
La conferenza “Guerre, Confini, Dialogo Ipotesi concrete per costruire la pace nel disordine globale”, organizzata recentemente presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei deputati ha costituito l’occasione, nel corso del mio intervento come relatore su “Gaza: costruire il dialogo tra i popoli oltre le scorciatoie geopolitiche”, per lanciare l’idea di una proposta concreta per un’iniziativa Italia-UE sui Luoghi Santi di Gerusalemme.
L’etologo, psicologo, ed antropologo Gregory Bateson, nella sua geniale raccolta di saggi “Verso un’ecologia della mente”, aveva scoperto che il fattore cruciale per gli esseri umani in quanto mammiferi placentati è l’identità collettiva, cioè il senso del gruppo, un’intuizione che può rivoluzionare la metodologia di analisi delle scienze sociali.
Per due milioni di anni, fino al citato cambiamento strutturale identitario a partire dal Medioevo europeo le comunità umane, relativamente limitate anche a livello prossemico, erano prevalentemente seminomadi, con un rapporto col territorio di residenza relativamente flessibile, come dimostra l’esempio del diritto misto romano che il Praetor peregrinus applicava diversamente a seconda della provenienza delle parti in lite.
Da un punto di vista metodologico ho appreso la necessità di associare l’approccio epistemologico deduttivo – dello studio sui libri, talvolta nelle Torri d’Avorio delle biblioteche – a quello induttivo e pratico, venendo qui a Gerusalemme nel 1994 non per una breve e piacevole gita turistica, bensì per sviluppare un dottorato di ricerca fino al 2004 sui Luoghi Santi di Gerusalemme negli accordi di pace in Medio Oriente, al fine di incontrare di persona i leader palestinesi ed israeliani, comprendendone similarità e differenze.
La mia scoperta è stata che ciò che li accomuna e li differenzia è radicalmente diverso da ciò che avevamo immaginato osservandoli a distanza, limitandoci a leggerli dai libri o sui media, e cioè non si dividono tanto secondo linee etniche (arabi/ebrei), religiose (cristiani/mussulmani/ebrei), o nazionali (israeliani/palestinesi), quanto bensì secondo modelli opposti di confine identitario, di matrice europea.
Il modello glocalista, nato nel Medioevo europeo, trascende i confini statali, caratterizzava la prima versione originaria degli Accordi di Abramo tra i glocalisti Trump e Netanyahu – allora come oggi Presidente USA e Primo Ministro israeliano, rispettivamente -, che vedeva come protagoniste le cosiddette Tre Religioni Monoteiste. La loro protezione – utilizzando per la prima volta questa espressione col significato socio-politico attuale nei verbali delle riunioni segrete tra India Office e Colonial Office britannico tra il 1916 ed il 1917 – offriva una desiderabile legittimazione alla programmata occupazione britannica nell’area, alla fine della seconda guerra mondiale.
Dal 1648 invece, a conclusione della guerra religiosa dei trent’anni, nasce il modello diametralmente opposto, che si può definire vestfaliano, proprio perché quell’anno la cosiddetta Pace di Vestfalia produsse, anche a livello filosofico con Bodin, Bossuet, e Machiavelli, l’idea di Stato moderno frontaliero.
Questa è la vera disputa identitaria.
L’esempio dell’omicidio del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin è esemplare, in questo senso. Il suo assassino, e l’ambiente sociopolitico e culturale dei suoi mandanti motivanti, non era né arabo, né islamico, né palestinese, bensì un ebreo israeliano glocalista, opposto allo slogan vestfaliano di Rabin “Noi (israeliani) qui, loro (palestinesi) lì”, la sintesi del principio frontaliero.
Questo tipo di approccio analitico innovativo si può applicare anche al più recente conflitto su Gaza, alle sue premesse e conseguenze. La leadership vestfaliana di Hamas – Sinwar, Haniyeh, e Deif -, vincitrice nella guerra civile a Gaza contro la vecchia guardia glocalista – Sceicco Yassin, Rantisi, e Meshaal -, aveva scatenato il tragico attacco del 7 ottobre 2023 con l’intento di impedire l’estensione degli Accordi di Abramo. In realtà però, alla luce di un’analisi più accurata e degli sviluppi successivi, il loro intento era di bloccare lo sviluppo di quegli Accordi di Abramo di matrice glocalista, che avevano lo scopo strategico non dichiarato di impedire, rendendolo irrilevante o dannoso allo sviluppo economico dell’area, la nascita di uno Stato palestinese. Oggi invece il Piano Trump, su richiesta esplicita dell’erede al trono saudita Mohammad Bin Salman, condizionante la normalizzazione dei rapporti con Israele, include proprio tra i propri obbiettivi strategici la creazione di tale Stato palestinese, cioè l’esatto opposto dell’obiettivo originario degli Accordi di Abramo.
Le precedenti considerazioni stimolano ad una nuova riflessione di natura preventiva, in analogia al concetto di prevenzione primaria in medicina. Tornato in Italia nel 2004 ho sviluppato il progetto, inizialmente con fondi del Ministero Affari Esteri e del Comune di Roma, poi anche degli uffici in Italia del Parlamento e della Commissione Europea nonché di Fondazioni e sponsor privati, di realizzare il primo di una serie di quindici Seminari israelo-palestinesi a porte chiuse ad alto livello organizzati da Prospettive Mediterranee a cominciare dal dicembre 2006. I Seminari tra Roma, Pitigliano, Firenze, Ventotene, Gerusalemme, Tel Aviv, e Washington, sono a porte chiuse perché ciò che vediamo sui media è diverso dalla realtà confidenziale di questi incontri riservati tra ministri, Capi negoziatori, Legal advisers dei governi, esperti, accademici, e rappresentanti religiosi, che al riparo dalla stradina pubblicità dei giornalisti, dopo un’introduzione metodologica per rompere il ghiaccio si abbracciavano tra loro ed instauravano un ottimo rapporto personale cordiale e costruttivo di fiducia reciproco.
Tenendo presente che il tema cruciale del conflitto, come spiegato, era quello dell’identità collettiva, e che il disaccordo ruotava innanzitutto sulle parole, ho deciso di dedicare il primo giorno del mio primo Seminario a discutere e approvare la mia proposta di un Glossario condiviso, a cominciare dai controversi termini-chiave Sovranità e status quo.
Il termine ambiguo e polisemico Sovranità ha infatti nel diritto internazionale tre significati distinti: Indipendenza, Titolo, e Potere di governo (in inglese Jurisdiction), che si riferiscono rispettivamente al requisito essenziale per la soggettività giuridica internazionale, al rapporto col territorio, ed al contenuto e limiti dei poteri legislativo, esecutivo, e giudiziario nella sua estensione spaziale, personale, e funzionale (rispettivamente in latino ratione loci, personarum, e materiae, in inglese territorial, personal, e functional jurisdiction). L’esempio di Piazza San Pietro in questo senso è illuminante: il Titolo appartiene alla Santa Sede, mentre il Potere di governo, simboleggiato dalla presenza operativa della Polizia italiana all’interno del colonnato nella suddetta Piazza, spetta alla Repubblica italiana.
Anche l’espressione latina status quo è polisemica, riferendosi rispettivamente a quello religioso in senso stretto applicato nei Luoghi Santi di Gerusalemme (lo Status Quo par excellence, scritto nei trattati con le iniziali maiuscole), quello che potremmo definire di diritto ecclesiastico, che disciplina i rapporti tra ente amministrativo protempore e le comunità religiose a Gerusalemme, e quello politico, riferito ai rapporti tra israeliani e palestinesi.
Il citato Glossario ha quindi permesso e facilitato il rispetto reciproco tra i protagonisti dei quindici Seminari a porte chiuse, spiegandole il successo, che ha consentito la redazione concordata di una lista di principi internazionalmente vincolanti su libertà d’accesso e di culto nei Luoghi Santi e la loro protezione, che nel settembre 2024 l’amb. Miguel Angel Moratinos, Alto Rappresentante UNAOC, e Vicesegretario ONU, ha presentato come proposta di documento condiviso ad Astana, Capitale del Kazakistan, in occasione del Congresso delle Religioni Mondiali e Tradizionali, cui ho avuto l’onore di partecipare per spiegare l’origine ed il significativo della lista di principi.
Sarebbe possibile ed utile quindi organizzare una nuova serie di Seminari israelo-palestinesi a porte chiuse, a cominciare magari dalla sede dell’Unione europea a Gerusalemme, per dimostrare con l’accordo dei rappresentanti delle comunità religiose interessate che questa parte cruciale dei negoziati di pace israelo-palestinesi sui Luoghi Santi di Gerusalemme è già sostanzialmente conclusa e risolta.
Le controversie sui Luoghi Santi di Gerusalemme hanno spesso costituito l’occasione, a volte pretestuosa, per scatenare sanguinose violenze nell’area. Lo stesso citato attacco di Hamas del 7 ottobre nasceva dall’operazione chiamata Diluvio Al-Aqsa (Al-Aqsa Flood, in inglese), e prima ancora c’era stata l’Intifada Al-Aqsa, e quindi mettere da parte questa dimensione religiosa del conflitto faciliterebbe il negoziato sui restanti temi in discussione, come sicurezza, confini, rifugiati, o risorse naturali. Di conseguenza questa proposta ha il citato carattere di prevenzione primaria, togliendo le proverbiali castagne dal fuoco del negoziato sul tema più scottante, perché c’è già un accordo, definito status quo.
La proposta concreta è quindi di convogliare e mobilitare le risorse italiane ed europee per questa ambiziosa Mission, da realizzare in armonia col Piano Trump e l’attuale Amministrazione USA, i rispettivi governi delle due parti in conflitto, e le comunità religiose interessate. In questo campo la credibilità è fondamentale, e l’Italia può esprimere un ruolo centrale per la reputazione conquistata sul campo con tutte le parti del conflitto per l’approvazione di questa lista di principi.
Nel Comitato su Gerusalemme costituito dall’allora Primo Ministro israeliano Ehud Barak in occasione dei negoziati di Camp David col leader palestinese Arafat ed il Presidente USA Clinton, riferii due precedenti nella prassi diplomatica bilaterale italiana che applicavano la cosiddetta Sovranità Verticale, per cui la contestatissima Spianata delle Moschee o Monte del Tempio può essere amministrata e divisa funzionalmente utilizzando criteri spaziali verticali invece che orizzontali, con lo Stato di Israele che gestisce l’area sottostante la superficie, ricca di resti archeologici ebraici, e la zona delle Moschee al il futuro Stato palestinese, dimostrando così la flessibilità e la versatilità del diritto internazionale.
La questione di Gerusalemme è delicata e cruciale per la soluzione di questo secolare sanguinoso conflitto non solo per motivi strategici e geopolitici, bensì perché la città è il simbolo del conflitto tra i due citati modelli di identità collettiva, quello glocalista che richiama le citate cosiddette Tre Religioni Monoteiste, e quello vestfaliano per la rivendicazione della città come Capitale dei due rispettivi Stati.
L’Italia quindi, in collaborazione con l’Unione europea, può svolgere e rivendicare un limitato ma significativo ruolo per facilitare i processi di pace in Medio Oriente.


