La situazione delle carceri italiane non migliora. La situazione delle nostre carceri è tutt’altro che positiva. Sono anni, decenni, o forse secoli, per fare un’ iperbole, che se ne parla, mentre i tempi cambiano, e le parole di buonismo morale e civile si sprecano: ma dietro quelle sbarre la situazione rimane la stessa. La stessa, dannatissima situazione. Una situazione dove la dignità umana viene cancellata e calpestata, mentre alle orecchie raffinate del mondo “civile”, che spesso piace autodefinirsi “buono”, certe realtà non arrivano. Il mondo qui fuori spesso, molto spesso, più che buono, potremmo piuttosto dire che sia “buonista”. Il che, è molto diverso. La stessa differenza che Pier Paolo Pasolini faceva tra l’essere morale o moralista. La maggior parte delle persone è moralista, e buonista, aggiungeremmo. Ma non davvero morale, e non davvero buona.
Quel che non si vede, non esiste
Siamo in una società dove valgono solo l’apparire e l’apparenza, ed ecco che, mentre le belle parole fanno presto a farsi leggere o a farsi sentire, la verità delle buone azioni ci riesce un po’ meno. E dato che vale solo ciò che si “vede”, in un delirio fenomenico che non riesce a dare attenzione sul serio a ciò che non sta direttamente sotto gli occhi di tutti, ma sa solo concentrarsi su quel che si può quantizzare o usare per una qualche propaganda, la situazione delle nostre carceri interessa a ben poche persone. Molte associazioni realmente interessate, con il cuore ancor prima che con la morale – come la nostra Happy Bridge, o Sbarre di Zucchero e tante altre – che si impegnano, nelle loro possibilità, a fare qualcosa per dare per lo meno un minimo di evidenza a queste situazioni, dunque scrivono appelli, organizzano sit-in o si adoperano in eventi; o, in modo altrettanto prezioso e importante, organizzazioni di respiro più ampio – come ad esempio Antigone – si occupano invece di raccogliere dati oggettivi per mettere nero su bianco, e senza scanso di equivoci, i dati allarmanti di questa situazione. E i dati che emergono, mia cara gente, sono al limite di quello che vogliamo definire “confine di dignità umana” in una società come la nostra, che vorremmo sperare di continuare a definire civile.
I dati
I dati parlano chiaro. Secondo appunto il XXI rapporto di Antigone, stilato a inizio 2026, la situazione delle carceri in Italia è gravissima, soprattutto dal punto di vista del sovraffollamento, che è arrivato ad un tasso di addirittura 138,5 %; sulla base di questa situazione, si registrano dati altrettanto gravi riguardanti i suicidi, a causa dell’abbandono, della difficile situazione umana vissuta all’interno di strutture spesso inadeguate, sovraffollate, inadatte ad ospitare una popolazione carceraria purtroppo in costante aumento. Dato, quest’ultimo, che dovrebbe far riflettere gli “addetti ai lavori” del settore giustizia, portandoli a cercare di trovare soluzioni alternative e più adatte rispetto ad un incremento cieco delle carcerazioni ( compreso un grave e preoccupante aumento delle carcerazioni minorili, salite in alcuni casi anche del 50 %) che non porta a nessun miglioramento umano e sociale, ma solo ad un inasprimento delle condizioni di queste persone dietro le sbarre, e ad un – altamente probabile – reiterarsi degli atteggiamenti criminosi. Il tutto mentre l’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, che nel novembre 2024 aveva lasciato trasparire un commento poco felice riguardo alle nuove auto della Polizia Penitenziaria dichiarandosi felice che lì dentro i detenuti sarebbero stati “stretti” e “senza possibilità di respiro”, ora si trova ad essersi dimesso per motivi non solo strettamente politici, lasciandoci con l’amara sensazione che chi sta ai vertici del sistema giustizia non solo non abbia interesse nel curare la situazione di vita delle persone detenute al fine di una loro rieducazione al sistema sociale, ma anzi, ne tragga intimo godimento, proprio nel lasciare che vivano in condizioni di difficoltà e di disagio umano estrem; nel mentre che il vero e primo interesse del sistema giudiziario dovrebbe essere, oltre quello ovvio di giudicare, anche quello di rieducare e di permettere alla popolazione detenuta una dignitosa esperienza di espiazione di una pena che, lungi da essere una punizione a sé stante, dovrebbe essere – secondo quanto affermato nella nostra Costituzione – un percorso umano riabilitativo e rispettoso della dignità della persona. Tutto buonismo? Forse, ma non solo.
Una risposta diversa
Dare ai detenuti condizioni di vita dignitose, cercare di optare quanto più possibile per soluzioni alternative al carcere, lavorare sull’educazione dei più giovani per prevenire il sovraffolamento spesso conseguenza di reati legati alla microcriminalità in contesti a rischi, con basso tasso di istruzione, sarebbe la soluzione più adatta per cercare di evitare certe situazioni estreme che ci fanno dimenticare di vivere in un paese civile e ci proiettano invece lo specchio di un paese con una struttura giuridica pesante, inadatta, e soprattutto inumana. Dove il sovraffollamento, la mancanza di riscaldamento in inverno e il caldo asfissiante in estate, l’impossibilità di mantenere rapporti emotivi di qualità con le proprie famiglie e soprattutto con figli minori, che soffrono tanto quanto e direi senza forse in maniera anche più grave e a lungo termine, poi la scarsa igiene, l’accesso spesso negato o insufficiente alle cure mediche, e l’abbandono dal punto di vista emotivo e psicologico, che troppo spesso viene solo messo a tacere con l’abuso di farmaci – verità scomoda che può non piacere, o non essere creduta, ma rimane una triste realtà consciuta da chi l’ha vissuta – hanno portato, lo scorso anno, a registrare ancora la triste cifra di ben 76 suicidi.
I suicidi, ancora l’ombra amara della disperazione umana
L’amara constatazione-, amara e ironica – è che, in base a quanto riportato dal Report sui decessi in carcere relativo al 2025, pubblicato sul suo sito dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, i suicidi sono in calo, passati da 83 nel 2024 a 76 appunto nel 2025, mentre continuano però ad aumentare il numero di detenuti e le morti in carcere, in particolare quelle per cui non sarebbe stata accertata la causa. Sono solo numeri, detti così: e invece dietro ci sono storie umane, storie di persone, di esseri umani, di cittadini, che hanno sbagliato, certo, ma che il nostro sistema civile non dovrebbe permettere di far sentire abbandonati né tanto meno trattati in una maniera non allineata ai più elementari principi di dignità umana.


