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    Home»TUTTI al cinema»Prima di Bellocchio. Una Storia Italiana al Cinema: Aldo Moro
    TUTTI al cinema

    Prima di Bellocchio. Una Storia Italiana al Cinema: Aldo Moro

    Guido BassiDi Guido BassiGiugno 20, 20220 VisualizzazioniTempo lettura 12 min.
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    Do your movie yourself. Il primo a fare di una triade di cineasti un’unità semiologica fu Umberto Eco, in uno dei più irresistibili fra i pastiches del primo “Diario minimo”, “Do your movie yourself” (1972):

    “Nel 1993, con l’adozione definitiva del videoregistratore negli stessi uffici del catasto, entrarono contemporaneamente in crisi e il cinema commerciale e l’underground. La ‘prise de la parole’ aveva ormai trasformato l’attività cinematografica in una pratica a disposizione di tutti e ciascuno si guardava il proprio film, disertando le sale cinematografiche. Le nuove tecniche di riproduzione e proiezione per cassetta da inserirsi nel visore sul cruscotto dell’automobile avevano resi obsoleti i modi artigianali del film sotterraneo. In questi anni entrarono quindi in circolazione i manuali del tipo: “Fatevi il vostro Antonioni da soli”. Seguendo uno di questi manuali, chi avesse voluto girare in autonomia il suo film di Antonioni  Visconti, Godard, ecc), avrebbe ricevuto un kit con un soggetto base (“Una distesa desolata. Ella si allontana.”, quello antonioniano) e un pacchetto di soluzioni alternative per “una”, “distesa”, “desolata”, e via di seguito. Seguivano alcuni esempi esilaranti, fra cui un “Soggetto multiplo per un film di Samperi, Bellocchio, Faenza, ecc”, ispirato al modello di “Grazie zia”, con la sua ricca griglia di variazioni:

    “Giovane poliomielitico di famiglia ricchissima, che cammina su una sedia a rotelle in una villa dal parco pieno di ghiaia (l’importante è che faccia un rumore continuo quando vi arriva una grossa cilindrata, si precisava) odia cugino architetto radicale e si unisce sessualmente con la propria madre (zia, cugina, sorella, ecc.), in modo biologicamente corretto (ampio il ventaglio di alternative, intuibili e meno), quindi si uccide dopo aver giocato a scacchi col fattore”. Sfuggiva all’assimilazione satirica Bernardo Bertolucci, che il suo personale, “Grazie zia” lo aveva girato, giocando d’anticipo, con “Prima della rivoluzione” (evidenti erano le differenze di tratto, di ispirazione, di tutto), ma bisogna dire che nel 1972 erano già visibili sostanziose differenze anche fra i tre della triade. Per quanto umoristicamente impagabile, “Do your movie yourself” appariva in ritardo di tre o quattro anni. Niente, confronto ai decenni di preveggenza massmediologica mostrati nell’introduzione.

    Memorie di giovinezza, di cui reca traccia questo bel filmato Rai di quegli anni, e che riemergono nei giorni in cui arrivano contemporaneamente in sala la seconda parte dello stupendo, fluviale “Esterno notte” di Marco Bellocchio e “Hill of vision”, di Roberto Faenza, su infanzia in Alto Adige e prima giovinezza in Pennsylvania del genetista Mario Capecchi, italiano d’America, premio Nobel 2007 per i suoi studi sulle staminali. A collegare due film che non potrebbero essere più diversi, le storie personali dei due autori e il loro coinvolgimento, artistico e mediatico, in quello che Sciascia chiamò “l’affaire Moro”.

    1978-“Forza Italia!”. Quando Roberto Faenza – che allora ci viveva, in una casa sui colli – presentò a Bologna il suo “Forza Italia!”, Silvio Berlusconi era ancora un costruttore felice e sconosciuto (ai più). Non che Faenza fosse particolarmente famoso. Dopo tre film in dieci anni (alcuni dei quali trascorsi in America), due libri avevano di recente fatto parlare di lui: un pamphlet sulla televisione in Italia, fra monopolio Rai e prime emittenti locali (“Fanfan la Tivù”), e un saggio sulla vasta esperienza americana di TV via cavo (“Tra abbondanza e compromesso”). Una certa notorietà aveva conosciuto come regista dieci anni prima per due film usciti fra il ‘68 e il ’69, censurati e sequestratissimi: una parabola sull’hippysmo borghese, dai toni agri e goliardici e dal finale grottescamente sulfureo (“Escalation”), ambientata in parte a Londra e ispirata a modelli del contemporaneo free cinema (Lindsay Anderson, soprattutto: “If”, Palma d’oro a Cannes, “The white bus”, ecc.), e un’allegoria, “solfidrica” e dinamitarda (H2S), sull’incompatibilità fra amore e potere, amore e tecnologia, amore e società dei consumi (l’anidride solforosa sarebbe riapparsa nel ’75 come titolo del secondo disco di Roberto Roversi e Lucio Dalla). Il primo, protagonista Lino Capolicchio, è oggi su MUBI. Il secondo (che contiene uno dei rarissimi passaggi al cinema di Paolo Poli) sequestrato e tolto per quarant’anni dalla circolazione, è ora su You Tube.

    Tutt’altra faccenda fu “Forza Italia!”, montaggio di materiali di repertorio scovati negli archivi della Rai e di altre istituzioni europee, con qualche intervento di coloritura satirica. Tema del film, la “balena bianca” di Giampaolo Pansa. Cioè la Democrazia Cristiana, dal 1948 al ’78. Un pamphlet satirico, non certo un saggio storico (mancavano completamente alleati, opposizione, sindacati, resto del mondo). Semmai antropologico, di antropologia politica. Riti, cerimonie, facce, gesti, scene, “fuori campo”, risultato di una ricerca da topi di cineteca condotta in particolare da Silvano Agosti, qui nella sua prima veste professionale di montatore. Produceva la cooperativa “Jean Vigo”, nata in quella circostanza e ancora oggi su piazza; originale, visto oggi, il trio degli sceneggiatori: Marco Tullio Giordana (esordiente assoluto), Antonio Padellaro (allora al “Corriere”) e Carlo Rossella (successivamente patron berlusconiano di “Medusa”: da un “Forza Italia!” all’altro). La critica lo accolse benissimo, in prima battuta. Qualcosa cambiò nei giorni che seguirono. Il caso più clamoroso fu quello dell’Unità. Il giorno della prima Ugo Casiraghi, padre nobile della critica cinematografica sull’organo del PCI, aveva dedicato al film un’intera pagina di elogi; qualche giorno dopo Aggeo Savioli, critico in seconda, rovesciava come un guanto il giudizio del collega stroncando il film come cripto fascista. Addirittura. Non era più soltanto una questione di cinema.

     Il pubblico accorse in massa. In 60 giorni furono staccati, dal Piemonte alla Sicilia, 500.000 biglietti. Quanto “Io e Annie”, di Woody Allen, in un anno per lui trionfale (5 Oscar). Uno dei protagonisti del film, va da sé, era Aldo Moro. Un’immagine sorniona, onnipresente, per lo più silenziosa. Quella di uno che conta (“il seguito prova che aveva torto”, avrebbe detto De André). Faenza, che da lui aveva ottenuto la collaborazione per qualche sequenza originale, da montare con quelle d’archivio, non gli aveva nascosto che si trattava di un film satirico sulla Democrazia Cristiana (“era una persona molto leale”, dice), ricevendone una sconsolata ammissione: “sono tempi che questo partito sta effettivamente declinando”. Ma altra cosa fu trovarselo davanti. Intervenendo presso Scalfari, provò a far correggere la recensione positiva di Tullio Kezich; il cortese rifiuto gli giunse come un’ovvietà. Poi, il 16 marzo in via Fani successe quel che sappiamo. Senza atti espressi di sequestro o censura, il film fu smontato in tutta Italia. Nessuno aveva più voglia di ridere. “Di loro (i brigatisti) posso dire solamente / di avermi tolto il gusto di essere incazzato / personalmente”, avrebbe gridato Gaber. Lo avevano tolto a tutti. Ma due anni dopo, chi lesse il memoriale trovato a Milano nel covo di via Montenevoso avrebbe trasecolato davanti a questa frase. “Per chi abbia visto “Forza Italia!“, fa impressione il linguaggio, a dir poco, estremamente spregiudicato, che i democristiani usano al Congresso tra un applauso e l’altro all’On. Zaccagnini. Sono modi di dire e di fare che un tempo sarebbero apparsi inconcepibili.” Il prigioniero aveva concluso la sua vita invitando a vedere un film giudicato un’infamia dal suo partito e da tutto il mondo politico e contro il quale lui stesso, come presidente DC, aveva mosso alcuni passi. Probabilmente l’ultimo visto prima di trovarsi lì.

    Todo modo.  Non fu “Forza Italia” l’unico film a scomparire dalla circolazione con l’assassinio di Moro. “Todo modo” (1976), di Elio Petri, dall’ apologo di Leonardo Sciascia, ebbe una sorte analoga. Anzi, la pellicola originale, sequestrata dalle sale, fu addirittura ritrovata bruciata presso gli archivi di Cinecittà. (Nel 2014 è stata ricostruita e restaurata dalla Cineteca di Bologna, e presentata al “Festival del Cinema Ritrovato”) Di “Todo modo” Moro era il grottesco protagonista, il “Presidente”: “una maschera dello sfascio, della catastrofe” (Petri) “all’interno di un film nero, straziato, minaccioso, alonato da un riverbero maligno” (Kezich).

    La goliardia irridente di “Forza Italia!” (una risata vi seppellirà) diventava, in “Todo modo”, allegoria tanatologica della fine violenta di un sistema (morirete male); catacombale messinscena di un’ossessione, più che un “giudizio politico sulla sua (di Moro) grande abilità di incontrare la sinistra, per poi incastrarla, e snaturarla, e asservirla” (Petri). Ossessione di cui sarebbe stato difficile, due anni dopo, non notare la sinistra somiglianza con i deliri brigatisti che “spiegavano” perché proprio Moro e, più in generale, gli uomini-ponte – Tarantelli, Ruffilli, ecc. – della sinistra democristiana, fossero i loro veri nemici.

    Questa classe dirigente di un partito cattolico, in ritiro conventuale per una fantomatica sessione di esercizi spirituali nel nome di Sant’Ignazio di Loyola (“Todo modo para buscar la voluntad divina”, versione gesuitica del machiavellico “il fine giustifica i mezzi”) da cui nessuno uscirà vivo, sono più attuali oggi per il contesto in cui questo ritiro avviene (quello di un’epidemia con morti per strada e gente chiusa in casa), che non per la vaticinata fine di un sistema oggi più vivo e agonizzante che pria, fatti salvi i nomi cambiati. Anche la sostanza è cambiata, difficile dire se in meglio. Certo non è servito a migliorarla l’impegno di una brigata di assassini nel dare sostanza – ovviamente abusiva – alle fantasie e alle preconizzazioni di Petri.

    Un italiano.  Per Tullio Kezich era la prova regina della versatilità di un grande attore: il doppio Moro di Gian Maria Volonté in “Todo modo” (1976), di Elio Petri, e “Il caso Moro” (1986), di Giuseppe Ferrara, entrambi comunisti. Da maschera del male a exemplum del bene; dal peggio al meglio (della politica e non solo); da diavolo ad angelo. In entrambi i casi una prova da studiare, per impegno mimetico e profondità interiore. Stanislawski, non sei nessuno. Elio Petri disse di aver dovuto distruggere, d’accordo con l’attore, i primi giorni di riprese perché l’identificazione di Volonté con il “Presidente” del film era “imbarazzante… prendeva alla bocca dello stomaco” (e così abbiamo capito, se non fosse stato chiaro, il modello di riferimento di Elio Germano e Pierfrancesco Favino). Ma lo stesso avrebbe potuto dire Ferrara, perché le due interpretazioni riflettevano una duplicità che ci riguarda tutti. Per tutti noi ci sono infatti, ancora adesso, un “prima” e un “dopo” il 9 maggio 1978.

    Moro non è mai stato in sintonia con il proprio Paese. Nessuno nella DC lo era. Non lo era la DC. Forse è così un po’ dappertutto, soprattutto adesso con l’establishment-fobia, ma in Italia il partito più votato non è mai stato il più amato. L’atteggiamento più comune dei suoi (tanti) elettori era disconoscere il voto rifugiandosi nell’irrisione, nella denuncia impotente e disinformata, nello scandalismo da ombrellone (a cui non mancavano certo argomenti). Sembrava che non li avesse votati nessuno, sti disgraziati. Il sindacato cattolico non rinunciava a fare la “cinghia di trasmissione”, ma contestava da sinistra la CGIL. Diciamolo, era un casino. Montanelli, l’italianissimo “anti-italiano”, aveva dato alla borghesia italiana la parola d’ordine: votiamoli, anche se ci fanno schifo, “turandoci il naso”. E tutti a respirare con la bocca.

    Rispetto ai suoi “amici” – l’uso più abusivo del termine prima di facebook –  Moro godeva, indubbiamente, di un maggior prestigio intellettuale. Si vedeva chiaramente che era “d’un’altra razza”, ma a quella consorteria, volere volare, apparteneva. Proverbialmente irriso per il linguaggio fumoso, le convergenze parallele, le tessiture ardite (su tutte, quella per associare il PCI al governo), la comunione tutte le mattine, l’altera eleganza del tratto (la famosa immagine di lui vestito di tutto punto in spiaggia, fra i secchielli e le palette, che ha dato a Bellocchio – adesso – l’ispirazione per il suo meraviglioso “Esterno notte”), la stima superava di gran lunga la simpatia. Nessun problema, per un intellettuale; per un politico, qualcuno sì. Ma tutto quello che si poteva dire di lui venne spazzato via fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978. “Di fronte al terrorismo e a chi si uccide / c’è solo lo sgomento” (Gaber). La pietà superò qualsiasi riserva, e Moro subì un processo di beatificazione, ipocrita per molti, sincero per tanti, che sembrò irreversibile per tutti (non lo fu se non in parte, e fu un bene). Bellocchio avrebbe dedicato “Buongiorno, notte” a suo padre e accostato il Presidente DC ai condannati a morte della Resistenza. In “Esterno notte”, Moro è un Cristo in giacca e cravatta che cade tre volte e tre volte si rialza sotto il peso della Croce. Nulla, che non sia ottimo, su Bellocchio, ma c’è un solo possibile sviluppo per un’eventuale prossima volta: metterlo direttamente nel triangolo con l’occhio. Non sarebbe bello né per lui, né per noi.

    Un UFO. Quattro anni dopo via Caetani, un UFO in forma di vinile sarebbe atterrato nella vicina vetrina di Rinascita. Copertina nera e nessuna indicazione. Solo, in bianco, in caratteri “Lettera 22”, un nome (Giorgio Gaber) e il titolo: “Io se fossi Dio”. Dentro, un L.P. con una facciata bianca e sull’altra un’unica suite, un urlo, di un quarto d’ora che sanciva la fine del silenzio (non della pietà) su Moro e su “vent’anni di cancrena italiana”.

    “Io se fossi Dio
    Quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
    Avrei ancora il coraggio di continuare a dire
    Che Aldo Moro, insieme a tutta la Democrazia cristiana,
    è il responsabile maggiore
    Di vent’anni di cancrena italiana
    !”.

    Si poteva tornare a far politica, ma i segni di quel che era successo sono ancora tutti lì, e basta poco a farli riemergere. Ad esempio, una grande, imprevedibile serie televisiva come “Esterno notte”. Il seguito alla prossima puntata. A colori.

    Aldo Moro Democrazia Cristiana Giorgio Gaber Marco Bellocchio Todo modo
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    Guido Bassi

    Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

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