di Enrico Molinaro e Gennaro Maria Di Lucia

Due modelli identitari contrapposti spiegano l’apparente complessità del conflitto arabo-israeliano, generando reciprocamente percezioni di minaccia alle rispettive identità collettive di riferimento.

Il modello glocalista privilegia identità collettive trans-territoriali, i cui confini non coincidono con quelli statuali: comunità sovrapposte e ideali astratti possono interagire, o entrare in conflitto, senza autorità statali territoriali per governare queste tensioni. In Medio Oriente questa logica ha l’obbiettivo di conciliare le aspirazioni religiose globali, e l’influenza di attori esterni con agende ideologiche diverse.

Al contrario, il modello vestfaliano (dal nome dei trattati di Vestfalia del 1648), privilegia la territorialità statale come basi dell’identità collettiva. Gli Stati sono entità indipendenti con confini definiti, in cui l’appartenenza collettiva si manifesta attraverso simboli condivisi, riti civici, ed istituzioni politiche formalizzate. Applicato al contesto mediorientale, questo modello suggerisce che un approccio multilaterale strutturale, se rispetta l’indipendenza di ciascun attore con responsabilità condivise e verificabili, garantisce una stabilità duratura.

  1. Una revisione glocalista del Piano Biden vestfaliano

Dopo mesi di intense consultazioni diplomatiche con Egitto, Qatar, ed altri attori regionali, il 19 gennaio 2025, durante il suo discorso alla Casa Bianca, il Presidente USA Joe Biden (predecessore di Donald Trump), presentò il suo Piano di pace in tre fasi (Three-Phase Peace Framework), lasciando un’impronta profonda sulla diplomazia americana.

Il Piano Biden _ primo documento multilaterale a riunire sotto un’unica cornice diplomatica Stati Uniti, Unione Europea, Lega Araba, e diversi attori regionali _ ricevette il sostegno ufficiale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che con la Risoluzione 2735 ne approvò i principi fondamentali, riconoscendone “l’urgenza e il potenziale stabilizzante”. Il Piano riflette chiaramente una visionevestfaliana dell’ordine internazionale: la pace duratura si realizza attraverso due Stati territoriali indipendenti con confini definiti e riconosciuti. In questa chiara prospettiva, la governance di Gaza viene concepita come un passaggio temporaneo e strutturato, e non come un laboratorio di ingegneria istituzionale transnazionale.

Il Piano Trump del settembre 2025, al contrario, fingendo di accettare la prospettiva dei Due Stati, tradisce tra le righe l’originario approccio di tipo glocalista: la governance transitoria è affidata a tecnocrati palestinesi sotto supervisione esterna, sostenuta da una International Stabilization Force con mandato di sicurezza e controllo, e da fondi multilaterali per la ricostruzione.

La fumosa prospettiva statuale palestinese emerge solo alla fine del documento, al punto 19, rendendo l’identità politica e territoriale palestinese subordinata al successo delle fasi di implementazione del piano. La carenza di meccanismi indipendenti e vincolanti di verifica espone l’accordo al rischio concreto di violazioni unilaterali, soprattutto in fasi di alta tensione. La dipendenza strutturale dal Presidente Trump come garante personale rende l’accordo vulnerabile ai noti mutamenti repentini della sua politica, senza considerare il caso di cambiamenti amministrativi futuri.

In entrambi i piani di pace gli Accordi di Abramo su base interreligiosa tra Israele ed alcuni paesi islamici sono presentati come elemento di stabilità regionale in grado di connettere la tregua di Gaza e le nuove iniziative diplomatiche a un più ampio progetto di sicurezza multilaterale e cooperazione economica e tecnologica, ma nel suo intervento alla Knesset del 13 ottobre 2025, Trump ha riproposto tali Accordi omettendo di proposito di citare la creazione di uno Stato palestinese.

  1. Le incognite della Tregua

Tra gli elementi che incrinano la narrazione trionfalistica diffusa dal glocalista Primo Ministro israeliano Benjamin (Bibi) Netanyahu, spicca innanzitutto il mancato rilascio del leader Marwan Barghouti, figura storica e leader carismatico di una possibile rinascita politica palestinese in chiave vestfaliana.

La sua esclusione dagli accordi di scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi non è solo una scelta tattica, ma un segnale preciso della volontà del governo glocalista Netanyahu di evitare qualsiasi prospettiva di legittimazione politica del fronte palestinese moderato. In un contesto di tregua fragile, la questione della rappresentanza politica palestinese resta dunque sospesa, privando il negoziato di una controparte credibile e radicata.

A questa incognita si aggiunge la stessa variabile Netanyahu, la cui sopravvivenza politica appare sempre più legata a un equilibrio precario tra esigenze interne e calcoli di potere. Nel suo citato intervento alla Knesset del 13 ottobre Trump ha persino avuto la faccia tosta di sollecitare pubblicamente all’imbarazzato Presidente israeliano Isaac Herzog a concedere un’improbabile grazia in relazione ai tre processi penali ancora in corso nei confronti del premier israeliano.

Il gesto plateale arrogante ed irrituale più che un segnale di amicizia ha rappresentato una forma di pressione politica senza precedenti, sottolineando così la portata internazionale dell’instabilità giudiziaria e politica del primo ministro israeliano che potrebbe tradursi in nuove avventure militari funzionali a rafforzarne la posizione interna: per Netanyahu la tregua attuale non è un punto d’arrivo, quanto una parentesi strumentale.

Un ulteriore segnale della fragilità dell’equilibrio è rappresentato dalla mancata partecipazione di Netanyahu al vertice di Sharm el-Sheikh, motivata dai veti di alcuni partecipanti. L’assenza di Israele — accompagnata a quella di Hamas e dell’Iran — ne ha ridotto drasticamente il valore politico, trasformando un’iniziativa presentata dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi come un’occasione storica per la pace in un tentativo più pragmatico del Cairo di recuperare soft power regionale, in un contesto in cui la leadership araba appare frammentata e priva di una regia unitaria.

  1. I Luoghi Santi di Gerusalemme tra vestfaliani e glocalisti

Affrontare la questione dei Luoghi Santi di Gerusalemme dopo la tregua di Gaza richiede una sintesi tra principi di equilibrio tra Stati vestfaliani e logiche glocaliste trans-territoriali, considerando le seguenti opzioni:

  • un’autorità internazionale per la supervisione dello Status Quo procedurale applicato Luoghi Santi di Gerusalemme, composta da rappresentanti religiosi, governi interessati accettati dalle parti, ed organismi multilaterali, con funzioni di mediazione e monitoraggio continuo;
  • la cooperazione istituzionalizzata degli attori regionali (Egitto, Giordania, Paesi del Golfo) per garantire sicurezza e continuità degli accordi;
  • la creazione di meccanismi di verifica indipendenti per ridurre il rischio di violazioni unilaterali e assicurare la sostenibilità della tregua.

In questo quadro, la tregua di Gaza non sarebbe una semplice interruzione tattica delle ostilità, ma potrebbe evolvere in un nuovo paradigma di governance regionale, fondato sul riconoscimento reciproco della dignità, della sicurezza e della legittimità politica di tutti gli attori coinvolti, un laboratorio di cooperazione multilaterale dove le comunità sperimentano forme vestfaliane e glocaliste di identità collettiva definite da cittadinanza, confini chiari, responsabilità condivisa, e partecipazione attiva alla vita politica, aperta alle diverse identità collettive nazionali, culturali, e religiose.

Questo approccio può consentire di trasformare il conflitto identitario in un terreno di costruzione collaborativa: le istanze glocaliste vengono canalizzate in un quadro vestfaliano strutturato, dove la cooperazione multilaterale ed il rispetto reciproco diventano strumenti di stabilità duratura. In tal modo, gli Accordi di Abramo, la tregua di Gaza, e la gestione dei Luoghi Santi potrebbero costituire i primi passi concreti verso un ordine regionale sostenibile, in cui il patriottismo vestfaliano si concilia con il rispetto dei diritti altrui e con la costruzione di una comunità internazionale cooperativa.

  1. Un nuovo capitolo oltre la tregua

La struttura negoziale che emerge dal vertice di Sharm el-Sheikh rivela un limite fondamentale: l’esclusione sistematica dei principali attori vestfaliani BRICS. L’assenza di Iran, Federazione Russa, e Repubblica Popolare Cinese – insieme a quella di Israele e Hamas, protagonisti diretti del conflitto – conferisce al processo diplomatico un carattere incompleto, fondato su una rappresentazione parziale della realtà geopolitica contemporanea.

Questa esclusione non è un incidente procedurale, bensì un segnale politico che circoscrive la ricomposizione del Medio Oriente entro un perimetro controllato, riducendo al minimo l’influenza delle potenze vestfaliane che contestano l’ordine glocalista. La loro esclusione non produce soltanto uno squilibrio negoziale, ma rischia di radicalizzare ulteriormente la frattura epistemologica tra due visioni opposte del mondo: da un lato quella glocalista, che mira a ristabilire una logica di controllo gerarchico e selettivo; dall’altro quella del Coordinamento BRICS, che persegue un pluralismo di centri decisionali indipendenti multipolari.

In assenza di un’integrazione tra queste due prospettive, ogni architettura di pace resterà priva di fondamento sistemico.
Solo quando la logica dell’esclusione sarà sostituita da una logica di interdipendenza – cioè da un riconoscimento reciproco delle rispettive identità collettive con legittimità politica, economica e culturale – la tregua potrà evolversi in una vera pace strutturale.