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    Home»Mondo»La forza delle parole
    Mondo

    La forza delle parole

    Pietro RagniDi Pietro RagniOttobre 20, 20257 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    Donna incinta

    Immigrati

    Inquinamento

    Patrimonio culturale

    Pregiudizio

    Uguaglianza

    Che cosa hanno in comune fra loro le parole sopra riportate? Non è un gioco culturale, neanche un rebus numerico, neanche un esame etimologico.

    Non riuscite a risolvere il mistero? Vi aiuto.

    Fin dal marzo del 2025 il New York Times ha riportato che l’amministrazione del nuovo presidente Trump ha iniziato una crociata contro le parole. In particolare contro quelle spesso usate da chi si riconosce nella cosiddetta “cultura woke”, cioè attenta ad intervenire in difesa delle minoranze e delle ingiustizie. La destra di Trump considera gli woke i principali nemici e i responsabili del decadimento degli USA. Quelle sei parole sono incluse nella lunga lista di parole da non usare!

    Il palazzo del The New York Times (tratto da Wikipedia)

    Gli uffici federali, le istituzioni pubbliche, i centri di cultura sono stati invitati a rimuovere quella lunga lista di parole dalle loro pubblicazioni, dai programmi, dai siti internet e dai social. Prevalentemente sono termini collegati alle sfere dell’orientamento sessuale, dell’ecologia, della difesa degli oppressi.

     

    Le prime cancellazioni

    Vi sono stati subito alcuni dirigenti pubblici che hanno preso alla lettera il suggerimento e in breve tempo hanno realizzato migliaia di cancellazioni e sostituzioni di parole in documenti e siti web istituzionali. Non sappiamo se la crociata, dopo il primo “fuoco di paglia”, continui e se ci sono conseguenze per chi non si è conformato al diktat.

    Certo è un episodio veramente incredibile nel paese che è stato, fino a pochi mesi fa, uno dei fari della democrazia nel mondo. Già solo pensare di vietare l’uso di qualche parola è un’ignominia, un’offesa alla libertà e all’intelligenza dei cittadini. Bandire tanti termini di comune uso (equo, inclusivo, stereotipo) significherebbe costringere chi scrive a strane perifrasi o, come preferirebbero i “trumpiani”, a non parlare affatto degli argomenti e delle problematiche che abbisognerebbero di questi termini. Per cui l’intenzione è non solo vietare parole, ma, di fatto, giungere a vietare opinioni dissonanti rispetto a quelle dei governanti.

    Timbro di censura in USA (tratto da Wikipedia)

    Altri divieti (Golfo di Messico, LGBTQ+, sotto rappresentato) sono evidentemente e ridicolamente politici per assecondare i pregiudizi (parola vietata) e la propaganda di Trump e soci. Mi hanno fatto venire in mente la altrettanto ridicola mania di Mussolini e federali fascisti di italianizzare le parole straniere in uso comune come film che divenne filmo, cocktail che divenne bevanda arcobaleno, whisky cambiato in acquavite. La più riuscita, fra queste nuove parole italiane, fu proposta da D’Annunzio ed è tuttora usata: tramezzino al posto di sandwich; le altre sono tornate nell’oblio.

     

    Le parole imprigionate

    Ho voluto riportare questa situazione perché è un po’ passata inosservata mentre Trump faceva i suoi fuochi d’artificio nei primi mesi di presidenza. Chiaramente vi erano tanti eventi gravissimi e angoscianti, le parole imprigionate erano forse uno dei problemi meno gravi.

    Fuochi d’artificio (foto mia)

    Penso però che sia un evento culturalmente importante la censura di parole, pur se non sono né violente, né offensive. La censura fu adottata dalla Chiesa e da vari Stati quando iniziarono a diffondersi i libri a partire dal ‘500, grazie all’uso della tecnica di stampa di Gutenberg, con il famigerato indice dei testi proibiti. Poi con la Rivoluzione francese fu pubblicata, nel 1789, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (un testo che sarebbe bene leggere e rileggere) che, fra l’altro, riporta: “la libera comunicazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere degli abusi nei casi determinati dalla legge”. Ricordiamo che il proclama si era ispirato anche alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776. Questo concetto e tanti altri delle due Dichiarazioni, divennero in breve tempo un patrimonio della cultura e della vita sociale di tutti i paesi democratici. Ora proprio gli USA lo tradiscono!

    Presentazione della Dichiarazione al Congresso degli Stati Uniti (foto da Wikipedia)

    Mi auguro davvero che cessi questo inquinamento (parola vietata) della democrazia del più potente stato del mondo e, in conseguenza, anche degli altri paesi che sono governati da partiti di destra. Mi auguro che terminino i discorsi d’odio (parola vietata) da parte di tanti esponenti reazionari, che si riprenda un percorso sociale di inclusività (parola vietata), che garantisca pari opportunità (parola vietata) a tutti i cittadini a prescindere dal genere, dalla razza (parola vietata), dal credo religioso e dalle opinioni politiche.

    Autore

    • Pietro Ragni
      Pietro Ragni

      Direttore del Consorzio interuniversitario “Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi” – INBB, che raggruppa 23 università pubbliche; fondatore e membro del CdA di 15 spin-off nell’ambito delle Scienze della Vita. Esperto di valutazione per vari Programmi europei. Già Dirigente Tecnologo del CNR, già Presidente Erfap Lazio.

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