Sovraffollamento nelle carceri per adulti e minori, dignità negata. Ciambriello: «Il carcere è una bomba a orologeria, serve un intervento immediato per restituire umanità e dignità alla pena»
Ho firmato con convinzione l’appello per un indulto responsabile, promosso da giuristi e magistrati e sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ho fatto perché non possiamo più limitarci a registrare, con uno sdegno che rischia di diventare di maniera, una tragedia che si consuma quotidianamente dietro le sbarre. Non basta indignarsi dopo l’ennesimo suicidio, non basta esprimere cordoglio dopo l’ennesima morte. Occorre il coraggio di assumersi delle responsabilità e di intervenire concretamente
I numeri raccontano una realtà che non possiamo più ignorare: oltre **65.900 persone detenute a fronte di appena 46.358 posti effettivamente disponibili, 55 suicidi accertati e 196 morti complessive dall’inizio dell’anno**. Un bollettino di guerra che dovrebbe interrogare le coscienze di tutti. Ma i numeri, da soli, non raccontano il dolore delle famiglie, la disperazione di chi non intravede una prospettiva, la sofferenza di chi vive in celle sovraffollate, né la fatica quotidiana del personale penitenziario, sanitario e educativo chiamato a operare in condizioni sempre più difficili.
Non possiamo accettare che la privazione della libertà si trasformi nella privazione della dignità. Le pronunce giudiziarie che riconoscono trattamenti inumani e degradanti ci ricordano che non siamo soltanto di fronte a un problema organizzativo, ma a una questione di legalità e di rispetto dei diritti fondamentali. Lo Stato che chiede ai cittadini di rispettare la legge deve essere il primo a rispettarla, anche e soprattutto dentro le carceri.
La fotografia delle carceri campane, per adulti e minori, è quella di un sistema in profonda sofferenza. Parlare ancora di emergenza rischia persino di essere riduttivo: l’emergenza presuppone qualcosa di temporaneo, mentre noi siamo di fronte a una crisi strutturale, cronica, che si trascina da anni e che continua ad aggravarsi.
A fotografare la gravità della situazione sono i dati relativi agli istituti penitenziari campani. A **Napoli Poggioreale**, a fronte di circa 1.350 posti effettivamente disponibili, si registrano 2.307 detenuti, con oltre 950 presenze in eccesso e una carenza di circa 200 agenti di Polizia Penitenziaria. A **Salerno-Fuorni** sono oltre 610 le persone ristrette per appena 376 posti disponibili, con un indice di sovraffollamento del 162%. A **Benevento** si sfiorano le 400 presenze a fronte di 248 posti effettivi, raggiungendo il 160%. Proprio nell’istituto sannita, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, un uomo di 37 anni si è tolto la vita, diventando la quinta vittima di suicidio nelle carceri campane dall’inizio dell’anno.
La situazione non è meno preoccupante negli altri istituti: **Santa Maria Capua Vetere** conta oltre 1.035 detenuti per 676 posti disponibili, con un tasso del 153%; **Ariano Irpino** raggiunge il 140%, **Avellino-Bellizzi Irpino** il 139% e **Napoli Secondigliano**, con oltre 1.350 presenze, il 138%. Seguono **Vallo della Lucania**, con il 135%, e **Aversa**, con il 130%.
Queste percentuali non sono semplici indicatori statistici. Significano celle in cui manca lo spazio per vivere dignitosamente, difficoltà nell’accesso alle cure, riduzione delle opportunità trattamentali, tensioni quotidiane e condizioni di lavoro sempre più gravose per gli operatori. Il sovraffollamento non è soltanto una questione di numeri: è un moltiplicatore di sofferenza, che rende più difficile ogni percorso di recupero e più fragile l’intero sistema.
Quando parliamo di giustizia minorile dobbiamo ricordare che dietro ogni reato c’è una responsabilità da accertare, ma dietro ogni ragazzo c’è anche una storia, spesso segnata da fragilità familiari, povertà educativa, marginalità e mancanza di opportunità. Dall’analisi delle prese in carico e dei collocamenti emerge con chiarezza che, a fronte di una prevalenza di reati contro il patrimonio e contro la persona, la risposta non può essere ridotta a una logica meramente sanzionatoria o custodiale.
Le strutture penitenziarie minorili e le comunità educative del nostro territorio svolgono un lavoro fondamentale, ma hanno bisogno di risorse, personale qualificato, sostegno psicologico, percorsi formativi e concrete opportunità di inserimento lavorativo. **Un ragazzo che sbaglia non può essere considerato un futuro già perduto. La vera sfida delle istituzioni è offrire a quel giovane una possibilità reale di cambiamento, senza rinunciare alla responsabilità per ciò che ha commesso.
Garantire ai giovani dell’area penale percorsi di recupero effettivi significa fare prevenzione, tutelare la sicurezza collettiva e interrompere quella spirale di esclusione e recidiva che troppo spesso riconsegna i ragazzi alla criminalità. La sicurezza di una comunità non si misura soltanto dal numero delle persone che vengono rinchiuse, ma anche dalla capacità di evitare che tornino a commettere reati.
Come Garanti territoriali lo ripetiamo da tempo: **il carcere non può essere l’unica risposta alla devianza e al disagio sociale**. Se continuiamo a utilizzare la detenzione come soluzione generalizzata a problemi complessi, continueremo a riempire gli istituti senza risolvere le cause che alimentano la criminalità. Per questo ho sottoscritto l’appello per un indulto responsabile: non per negare la responsabilità di chi ha commesso un reato, ma per chiedere una risposta capace di coniugare legalità, umanità e sicurezza, accompagnata da interventi strutturali che impediscano di ritrovarci, tra qualche anno, nelle stesse condizioni.
La Costituzione non ci chiede di scegliere tra certezza della pena e dignità umana. Ci chiede di garantire entrambe. La pena deve avere un senso, deve offrire una prospettiva, deve consentire a chi ha sbagliato di cambiare. Una cella sovraffollata, senza cure adeguate, senza lavoro e senza speranza, non restituisce alla società una persona migliore, ma rischia di restituirne una ancora più fragile e arrabbiata.
Dietro ogni porta blindata c’è una persona. Dietro ogni suicidio c’è una famiglia che continuerà a interrogarsi sul perché. Dietro ogni giovane detenuto c’è un futuro che possiamo ancora provare a salvare. **Non possiamo continuare a contare i morti, a denunciare il sovraffollamento e poi lasciare tutto immutato. La civiltà di uno Stato si misura anche da come tratta chi ha privato della libertà. Chi sbaglia non deve soltanto pagare: deve poter cambiare. E una società che rinuncia a credere nel cambiamento rinuncia a una parte della propria umanità,
Samuele Ciambriello
Garante della Campania delle persone private
della libertà personale


