
Alla voce “dazi” sembra di trovarsi controvoglia a un tavolo di poker dove un giocatore scorretto, in virtù dei propri capitali, contraddice l’entità della posta e falsa il gioco. Del resto non si può pretendere un comportamento da gentleman da un palazzinaro diventato inopinatamente presidente degli Stati Uniti che interpreta la parte di uno stralunato quanto furbo dottor Stranamore, intenzionato a violentare quel po’ di Europa che rimane. E i Paesi dell’Unione Europea che fanno? Si inchinano, si genuflettono. Chiedono metaforicamente pietà, affermando esplicitamente che tutto dipende da Trump. Un mancanza di iniziativa di reattività che mostra come la vecchia Europa sia precipitata in un buco nero di sconsiderato management. Aggressività verso la Russia per difendere un Paese mai Nato, remissività verso gli Stati Uniti che oltre alla partita dei dazi esigono il versamento pro armi del 5% del Pil nelle casse dell’antistorico sodalizio che ha come segretario l’ossequiente Rutte.
Una nazione che chiede con gli interessi la restituzione di un conto fittizio. Un conto aperto dalla seconda guerra mondiale e mai malauguratamente chiuso. E l’Europa in recessione dove investe? Sull’industria bellica un capitolo che fa ancora più comodo agli Stati Uniti fornitori. Non sono forse le armi che muovono l’economia e persino il Pil?. Distruggere per ricostruire. Come in Ucraina, sentore di un grande affare. Ma l’Europa è convinta davvero o è in malafede sulla tesi di una Russia imperialista che non si accontenterebbe solo di sbranare l’Ucraina? La realtà è un’altra. La Russia attraversa una crisi demografica senza pari la cui gravità è certificata dalla mancanza di dati ufficiali come se Putin volesse nascondere la gravità della situazione. La popolazione russa è scesa dai 146 milioni del periodo pre-bellico ai 139 attuali: vittime di guerra ma anche fuoriusciti. E con questa tara- Ucraina a parte- ci si rinserra tra i pochi confini senza aspirare a chissà quale altra superficie. Nel risiko mondiale il gioco dei dazi è in mano a Trump. Oggi 30% per l’Europa, domani chissà. Il 35 al Canada, il 50 al Giappone, il 100% alla Russia a cui vorrebbe restituire un posto nel G 7 mondiale. Nel carro di questa irreale quanto ingiustificata sudditanza atlantica l’Italia si distingue per l’atteggiamento più contrito e passivo. Gli ultimi dati sono poco confortanti. Negli ultimi dieci anni il Pil nazionale ha avuto la velocità di una lumaca centrando il modestissimo progresso di un + 0,2% annuo. Ogni volta la stime preventive sono state contraddette dal consuntivo. Tra i 27 Paesi dell’Unione Europea peggio di noi fa solo la Grecia che registra il segno – prima di uno sconfortante 0,3. Su fronte degli stipendi in Italia c’è ancora un segno – nell’ultimo quinquennio. Eppure, contraddizione delle contraddizioni, gli italiani sperperano 157 miliardi nel gioco d’azzardo (dato 2024) e portano a casa come capitale complessivo 3.000 miliardi, quasi pareggiando il debito pubblico. E chi vorrà più entrare nell’Unione Europea delle armi vedendo sconvolta la propria moneta originale e il proprio bilancio da questo vassallaggio americano? Si fa fatica a immaginare lo scenario futuro in nazioni come la Grecia e la Romania che viaggiano in terza classe e rischiano di rimanere a terra se il futuro è dettato da personaggi come la Von der Leyen, Rutte, Starmer.
Ma tra i patri confini la quintessenza di una balorda apatia è il Ministro degli Esteri Tajani. Uno che predica lo ius scholae come unica idea partorita in decenni di dedizione alla filosofia berlusconiana. Trovando opposizione nella coalizione e persino nel proprio partito. Uno che continua a parlare di due popoli due Stati quando la Palestina quasi non esiste più. Uno che dopo la botta daziaria del 30% non è in grado di articolare un concetto che, anche vagamente, possa ricordare una sommessa protesta. Uno che sarà spazzato via e presto dimenticarto quando Berlusconi jr scenderà in campo. Però intanto qualche scricchiolio nell’unanimismo meloniano si comincia a intuire. Ma c’è un riflesso pavloviano difficile da rimuovere. Prima di qualunque intervento ufficiale sul tema dei dazi la premier ascolta la voce Trump volendo assumere un ruolo da pontiere tra Europa e Stati Uniti che gli altri leader (Macron in primis) non le riconoscono. Posizione scomoda, imbarazzante e auto-referenziale.


