Uno degli episodi più terribili della guerra russo-ucraina è stata la difesa di Mariupol, città ucraina nel sud della regione di Donetsk, sulle rive del Mar d’Azov. Una città che porta il nome della Vergine Maria.
La Russia aveva già tentato di conquistarla nel 2014, ma allora la città riuscì a resistere. Con l’inizio dell’invasione su vasta scala nel 2022, la difesa di Mariupol durò 86 giorni, 82 dei quali in completo accerchiamento. Secondo il quotidiano britannico The Guardian, durante l’assedio russo della città nel 2022 il 95% delle vittime furono civili e solo il 5% militari.
Le immagini provenienti dall’epicentro di quell’inferno di guerra il mondo le ha già viste nei notiziari e nei documentari. Tuttavia, si sa ancora molto poco di coloro che difesero la città: di quelli i cui nomi sono diventati simboli della resilienza ucraina; di coloro che, pur essendo completamente circondati per tre mesi, riuscirono eroicamente a contenere forze nemiche di gran lunga superiori.
La loro lotta è indissolubilmente legata al nome del reggimento Azov, che rappresentò la forza principale nella difesa di Mariupol. Il reggimento fu formato nel 2014 come battaglione di volontari e successivamente entrò a far parte delle Forze Armate dell’Ucraina. A causa della tossica propaganda russa, i difensori del reggimento Azov vengono demonizzati, definiti fascisti e sottoposti a processi-spettacolo.
Oggi vogliamo sollevare un poco il velo e mostrare quali giovani cuori si trovavano tra i nostri difensori e chi realmente riempiva le file del reggimento Azov.
In questo numero presenteremo ai lettori la madre di uno di quei giovani eroici e devoti che hanno dato la vita per la propria patria. Questa madre — una giovane donna fragile — è riuscita a non affondare nel proprio dolore e ha trasformato la sua sofferenza personale in una fonte di forza. Scrive libri sui difensori e sulle loro famiglie e, come dice lei stessa, conduce «la propria guerra contro il nemico più insidioso nei tempi delle grandi tragedie: l’abitudine, l’assuefazione e la semplificazione. La vera dimensione della tragedia non sta nel numero dei corpi dei morti, ma nel numero degli universi perduti, perché dietro ogni nome c’è un mondo unico e irripetibile».
Iryna Medved
La mia promessa a Roman
Di Viktoriya Kolmykova

Mi chiamo Viktoriya Kolmykova. Sono la madre di Roman Kolmykov, un difensore ucraino di vent’anni che già dall’adolescenza aveva iniziato a prepararsi consapevolmente per entrare nelle file di coloro che difendono il proprio Paese.
Crescendo, vedeva come già dal 2014 persone morivano in Ucraina per difendere la propria patria. Di fronte alla guerra scatenata dalla Russia nell’Est dell’Ucraina, mi chiedeva spesso: «Mamma, com’è possibile che le persone vivano come se nulla stesse accadendo, mentre nel nostro Paese c’è la guerra?».
Si interessava alla storia, la studiava con passione e aveva previsto l’invasione su larga scala molto prima del terribile 2022.
Dopo aver terminato la scuola, si iscrisse al Politecnico con un programma di studi a distanza. Aveva ottimi risultati accademici, ma quando il preside della facoltà gli propose personalmente di passare al corso di studi in presenza, rispose: «Io ho un’altra strada».
A diciotto anni superò la selezione ed entrò nel reggimento speciale Azov.
Mio figlio mi preparava alla possibilità che potesse accadere il peggio, spiegandomi che quella era la sua scelta.
Una volta, nel tentativo disperato di dissuaderlo da una decisione così pericolosa, gli dissi:«Nessuno si ricorderà di te!».
E lui mi rispose: «Non è così importante. Mamma, per me è importante chi sono e sapere che posso uscire e combattere. Perché se ci sono persone pronte a combattere, allora noi come nazione siamo degni di rispetto».
Roman è caduto durante la difesa di Mariupol il 16 marzo 2022. Aveva soltanto vent’anni.
La morte di mio figlio è la più grande tragedia della mia vita. Eppure ho fatto una promessa: continuerò il suo cammino di fedeltà al nostro Paese anche a nome suo.
Il 16 marzo 2026 sono trascorsi quattro anni. Quattro anni durante i quali non vivo più davvero, perché mi sono stati strappati vent’anni della mia vita — la vita di mio figlio, che doveva essere il mio orgoglio e la mia continuazione su questa terra.
Non sono mai riuscita a lasciare il 2022. Vivo ancora lì, nel tempo in cui ero la madre di un intero universo chiamato Roman.
Oggi il mio obiettivo è far conoscere al mondo l’essenza dello spirito ucraino. Per questo ho scritto due libri che raccontano il destino dei nostri difensori caduti e delle loro famiglie.
Uno di questi si intitola “L’anima nella città di Maria”. Nel libro vengono narrate le storie di coloro che sono rimasti per sempre nell’inferno di Mariupol: i nostri difensori e i civili; coloro che sono stati ritrovati e sepolti e coloro che ancora riposano sotto le macerie delle loro case o del Teatro Drammatico[1].
Ho raccontato queste storie perché il mondo conosca i valori delle famiglie che hanno cresciuto i nostri ragazzi. Il libro è scritto in due lingue — ucraino e inglese — perché il mondo deve conoscere il nostro codice genetico di resilienza. Il mondo deve sapere chi erano i nostri eroi, cosa li guidava e quali parole hanno lasciato nei loro ultimi messaggi alle loro madri.
Naturalmente non posso inserire tutte queste storie in un articolo, ma desidero condividere con voi un estratto di questo libro, che è la voce stessa di una città profondamente sofferente.
«Maria, stai piangendo?»
(Estratto dal libro «L’anima nella città di Maria» di Viktoriya Kolmykova)
«Maria, stai piangendo?
Le tue lacrime si mescolano alla cenere che ha ricoperto la tua città, trasformata in un immenso altare sul quale sono state sacrificate decine di migliaia di vite.
Le vedi? Non sono scomparse.
Le loro anime sono intrecciate nei vetri infranti delle case, nel silenzio dei viali bruciati, nel grido rimasto per sempre imprigionato sotto le rovine del Teatro Drammatico.
E ora ditemi, guardando negli occhi vuoti di questa città: queste persone hanno forse chiamato la guerra nelle loro case? Erano forse pronte a vedere il cielo, che donava loro sole e brezza marina, trasformarsi in un assassino spietato che riversa su di loro fuoco e acciaio?
Qualcuno crede davvero che sognassero di sacrificare i loro ricordi, le loro case, il calore delle sere in famiglia, la loro stessa esistenza — per la fantomatica idea di cambiare la lingua di Stato? Per un obiettivo politico tracciato in lontani uffici da chi non ha mai visto l’orrore negli occhi di un bambino durante un bombardamento?
La risposta è incisa in ogni metro di questa terra.
Prima hanno tolto loro la voce, sprofondando la città in un abisso di silenzio informativo. Poi hanno tolto luce e calore, trasformando i seminterrati in tombe di ghiaccio… Poi hanno iniziato a togliere loro la ragione, costringendoli a bere acqua dalle pozzanghere e a dividere le briciole di cibo tra tutta la famiglia, mentre sopra di loro non cessava il rombo degli aerei assassini e dei bombardamenti.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, fino al 90% degli edifici residenziali di Mariupol è stato danneggiato o distrutto.
Ma questa non è una semplice statistica. Sono migliaia di universi annientati. Ogni casa è una storia d’amore, il primo passo di un bambino, album di fotografie che nessuno aprirà mai più.
Decine di migliaia di morti non sono un numero. Sono genitori che non abbracceranno mai più i loro figli. Sono bambini che non diventeranno mai adulti.
Ed è allora che, nel mezzo di questo apocalisse, sorge la domanda più terribile: qualcuno ha il diritto di togliere la vita? Esiste al mondo un obiettivo politico che possa giustificare il bombardamento di un ospedale maternità?[2]
Si può trovare una giustificazione per il pilota che ha sganciato la bomba che ha squarciato in due il teatro con la scritta «BAMBINI»…?
Può forse qualche idea giustificare il fatto che le persone abbiano dovuto seppellire i loro cari nei cortili, in fosse poco profonde, senza nome, senza preghiera, accompagnati dal fragore delle esplosioni? E i corpi di coloro che non si riusciva a seppellire venivano dilaniati dagli animali affamati.
Nel XXI secolo — non nel Medioevo, ma nell’epoca dello spazio e della digitalizzazione — la vita umana non avrebbe dovuto diventare un valore assoluto e inviolabile?
Le anime di Mariupol sono rimaste lì. Ci guardano. E il loro grido silenzioso è un’accusa…».
Sì. È un’accusa.
Quando scrivo queste righe, vedo gli occhi di donne come queste:
— una madre di tre figli che ha seppellito il primo nel 2022 e il secondo nel 2024. Oggi il terzo, a soli diciannove anni, imbraccia le armi anche per i suoi due fratelli, difendendo la sua famiglia e l’Ucraina, mentre lei dona ogni singolo centesimo perché lui abbia con cosa combattere;
— Yulia di Mariupol, che per 56 giorni sotto occupazione ha bevuto acqua dalle pozzanghere insieme al figlio, respirando l’odore dei corpi in decomposizione. Fuggita da quell’inferno, ha visto suo figlio diplomarsi, entrare all’università e, a diciotto anni, arruolarsi per difendere sua madre. È morto a diciotto anni. Lei rimane una donna di straordinaria dignità;
— una madre che ha celebrato un funerale simbolico con gli oggetti di suo figlio, perché il corpo non è mai stato ritrovato: l’auto su cui viaggiava è stata fatta esplodere. Da quattro anni lotta anche per il suo secondo figlio, combattente del reggimento Azov, sopravvissuto all’attentato organizzato dai russi a Olenivka[3] e tuttora prigioniero.
Tutto questo indicibile dolore e questo abisso di sofferenza danno a ciascuna di queste donne il diritto alla collera, ma allo stesso tempo non devono lasciare che la loro anima si indurisca.
Ecco ancora alcune parole dalla postfazione:
«Che cosa significa non lasciare che l’anima si indurisca? Non significa perdonare il male. Significa rifiutarsi di diventare simili ad esso. Il male non vuole soltanto uccidere il corpo: vuole avvelenare anche l’anima di chi è sopravvissuto. La rabbia, l’odio verso il mondo intero, il desiderio di chiudersi nel proprio dolore — questa sarebbe la sua vittoria finale.
Scegliere la luce significa continuare dentro di sé la lotta dei nostri figli. Ogni vostro gesto di bontà, ogni momento di compassione, ogni rifiuto dell’odio, ogni cosa che create invece di distruggere — è una battaglia vinta da loro, che continua attraverso di voi. È la prova che il loro sacrificio non è stato vano…
…Questo libro non è un monumento al dolore. È un seme. Un seme di memoria, di amore e di incrollabile forza dello spirito che noi madri piantiamo nei vostri cuori».
I nostri figli sono cresciuti nell’amore per la loro casa; non li abbiamo educati alla guerra. Abbiamo insegnato loro i valori della bontà, della fedeltà e della giustizia.
Con le sue convinzioni di vita, mio figlio mi ha dimostrato ancora una volta che la libertà nasce nel cuore.
La mia Ucraina non morirà finché vivranno persone portatrici di questo codice di resistenza continua e di amore per la Patria.
Nonostante le ferite, il nostro spirito resta indomito: una madre che ha perso tutto non teme più le sirene né i blackout.
Ha una sola paura: che tutto questo sia stato invano.

[1] L’autrice si riferisce al Teatro Drammatico Regionale di Donetsk nella città di Mariupol, divenuto uno dei simboli dei crimini di guerra commessi dalla Russia contro la popolazione civile locale. L’edificio del teatro veniva utilizzato come rifugio antiaereo. Al suo interno si nascondevano centinaia di civili, in prevalenza donne e bambini. Il 16 marzo 2022 le forze armate della Federazione Russa sganciarono sull’edificio due bombe aeree, nonostante la presenza della scritta «BAMBINI» tracciata a grandi lettere davanti al teatro. Il numero esatto delle vittime non è noto; secondo un’inchiesta dell’Associated Press, il bilancio potrebbe arrivare fino a circa 600 morti.

[2] Il 9 marzo 2022 l’aviazione russa sganciò bombe sull’ospedale maternità n. 2 e sull’ospedale pediatrico nel centro di Mariupol.

La parte russa tentò di negare l’attacco, sostenendo che l’edificio fosse una base del reggimento «Azov». Tuttavia numerose testimonianze, fotografie e video dimostrarono che all’interno si trovavano donne in procinto di partorire e personale medico. Questo episodio è considerato parte dei crimini di guerra su larga scala commessi durante l’assedio di Mariupol.

[3] L’autrice si riferisce al massacro pianificato di prigionieri di guerra ucraini, avvenuto nella notte del 29 luglio 2022 in una colonia penale nel territorio occupato della regione di Donetsk (Olenivka). Secondo numerose fonti, l’attacco fu organizzato dalla Federazione Russa per nascondere le torture inflitte ai prigionieri e con l’obiettivo di intimidire l’Ucraina. La Russia non ha consentito l’accesso al luogo del crimine agli investigatori internazionali e ha accusato l’Ucraina dell’attacco. Tuttavia numerose inchieste giornalistiche indipendenti hanno smentito la versione russa; si veda, ad esempio, l’indagine della CNN.
NOTA: i dipinti del giovane artista Oleksandr (Alex) Zhurba ci sono stati inviati dall’autore, ora maggiorenne.


