
Le Janas tessevano i fili d’oro, nelle loro case scavate nella roccia, e disegnavano, come antiche sibille, e con virtù magiche, i destini umani. Piccole fate, scrive Grazia Deledda nel romanzo “Canne al vento”, che nelle notti di luna “ballavano all’ombra delle grandi macchie di fillirea”, e insieme ad altri spiriti misteriosi , “animavano le colline e le valli” sotto il castello medievale di Galte. Lo storico greco Eliano, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, le chiama “ le sibille sardiniche”.
Dalle leggende di queste figure, trasfigurate dal mito, alle loro domus, grotticelle funerarie del periodo prenuragico, realizzate tra il V e il III millennio a. C. Opere di un’arte raffinata, di antichi architetti che hanno dipinto un mondo sotterraneo, rendendolo immortale col loro ingegno, dentro le rocce di granito o trachite,
A distanza di 5 mila anni le domus de Janas sono diventate patrimonio dell’umanità. Lo ha deciso l’Unesco a Parigi che ha accolto la candidatura promossa del Centro studi “Identità e memoria”, e dalla rete dei comuni delle “domus”, con Alghero capofila, il sostegno del ministero della cultura e della Regione.
Le domus de janas sono il 61esimo sito italiano inserito nella lista dell’Unesco, che ha riconosciuto “l’eccezionale valore universale di queste necropoli della preistoria sarda”. Tremila domus de janas nella Sardegna del Neolitico, la più grande estensione di necropoli, con la loro geniale architettura ipogeica, in tutto il mediterraneo occidentale.
“Ora è il turno di un altro grande patrimonio storico della Sardegna, quello dei nuraghi, da troppo tempo nella lista dei ‘probabili’ – sostiene l’archeologo Giovanni Ugas, uno dei protagonisti della scavi del santuario dei giganti di Monte Prama a Cabras”.
Finora è stata inserita, nei monumenti dell’Unesco, soltanto la reggia nuragica di Barumini, scoperta dall’accademico dei lincei Giovanni Lilliu, considerato come uno dei grandi padri dell’archeologia sarda.
I nuraghi, fortezze di pietra, come presidi di difesa dei villaggi e delle popolazioni di oltre tremila anni fa, sono 8 mila che raccontano pagine di una storia ancora carica di mistero. Anche nell’isola la rivoluzione del Neolitico ha cambiato la vita degli abitanti, storicamente definito “il mondo nuovo”.
Da nomadi, cacciatori-raccoglitori , le popolazioni del neolitico diventano stanziali, abbandonano le grotte, costruiscono le capanne, nasce una società diversa, più evoluta che porta a una trasformazione radicale. La casa, al centro del villaggio, diventa il fulcro della nuova vita, simbolo del Neolitico, e come l’hanno definita gli antropologi la “domesticazione” di un mondo selvaggio.
Le popolazioni scoprono l’agricoltura, coltivano il grano e l’orzo, allevano gli animali per ricavare la carne, il latte e le pelli. Gli scavi hanno portato alla luce anche piccole macine per triturare i cereali e trasformarli in farina. Ed è anche l’età del rame, della scoperta dei metalli, che con l’aiuto del fuoco vengono forgiati per l’uso nel mondo contadino, per la vita quotidiana, per l’arte, la religione. E si lavora anche l’ossidiana, la pietra vulcanica nera di Monte Arci.
Una grande rivoluzione, una svolta epocale nella storia dell’uomo, che in Europa si sviluppa lentamente per tre millenni, dal 6 mila al 3 mila a. C.
E le grotte, non più dimore, diventano un luogo di culto e di sepoltura, vere necropoli che in Sardegna sono state scavate proprio nella roccia, spesso con decorazioni di ocra rossa, con un’architettura che dai villaggi viene trasferita negli ipogei, “dentro la terra”.
E’ il mondo dei morti che ricrea quello dei vivi, in quegli spazi che delimitano i confini dell’aldilà.
“Osservando le sepolture costruite nella roccia calcarea – spiega lo scrittore Tonino Oppes, nella sua opera “Le case delle fate” – ciò che sorprende maggiormente è il lavoro straordinario frutto dell’ingegno e della precisa volontà di una società evoluta. Le tombe, spesso modificate e riutilizzate nelle epoche successive alla loro costruzione, sono inestimabili opere realizzate per durare in eterno. Ma l’eternità, a volte, ha bisogno del mito. Quello delle Janas, appunto. Così la tradizione sarda vuole che le grotticelle funerarie, dipinte con i colori dell’arcobaleno, fossero abitate dalle piccole e meravigliose fate.”
L’Unesco ha riconosciuto, come patrimonio mondiale dell’umanità, 17 monumenti archeologici delle domus de Janas, da Anghelu Ruiu di Alghero a Puttu Codinu di Villanova Monteleone, a S’Incantu di Putifigari, a Los Furregos di Anela, alla Roccia dell’elefante di Castelsardo, a Istevene di Mamoiada.
Per creare un percorso culturale- archeologico in questi templi del Neolitico, la Regione sarda ha stanziato 15 milioni di euro. Per la governatrice della Regione, Alessandra Todde, “è un traguardo storico per la Sardegna che rafforza il senso di appartenenza delle comunità , ma è anche un riconoscimento per l’intera Italia”, mentre per l’assessora alla cultura Ilaria Portas “ queste necropoli sono una testimonianza di valore inestimabile della Sardegna preistorica”.
L’isola apre i suoi scrigni, intrisi di una spiritualità millenaria, con la sua storia e le sue leggende, la sacralità.
Si squarcia un mondo in cui pullulano le divinità, spiriti, antenati ed eroi, dee madri come nelle tombe ipogeiche più antiche di Cuccuru S’arriu a Cabras, il paese dei giganti di pietra di Monte Prama.
E in altre domus de Janas, come ad Anela, a Ittiri, nella Nurra, all’esterno delle grotticelle, si stagliano stele alte più di 4 metri, quasi fossero le porte dell’Ade, con i simboli dell’aldilà, che si richiamano all’arte egizia, e con gli ornamenti delle lesene e le centine. E i misteri di una civiltà millenaria, mai svelati.


