turismo, in c. al mondo. “Chissà se avesse guidato la mamma”, dice la ragazza. Forse era più brava, ma dentro quel piccolo aereo c’erano solo loro, e tre mesi prima (il tempo della cauzione) avevano smesso di pagare l’affitto. Forse è la più dolorosa di quella catena di dissimulazioni. Forse no. Ma non vogliono pensarci.

    Pochi sono i film che hanno indagato il mistero dei gemelli. Lo aveva fatto Cronenberg (“Inseparabili”) nella sua cifra angosciosa; e poi Bertolucci (“Dreamers”) con cuore, passione e qualche intellettualismo, buttandoci dentro anche il ’68. Lo fa adesso Jarmusch, migliorando Bertolucci con il rispetto e la timidezza che gli sono propri, e un’attenzione ai corpi, filmati splendidamente, che non è più affetto, ma amore. Billy e Skye non vivono la loro gemellanza sul filo dell’incesto, come i due dreamers di Bertolucci; non sono neanche Marlon Brando e Maria Schneider pur condividendone la mitica scena, ma un sottile, intenso erotismo affiora in quella confidenza di nuotatori, un tempo, nelle stesse acque. Lui ha le sue trecce rasta e ci dà un po’ dentro con il fumo; lei, dolcissima, ha mezz’etto di metallo in faccia. Sono belli da morire, non sanno che sarà di loro, ma sono insieme. Suona la portiera per salutarli, è ora di consegnare le chiavi. Un’ultima visita al garage dove lui ha ammassato i mobili e poi via, allacciati stretti, per un ultimo tango nelle strade di quella Parigi non più loro. Come due che hanno vinto ex aequo la corsa della vita, dentro una pancia, vent’anni prima.

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    Guido Bassi

    Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

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