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    Home»Lavoro»Influencer, ignorati o sottovalutati?
    Lavoro

    Influencer, ignorati o sottovalutati?

    Valentina SaloniaDi Valentina SaloniaAprile 20, 20210 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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    Al giorno d’oggi i social network hanno assunto un ruolo fondamentale sia nell’ideazione di innovative campagne pubblicitarie sia nello sviluppo di nuove figure professionali.

    Foto di Gerd Altmann da Pixabay

    Come noto, tra queste ultime, riveste un ruolo centrale la figura dell’influencer, un personaggio notorio sui social network che, per via delle sue capacità comunicative e della fiducia della community di riferimento, è in grado di esercitare un’influenza decisiva (e, in certi casi, positiva) sulle scelte dei consumatori o – per essere più in linea con il linguaggio delle piattaforme – degli utenti.

    Ovviamente non tutte le attività degli influencer sono riconducibili nell’alveo delle finalità puramente commerciali (pubblicitarie/promozionali) poiché esistono alcuni esponenti della categoria che focalizzano i propri content (post, stories, etc.) su tematiche di interesse sociale, riconducibili anche nell’ambito del Terzo Settore, come avviene, ad esempio, per quanto concerne i c.d. “Green influencer” che promuovono una serie di comportamenti tesi alla salvaguardia dell’ecosistema. Persino la questione della parità di genere ha trovato sede in questo settore. Sicchè in un’epoca in cui si registrano ancora discriminazioni e lotte legate al ruolo della donna nel mondo del lavoro, con il progresso dei social media si è registrata un’inversione di tendenza che, finalmente, ha dimostrato e messo in luce le potenzialità femminili. Basti pensare al recente ingresso della ormai a tutti nota Chiara Ferragni nel Consiglio di Amministrazione di Tod’s per riflettere sul fatto che c’è un settore emergente, tutto al femminile e che, di tale settore, le donne sono delle vere e proprie Leader. Oppure ancora si pensi a Julia Elle che ha deciso di raccontare sui social la sua “vita da mamma” dando vita alla serie web “Disperatamente mamma” trasformando, così, l’essere madre e donna in una leva per il successo.

    Foto di Gerd Altmann da Pixabay

    Le aziende, pertanto, accorgendosi del potenziale comunicativo ascrivibile alla figura in esame, hanno ridefinito le strategie di marketing sostituendo progressivamente l’advertising tradizionale con il c.d. “influencer marketing” che, sfruttando le potenzialità dei social media, riesce a raggiungere velocemente una larga parte del mercato di riferimento. Talmente ampia è la sua diffusione che secondo le stime di Vogue Business e Business Insider, nel 2022, il mercato dell’influencer marketing potrebbe raggiungere un volume d’affari pari a 15 miliardi di dollari.

    Ciò nonostante, per esigenze di completezza, si evidenzia che, allo stato, l’evoluzione del fenomeno non è stata seguita da alcun intervento del Legislatore e delle Parti sociali volto a regolamentare il settore di riferimento. Un esempio sul punto è l’assenza di specifici codici ATECO. Allo stato, quelli maggiormente applicati da chi intraprende la professione di #influencer sono: n. 73.11.01 per l’ideazione di campagne pubblicitarie; n. 73.11.02 per la conduzione di campagne pubblicitarie; n. 74.90.99 per le altre attività professionali NCA. In definitiva, trattasi di una professione di nuova generazione che non ha suscitato l’interesse del Legislatore a differenza di quanto avvenuto, a titolo esemplificativo, per i lavoratori della Gig Economy.

    Photo by Hello I’m Nik on Unsplash

    A tal ultimo riguardo, un caso di scuola ormai noto, è quello riferibile alla categoria dei c.d. “riders”. È vano evidenziare – dato l’impatto mediatico assunto dalla vicenda – che la giurisprudenza e le Parti sociali hanno risposto positivamente alle richieste avanzate dai ciclofattorini, individuati nella cultura di massa come “lavoratori svantaggiati o privi di tutele”.

    Ed invero, in data 15 settembre 2020 l’Assodelivery e l’UGL hanno sottoscritto un Contratto Collettivo Nazionale per la disciplina dell’attività di consegna di beni per conto altrui svolta dai ciclofattorini e, da ultimo, sempre l’Assodelivery con CIGL, CISL, UIL e UGL hanno sottoscritto un protocollo sperimentale per il contrasto al fenomeno del caporalato, all’intermediazione illecita e allo sfruttamento lavorativo nel settore del Food Delivery. La stessa attenzione non si registra per gli appartenenti alla categoria professionale oggetto del presente articolo.

    Lo stato dell’arte, a parere di chi scrive, è giustificato perlopiù da una mancanza di consapevolezza nella coscienza di massa della reale posizione dell’influencer sul mercato del lavoro, spesso celata sotto la patina del successo dei cd. “Mega” o “Macro”, ovvero i professionisti che possiedono centinaia di migliaia di follower sui loro profili e, per questa ragione, si accompagnano con i più noti brand in commercio. Sta di fatto che, per prassi consolidata seppur non tecnicamente riconosciuta, gli influencer si distinguono in Mega e Macro ma anche in Micro e Nano a secondo del volume della loro fan base.

    A voler essere più realisti del re, non tutti possono essere Chiara Ferragni, nota esponente di questo mondo, e non tutti lo sono e, perciò, possono tutelare i propri interessi allo stesso modo; il ché può essere un problema non indifferente in un ecosistema che versa precipuamente in uno stato di deregulation.

    Sul punto, è interessante notare come la sola realtà sindacale presente nel panorama europeo è “The Creator Union”, fondata da un gruppo di influencer britanniche che ha evidenziato la forte incidenza della figura femminile nell’ambito dell’influencer marketing anche in qualità di portavoce degli interessi dei professionisti del settore. Ad oggi, invece, l’unica associazione di categoria presente nel territorio nazionale è Assoinfluencer – Associazione Italiana Influencer, realtà nata con l’intento, per quanto qui d’interesse, di sviluppare soluzioni condivise ai problemi inerenti allo svolgimento dell’attività degli influencer, anche mediante la promozione di contratti collettivi nazionali, nonché l’elaborazione di standard e/o di linee guida inerenti le best practices stabilendo, altresì, un tariffario di riferimento da promuovere alle istituzioni affinché venga trasposto in un atto normativo.

    Ci sarebbe ancora molto da dire e, conseguentemente, da fare con riguardo al mondo degli influencer, ma quel che è certo è che qualcosa sta cambiando e se davvero il broadcasting tradizionale e della TV generalista verrà progressivamente superato dall’impatto che i social media stanno avendo sul tempo libero dei giovani, allora, è indubitabile che lo sguardo del Legislatore arriverà presto (o tardi?) a concentrarsi proprio sugli influencer.

    Valentina Salonia

    Foto di apertura  di Gerd Altmann da Pixabay

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    Valentina Salonia

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