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    Home»Diritti»Sbarre di innocenti
    Diritti

    Sbarre di innocenti

    Marina NastiDi Marina NastiSettembre 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 8 min.
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    “Un articolo sui minorili”. Come fare a scrivere un articolo “sui minorili”? Non basta scrivere articoli, non basterebbero, e non basteranno, nemmeno mille parole accorate. Cominciamo a guardare le cose da un lato diverso, da quello della cronaca: cominciamo a guardarle dal lato umano.

    Quando parliamo di carceri minorili parliamo di strutture di detenzione pensate e funzionanti appositamente per minorenni. Ragazzi, anzi, ragazzini, tra i quattordici e i diciotto anni, quando poi, se il tempo di detenzione è ancora molto, vengono trasferiti negli istituti penitenziari per “grandi”, quando per esempio a Roma passano da Casal del Marmo a Rebibbia, o a Milano dal Beccaria a Opera o a Bollate.

    Usciva un film, nel 1989, intitolato “Mery per sempre”, ambientato in un carcere minorile palermitano, il cui titolo prende spunto dal nome di Mery Libassi, una giovane prostituta transgender che era stata arrestata per aver usato violenza contro un suo cliente. Un suo cliente. Un minorenne che, quand’anche non fosse finito in quel contesto, non avrebbe di certo avuto la libertà come compagna di vita. E alla fine del film, uno dei ragazzi più problematici, arrestato per una grave accusa di omicidio – parliamo della difficile Palermo degli anni Ottanta – riceve la notifica del suo trasferimento in una struttura per adulti. Cresciuto in prigione, va a morire in prigione. “Siamo nati già in prigione”, vi direbbero questi ragazzi. Perché il punto sta proprio qui: i minori che finiscono dietro le sbarre, sono in realtà già prigionieri di una realtà che in qualche modo ha negato loro l’innocenza e il diritto sacrosanto di sognare un domani, e di farlo in modo libero e vero. È così, perché quando hai sì e no lasciato l’infanzia da pochi giorni, il tuo corpo comincia a cambiare, e tu ti senti stretto dentro un mondo che per mille motivi non ti fa sentire amato, né accettato, ecco che la trappola è lì, pronta per scattare e intrappolarti, magari anche solo per pochi mesi, o pochi anni: ma nessuno o quasi capisce fino in fondo quanto quelle sbarre dureranno per tutta la vita. Ecco perché non dovrebbero nemmeno arrivarci, i ragazzi così giovani, dietro le sbarre;  e ad essere oggetto di consolidamento, sulla scia delle direttive del decreto Caivano, non dovrebbero essere gli istituti di detenzione, bensì gli istituti di formazione, dalle scuole finanche agli istituti di assistenza e le comunità di recupero come Kayròs, la comunità gestita da Don Claudio Burgio, a Milano, che del lavoro sui minori, sui suoi ragazzi, ormai ne ha fatto anche una bandiera, sforzandosi di far capire a tutti che, come ha scritto nel suo libro intitolato appunto “Non esistono ragazzi cattivi”. Non è questione di isolare, punire o “raddrizzare” ragazzi cattivi, ma imparare ad ascoltare questi ragazzi, ognuno con una sua storia alle spalle, spesso, molto spesso, soprattutto in grandi città come Milano, anche ragazzi di origine straniera, spaesati, con alle spalle un passato fatto di fughe, con o senza genitori, di pranzi e cene saltati o recuperati per fortuna, di perquisizioni, di miseria.. di tutto, tranne che di serenità e amore incondizionato; quello che – giustamente – cerchiamo di dare ai nostri figli e che troppo spesso le istituzioni sembrano dimenticare, quando trattano la realtà dei giovani detenuti nelle carceri minorili come se si trattasse di una piaga da estirpare e basta. Senza cercare di capire, senza cercare di prevenire.  In base agli ultimi rapporti del 2024 e del 2025 stilati dall’associazione “Antigone”, la situazione nelle carceri minorili continua a peggiorare, in buona parte proprio a causa delle misure derivate dal decreto Caivano, che ha sicuramente provocato – e di questo non possiamo evitare di rammaricarci e di prenderne atto – un’involuzione nel cammino verso la rieducazione, perché sembra proprio  che sia  andato ad acuire le misure strettamente punitive anziché cercare di avviare  una prevenzione, e poi un reinserimento mirato. Un modus operandi che appare ad oggi inadatto persino pensando alla popolazione detenuta adulta: figuriamoci se lo rapportiamo al modo di intervenire su ragazzi di nemmeno diciotto anni.

    Quali sono poi, i reati su cui più facilmente vanno a cadere gli under diciotto? I reati contro il patrimonio, come furti e rapine, quelli contro la persona, e quelli riguardanti l’uso degli stupefacenti. Tutti atteggiamenti illegali derivanti dal basso livello economico e culturale, di cui possono essere vittima sia ragazzi italiani, e sia ragazzi stranieri, troppo spesso, loro malgrado,  capaci di trovare un modo per gestirsi la vita in modo onesto, a causa anche e soprattutto del divario culturale, e così vanno troppo spesso a rinforzare – tristemente – le fila della nostra microcriminalità locale. E a partire dall’entrata in vigore del decreto Caivano la popolazione all’interno dei minorili non ha fatto che aumentare, peggiorando le condizioni dei giovani detenuti e peggiorando anche il lavoro del personale, spesso alle prese con situazioni di sovraffollamento che portano a momenti gravi di tensioni e ad una condizione di vita tutt’altro che serena in cui svolgere il proprio compito, nell’interesse della crescita umana dei giovani detenuti, che non dovremmo mai smettere di considerare per quello che sono: ragazzi. Ragazzi, compagni di generazione dei nostri figli, che ci ostiniamo a lasciar brancolare nei loro contesti di difficoltà, per poi chiuderli dietro le sbarre, e condannarli ad una vita di rabbia, perché lì dentro la rieducazione non riesce quasi mai ad arrivare.

    Secondo le stime di Antigone, aggiornate a maggio 2025, il numero dei giovani detenuti negli istituti penali per minorenni italiani era di 611, di cui 27 ragazze, in netto aumento rispetto al passato se raffrontato alle 587 unità contate a fine 2024 e alle 381 della fine del 2022.

    Ma oltre al sovraffollamento, ci sono poi questioni oggettivamente gravi, gravissime, come le ipotesi di violenza e di abusi su cui si sta indagando dal 2024 per quanto accaduto nel carcere minorile di Milano “Cesare Beccaria”. È giusto di agosto 2025 la notizia che ci informa su come sia salito ormai a 42 il numero degli indagati inseriti nell’indagine dalla Procura di Milano, per i fatti riguardanti i presunti pestaggi e le torture portate avanti nei confronti dei giovani detenuti.

    Sono cose gravi, direte. Forse non sarebbe conveniente nemmeno scriverlo, nemmeno tornare a parlarne, e lasciare che la giustizia, se proprio fosse, faccia il suo corso. Ma se ai ragazzi nelle nostre scuole ci sforziamo di insegnare il valore della verità, del coraggio, e li incoraggiamo a mettere da parte l’omertà, come possiamo rimanere in silenzio, e nasconderci sempre dietro questi “silenzi” di convenienza? No, non   è grave parlarne, è grave dover vedere che certe cose accadano, ed è grave pensare che solo in pochissimi, forse, ci rendiamo davvero conto che dietro quelle sbarre, a soffrire pene quasi dantesche, ci sono ragazzi come i nostri figli, solo nati più sfortunati, e che lì dentro non hanno praticamente nessuna voce e nessun modo per difendersi. Parlarne, fare anche scandalo, con notizie di questo tipo, è un modo per dare loro una voce, e una speranza di vita. Le accuse che pesano sugli agenti accusati al Beccaria vanno dalla tortura ai maltrattamenti aggravati, fino ad arrivare al falso e addirittura in un caso a violenza sessuale. Sono contestate “ripetute violenze psicologiche e fisiche, e umiliazioni”; le p.m. scrivono che gli agenti insultavano e minacciavano i ragazzi, colpendoli ripetutamente con calci e pugni. Sono ancora indagini, è vero. Ma immaginate che per un qualsiasi motivo lì dentro ci sia un vostro figlio, o nipote… come prendereste queste notizie? La verità è che, così come per gli adulti, a maggior ragione per ragazzi così giovani la detenzione come forma di rieducazione ( solo sulla carta, perché nella realtà non lo è quasi mai ) dovrebbe essere evitata quanto più possibile; e l’unico modo per evitarla è crescere i ragazzi sin dai banchi di scuola con attenzione ed empatia, soprattutto nei contesti a rischio, oggi in maniera sempre più necessaria, con un sociale che tende a complicarsi per svariati motivi, rispetto a   qualche decennio fa. Non sono giustificazioni: sono dati di fatto. Torniamo a ribadire che l”unica rieducazione possibile, soprattutto nei confronti di ragazzi così giovani, già caduti in errori così gravi, a volte gravissimi, è quella fatta con l’attenzione e l’amore, come fa Don Claudio Burgio –  e lo citiamo da un punto di vista umano, lasciando da parte il fattore religioso, dal momento che tra l’altro si occupa per la maggior parte di giovani di religione musulmana di origine maghrebina –  nella sua già citata comunità. Lì i ragazzi imparano le regole, imparano l’amicizia, imparano cosa è giusto per loro e cosa è sbagliato, e anche se alcune volte succede che ricadono una seconda volta sugli stessi errori – perché comunque sono ragazzi giovani ancora non del tutto maturi e capaci di controllare le proprie reazioni – hanno però l’opportunità di poter riflettere su se stessi e poter usare quelle esperienze per crescere.

    Ad ogni modo, che dietro ci sia una storia di rapine, di furti, di spaccio, di microcriminalità “made in Italy” di origine straniera, la cosa grave da considerare dovrebbe essere comunque la preoccupante risalita dei numeri in questi istituti di detenzione: dove troppo spesso non riesce ad arrivare spesso nemmeno un’ombra, di quella famosa “rieducazione”; e non capiamo  quanto quelle non siano  altro che sbarre di innocenti, in questo modo condannati alla prigione per sempre.

    Marina Nasti

    Scrittrice – Vice Presidente dell’Associazione Happy Bridge

    carceri minorili diritti giustizia carceraria
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    Marina Nasti

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