Con l’articolo precedente abbiamo esplorato come la realtà può essere frutto di una manipolazione politica. Con questo articolo, invece, ci chiediamo quale realtà ci presenta la televisione.
Partiamo dal dato che la Tv in Italia è ancora il medium più visto (circa 19 milioni di utenti nel prime time – annuario auditel 2025) e quindi intorno ad essa si concentrano interessi commerciali evidenti, che non hanno paragoni nel contesto dello streaming e dei social. Ora se si esclude un discorso sullo scopo educativo delle programmazioni, argomento di difficile comprensione per gli standard di vita attuali, resta in piedi quello di raggiungere le persone nei contesti abituali e di tenerle in una duplice e contraddittoria condizione: da una parte l’attesa che qualcosa di terribile possa accadere loro in un imprecisato futuro e, dall’altra, la rassicurazione che nulla di veramente destabilizzante possa turbare l’ordinarietà quotidiana. La prima è data dalla costante riproduzione di violenza, eventi catastrofici e conflitti armati, senza alcun filtro né distanziamento; la seconda dall’interattività pubblicitaria e, soprattutto, dalla tendenza a produrre trasmissioni scanzonate, goliardiche, fatte di chiacchierate salottiere e gare divertenti.
I programmi di informazione e di approfondimento, perciò, vanno di pari passo con quelli di intrattenimento, in maniera tale che agli scossoni emotivi delle guerre, delle catastrofi, dei problemi del lavoro corrispondano sempre trasmissioni confortanti e tranquillizzanti nelle quali vale la capacità di lasciarsi andare alla suprema gioia della superficialità.
In effetti quando si parla di servizio pubblico non s’intende l’impegno ad informare e a sviluppare contesti critici di partecipazione, quanto mantenere in equilibrio un modo di guardare il reale che non si pone ad un livello cognitivo e di coscienza, ma solo di coinvolgimento emotivo.
Per fare questo l’operazione principale è di ricostruire una realtà, con i pezzi però della vera realtà che viene vissuta. La morte dell’adolescente, l’ultimo femminicidio, il bombardamento di Theran sono miscelati con la pubblicità degli spaghetti, con la poesia sui bambini di Gaza o con l’amante tradita che deve scegliere un nuovo fidanzato, il tutto affogato in un chiasso costante e lacerante. Tutti elementi realissimi, di cui ciascuno di noi fa esperienza concreta e fattiva. Chi guarda non ha la percezione di una realtà altra, distopica mettiamo, ma di qualcosa di tangibile e di evidente. Solo che non riesce più a distinguerne la portata, a dirimerne il senso. Viene colpito da una serie di fatti che parlano contemporaneamente al suo senso di compassione e al dispregio, alla ribellione per un’ingiustizia e alla voglia di inneggiare al più forte, al desiderio di divertirsi oltre ogni limite e alla preghiera compunta la sera col Papa.
Il rapporto tra lo stare dentro il mondo e il guardarlo dalla finestra televisiva non può essere troppo fuorviante, né separativo, perché la delusione e l’abbandono potrebbero essere fatali all’ascolto. Le due condizioni devono potersi assomigliare e destare la sensazione che la vita sia proprio così. Una volta per accertare la veridicità di un fatto si diceva: “L’hanno detto alla televisione”, oggi per accertare che il vissuto sia reale si dice: “E’ come se ci fossi stato io a vivere quella realtà”. L’impegno principale è quello di sviluppare l’idea che ciascuno di noi sia interscambiabile e al cantante sconosciuto possa somigliare talmente tanto il cantante di grido che diventa possibile uno scambio e che dietro l’angolo ci sia l’apprezzamento e il consenso. Mille volte meglio essere un clone che un originale. Più sono uguale più mi apprezzeranno.
Certo, ciò non vuol dire che non ci siano trasmissioni degne e di buona volontà, ma il problema è che esse diventano a lungo andare funzionali al discorso generale, per cui se c’è una trasmissione che segnala un abuso o mostra il marcio di una situazione, essa sarà mescolata con il rito dei pacchi o delle gare canore che non lasciano per strada nessuna fascia d’età dai bambini ai vecchi. Il tutto diventa una poltiglia innominabile, creata ad arte per azzerare qualsiasi discernimento.
Si prenda, per esempio, lo spettacolo annuale di Sanremo, oggetto per una settimana al centro di pettegolezzi, studi critici, discettazioni, interviste e clamori di ogni genere. Lo spettacolo riproduce senza sosta un modello pseudo inclusivo delle manifestazioni più diffuse circa i costumi e le mode del momento. Accoglie e rilancia ogni modalità espressiva, approvandola e moltiplicandola, fino allo sfinimento. La presenza di un ospite come un alto personaggio istituzionale, dello scrittore di successo o del cantante di borgata potenzia tale accordo implicito con lo spettatore, assolve l’assenza di memoria e stempera tutto nel calderone delle emozioni, tenendosi lontano sia dalla cura dei sentimenti sia dalla riflessione critica, in una specie di cerimonia decadente senza inizio e, ciò che è peggio senza fine.
Quale politico, quale azienda, quali gruppi di potere possono resistere alla tentazione di mettere le mani su tanta abbondanza?


