Roma. Da New York a Campagnano. Si chiama Bruce Silverglade l’animatore e proprietario del tempio newyorkese della boxe, quella “Gleason’s Gym” che ha formato 134 campioni del mondo di pugilato, fra i quali Mohammed Alì e Jake La Motta (ragion per cui Scorsese andò proprio lì a girare “Toro scatenato”). Da otto anni la Gleason’s ha aperto a Campagnano una sede italiana, in gemellaggio con un’importante palestra locale (“Campagnano Boxing Team”). Un’altra ne avrebbe aperta a fine 2022 a Casalpalocco, fra Roma e Ostia. Esiliata dalle televisioni, snobbata dalla stampa sportiva (come tutto ciò che non è calcio), coltivata solo dal cinema, che le ha dedicato capolavori assoluti (“Città amara”, “Toro scatenato”, “Million dollar baby”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Quando eravamo re”) e ogni tanto continua a farlo (anche se per lo più si tratta di nostalgia o memoria: il cinema arriva dopo, rielabora e organizza, discute e storicizza i materiali che gli altri media producono in tempo reale), la boxe sta rinascendo su nuove basi. Mai scomparsa nei suoi insediamenti popolari, dove un tessuto di palestre aveva resistito al grande freddo (attualmente sono 800 in tutta Italia), vede oggi allargarsi di molto la sua base tradizionale: da una parte verso i settori non competitivi, quelli della boxe non agonistica (soft, light, ecc.); dall’altra verso quello dilettantistico, dove può sviluppare la sua funzione storica di recupero sociale nelle periferie urbane e in particolare nelle zone ad alta densità mafiosa o camorrista. In entrambi i casi accogliendo le due categorie escluse dal pugilato tradizionale: donne e bambini. Oggi, diceva Silverglade a Fabrizio Rostelli, nei giorni in cui apriva la sede romana, “l’80 /95% dei miei iscritti sono donne, bambini, impiegati”.

Milano. Cinema teatro Principe. Decaduto dopo la guerra a cinema a luci rosse e poi a discoteca latino americana, riapre nel 2014 come spazio polifunzionale, aprendo ai colletti bianchi: le mogli fanno fitness e loro pugilato: qualche ora a settimana, con sessioni di incontri bimensili che danno l’ebbrezza da Madison Square Garden (ma le protezioni al corpo sono tali da temere in pratica solo le armi da fuoco, o il fuoco proprio). Un po’ in tutta Italia il pugilato diventa, stavolta senza discussioni, sport e riempie le palestre di studenti, impiegati e professionisti. Un esercizio fisico come un altro. Del resto ho sempre pensato che il mito di Rocky (Balboa, non Marciano) abbia portato più devoti al jogginge agli esercizi in palestra (sacco e salto con la corda) che al pugilato in sé. Al sud, invece, il discorso si fa molto più interessante. Se l’unico modo di accedere all’onore del mondo e al palcoscenico della televisione sono le Olimpiadi, sarà proprio questo teatro planetario del dilettantismo a rubare spazio e protagonismo sociale al professionismo pugilistico. Protagonismo sociale, appunto, e riscatto.

Clemente Russo, “Tatanka”
Napoli. Clemente e i suoi fratelli. “La boxe è rabbia disciplinata, forza strutturata, sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun’altra mediazione. (…) Ormai gli sponsor non ci investono più e l’unica possibilità sarebbe andare in Germania, paese che attira le scuole più temute della boxe contemporanea, i pugili dell’est. Russi, ucraini, kazaki, uzbeki, bielorussi. I nuovi combattenti affamati. I gladiatori che hanno rilanciato l’attenzione mondiale verso il pugilato e rendono oggi la Germania la terra promessa della boxe. A Marcianise anche molti italiani solo diventati campioni, altri sono rimasti bravi atleti e nulla più. Però tutti si sono tenuti lontani dalla camorra. A volte i ragazzi imparentati a una famiglia andavano ad allenarsi la mattina e quelli della famiglia rivale ci andavano nel pomeriggio, ma la boxe li trascinava comunque via da certe logiche.”Sono parole di “Tatanka scatenato”, il bellissimo articolo dell’Espresso in cui nel 2008 Roberto Saviano, rivelando di avere lui stesso iniziato come pugile a Marcianise, capitale della boxe in terra di camorra, raccontava storia e primi successi del suo amico Clemente “Tatanka” Russo, il mediomassimo allora astro nascente di questa scuola – due volte medaglia d’argento alle Olimpiadi (2008 e 2012, sconfitto in finale da Oleksandr Usyk, l’attuale re dei pesi massimi) e altrettante campione mondiale dilettanti (2007 e 2013) – e di Domenico “Mirko” Valentino (trenta chili di meno), l’altro talento olimpico e mondiale di quella nidiata. In parte anticipandone la rinascita, “Tatanka scatenato” raccontava, nelle storie dei suoi giovani protagonisti, ragioni e funzione storica del pugilato in quelle terre, attualmente irrorate da centinaia di palestre che quotidianamente combattono la disperazione sociale, contendendo metro su metro, simbolo su simbolo, ragazzino su ragazzino alla criminalità e al lasciarsi andare delle vite perse. Non solo lì, perché le storie dei campioni del mondo Giacobbe Fragomeni e Roberto Cammarelle – milanesi ed eredi naturali, con le loro origini rispettivamente calabrese e lucana, dei fratelli Parondi di Visconti – non sono molto diverse. Oggi, in un momento ormai lungo di assenza degli italiani dalle arene mondiali, “Tatanka”, popolare personaggio televisivo (è inviato a “Le iene”, dopo i diversi “reality” partecipati da protagonista), gestisce con la moglie Laura Maddaloni, ex judoka come il padre e il fratello, una grande e frequentata palestra di loro proprietà, è direttore tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre del Corpo di Polizia Penitenziaria ed è nello staff tecnico della nazionale di pugilato.
Cinema e boxe in Italia. Ultime dal fronte.

Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman nell’ultimo episodio di “I mostri”: “La nobile arte”.
Si possa o no parlare di “sport” in senso proprio, forse proprio al fondo della questione terminologica posta da J. C. Oates sta il motivo per cui la boxe è finora sfuggita alla sorte grama dello sport al cinema. Anche se solo in America, da “Lassù qualcuno mi ama” a “Rocky” (ma potremmo risalire a Chaplin: “Charlot pugile” – “The champion” – e poi “Luci della città”), il cinema ha strutturato e celebrato fino ad oggi, con amore e senso della complessità, il mito della boxe; fatalmente con minore intensità e successo nel tempo. In Europa questo non è accaduto, anzi è forse proprio il “Rocco” di Visconti l’unico autentico capolavoro europeo ispirato a quel mondo. (Tre anni dopo, in Italia, sarà l’ultimo episodio dei “Mostri” di Dino Risi – “La nobile arte”, con Tognazzi e Gassman – ad annunciare con il suo sarcasmo la crisi del rapporto fra pugilato e opinione pubblica.) Da un po’ di tempo, però, il nostro cinema è tornato ad occuparsi di pugilato, della sua diffusione, dei suoi meriti sociali come dei suoi – al momento rari – successi agonistici. Con l’eccezione di “Tatanka”, di Giuseppe Gagliardi, drammatizzazione del racconto di Saviano interpretato dallo stesso protagonista, lo ha fatto finora essenzialmente con documentari, quindi con materiali che trovano il loro momento ideale di fruizione più in TV che al cinema, dove la loro vita durava (e dura) quanto il classico gatto in tangenziale.Tutti sono coprodotti dalla Rai, che torna così, sia pure con prodotti di nicchia e

“Boxe Capitale”, un ring sotto l’acquedotto romano negli anni ’20.
prevalentemente storiografici, ad occuparsi del genere. “Il pugile del Duce”, di Tony Saccucci è la storia di Leone Jacovacci, il pugile italiano di madre congolese, soldato britannico in Russia nel 17, campione del ring a Parigi sotto falso nome, poi campione italiano ed europeo dei medi nel ‘28, prima freddamente sostenuto e poi sprezzantemente ripudiato dal fascismo in quanto mulatto. “Boxe capitale”, di Roberto Palma, passa in rassegna un secolo di boxe romana, dall’incontro a Piazza di Siena – titolo mondiale in palio – del 22 ottobre del ’33 fra Primo Carnera e il basco Paulino Uzcudum, campione europeo di categoria, fino all’odierno rifiorire delle palestre. “Butterfly”, di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, racconta la bella storia di Irma Testa, prima italiana a qualificarsi per le Olimpiadi e considerata, ai tempi del film, la migliore under 22 al mondo. Ancora oggi, Irma-la-tosta è l’unico/a nostro pugile di valore mondiale (pesi piuma).
Irma la tosta. Quella di Irma Testa, la ventisettenne oplontina (Oplontis = Torre Annunziata) e del suo clinteastwood, l’anziano maestro Lucio Zurlo, è una storia di quelle che si possono davvero dire di successo. Una storia nel solco di quelle degli eroi di Saviano. Sconfitta a Rio dalla francese Estelle Mossely (oggi passata al professionismo), che pure aveva battuto nelle qualificazioni; sconfitto il nemico più insidioso (una crisi di fiducia successiva alle Olimpiadi che l’ha fermata un paio d’anni), Irma è ripartita, vincendo il campionato europeo juniores. Tornata alla sua palestra di Assisi, per intensificare gli allenamenti lontano da casa, l’anno di ritardo con cui si sono svolte le Olimpiadi di Tokio l’ha aiutata: medaglia di bronzo (prima e unica italiana). Vicecampionessa mondiale l’anno dopo a Istambul; mondiale a New Delhi nel ’23.

Fraulein Kussin e Mrs Edwards. Boxe femminile nel 1912.
Poi la delusione di Parigi, nelle Olimpiadi in cui la scena del pugilato femminile è stata tutta dell’algerina Imane Khelif, del suo testosterone e del combattimento abortito con Angela Carini. Oggi Irma è in “stand by”, come dicono quelli che parlano inglese, ma sembra intenzionata a riprovarci a Los Angeles nel ’28, quando avrà trent’anni.
È un film interessante, “Butterfly” (“vola come una farfalla, pungi come un’ape”, il motto di Cassius Clay), che dice ai giovani cose importanti sul temperamento, umbratile ma forte, e sul training esistenziale di un’allora ventunenne di cui molto avremmo sentito parlare; e a noi boomers su quella boxe femminile oggi in forte sviluppo ma che, temo, ci troverà sempre spettatori impreparati. Per quante possano essere le protezioni di cui godono queste ragazze, infatti – prime fra tutte (a parte il casco, che per gli uomini è stato di recente abolito) quella inguinale e il corsetto protettivo – mi accorgo che io, che dovrei comunque riabituarmi al classico “colpisci al fegato!” dei coach di una volta e di sempre (e fin qui…), mi riconosco seriamente attardato – e rassegnato ad esserlo – di fronte a quell’ “al petto! colpisci al petto!”del coach di Irma. Come forse, in genere, a questa nuova declinazione di un’antica disciplina. Tranquilli, però. Non sarà certo questo ad impedirmi di essere ancora, fra tre anni (se ci sarà), il primo dei tifosi di Irma la tosta.
