Sono trascorsi quarantatré anni da Tron, quel piccolo gioiello di fantascienza targato Disney che, nonostante il modesto riscontro al botteghino, è diventato nel tempo un autentico film cult. Nato dalla mente visionaria di Steven Lisberger, regista e co-sceneggiatore del primo capitolo, Tron rappresentò una svolta epocale per la casa di produzione di Burbank: fu infatti il primo film Disney a fare uso estensivo della CGI, aprendo la strada a una nuova era per il cinema digitale. Il team responsabile dell’animazione annoverava, tra gli altri, anche un giovanissimo Tim Burton, allora agli esordi della propria carriera, destinato di lì a poco a diventare uno dei cineasti più originali e riconoscibili di Hollywood. Pur restando uno dei franchise più sottovalutati del catalogo Disney, Tron continua a essere ricordato per la sua portata innovativa e profetica. Il film del 1982 fu, a tutti gli effetti, avanguardia pura: uno spettacolo visivo senza precedenti, capace di fondere estetica digitale, filosofia e un’autentica dichiarazione d’amore per la tecnologia e per le potenzialità della realtà virtuale. Indimenticabile la sequenza finale, in cui la visione aerea della città, con il suo traffico pulsante di luci e il ritmo frenetico della vita urbana, richiama volutamente l’universo virtuale rappresentato nel film: un mondo di impulsi che scorrono a velocità vertiginosa, simbolo di un futuro allora immaginato e oggi, a distanza di decenni, guardato con nostalgia e meraviglia. A ventotto anni di distanza dal film originale, nel 2010, Tron: Legacy ha raccolto l’eredità del cult di Steven Lisberger, finendo, tuttavia, per condividere, almeno inizialmente, lo stesso destino del suo predecessore. Accolto freddamente dalla critica, il sequel di Joseph Kosinski è stato per lungo tempo etichettato come un esperimento visivamente ambizioso ma privo di anima. Eppure, col passare degli anni, Tron: Legacy ha progressivamente riconquistato l’attenzione di pubblico e appassionati, trasformandosi in un caso di rivalutazione postuma non dissimile da quello che aveva già toccato il film originale. Dal punto di vista estetico, l’opera di Kosinski ha rappresentato un vertice assoluto del cinema digitale degli anni Duemila. La sua regia, elegante e ipercontrollata, ha restituito un universo visivo di straordinaria coerenza stilistica, in cui la geometria delle luci e il design futuristico si sono intrecciati con una fotografia dalle tinte fredde e seducenti. Ma il vero cuore pulsante di Tron: Legacy risiedeva nella sua colonna sonora iconica, firmata dal duo francese Daft Punk, qui alla loro unica incursione cinematografica.
Tron: Ares, quando l’intelligenza artificiale prende vita
A quindici anni di distanza dal secondo capitolo, il mondo di Tron torna a illuminarsi con il terzo film del franchise, Tron: Ares, diretto dal regista norvegese Joachim Rønning, già noto in casa Disney per aver firmato Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazare Maleficent: Signora del male. Al centro della narrazione si trova Jared Leto, protagonista assoluto nei panni di Ares, un programma sofisticato e misterioso creato da Julian Dillinger (interpretato da Evan Peters), nipote di Ed Dillinger, CEO della Encom presente nel film originale. Proprio la Encom, storico colosso informatico del primo capitolo, è ora guidata da Eve Kim (Greta Lee), figura carismatica e visionaria che ha risollevato l’azienda dalla bancarotta grazie alla creazione di una nuova generazione di videogiochi. Non è un caso che la saga di Tron continui a mantenere viva la connessione tra cinema e videogioco, due mondi da sempre al centro della sua identità estetica e narrativa. Fin dal primo film, il protagonista Kevin Flynn (Jeff Bridges) rappresentava l’archetipo del genio visionario, un creatore di videogiochi animato dal sogno di unire esseri umani e intelligenze artificiali in una società ideale, fondata su collaborazione e progresso tecnologico. In Tron: Ares questa eredità ideale si riflette nel contrasto tra Eve Kim e Julian Dillinger, due visioni opposte del futuro dell’umanità. Da un lato, Eve incarna un’utopia etica e progressista: vuole mettere la tecnologia al servizio del bene comune, utilizzandola per curare malattie e promuovere un uso responsabile dell’intelligenza artificiale. Dall’altro, Dillinger rappresenta la deriva cinica e militarizzata dell’innovazione, desideroso di vendere Ares come “il soldato perfetto” al miglior offerente, trasformando un miracolo tecnologico in un’arma. Tron è, prima di tutto, uno specchio del progresso tecnologico e dell’immaginario umano. Ogni film del franchise riflette il rapporto tra uomo e macchina nel proprio tempo. Il primo capitolo rappresentava lo stupore e la scoperta del digitale, in un’epoca in cui l’informatica era ancora misteriosa. Legacy mostrava, invece, il fascino e l’alienazione del mondo virtuale, ponendo domande sulla perdita di umanità nell’era delle identità digitali. Ares, oggi, affronta l’età dell’intelligenza artificiale, interrogandosi sull’etica del progresso e sui rischi di una tecnologia che può superare il suo creatore (come si vedrà nel corso del film con Dillinger). Se nei primi due capitoli del franchise gli esseri umani venivano proiettati all’interno della rete digitale, in Ares avviene il processo inverso: sono i programmi e le macchine a entrare nel mondo reale grazie ad un laser generativo. La tecnologia, tuttavia, non è ancora perfetta: ogni materiale generato dal laser si disintegra automaticamente dopo 29 minuti, lasciando dietro di sé solo polvere. Da qui nasce il fulcro narrativo del film: il “codice di permanenza”, un algoritmo ideato originariamente da Kevin Flynn che Eve riesce ad ottenere grazie alle tracce lasciate dalla sua defunta sorella. Questo codice rappresenta la chiave per consentire alle entità digitali di mantenere la propria forma e autonomia nel mondo reale. Dillinger invia Ares a recuperare il codice da Eve, ma nel corso del film il programma manifesta una visione del mondo che contrasta con la logica di obbedienza imposta dal suo creatore. Già nelle prime sequenze in cui appare, Ares osserva le gocce di pioggia e cattura tra le mani un insetto, scrutandolo con stupore: un sentimento insolito, soprattutto considerando che il volto del programma rimane gelido e impassibile, privo di espressione umana. Ma è proprio questa capacità di percepire il mondo al di là delle istruzioni ricevute che porta Ares a comprendere di non essere semplicemente un’arma. La sua presa di coscienza lo induce a ribellarsi al controllore e a schierarsi al fianco di Eve, diventando un alleato determinante nello scontro finale con Dillinger.
Tra virtuosismi visivi e limiti narrativi

Tron: Ares si conferma un film tecnicamente e visivamente impeccabile, ma non privo di limiti. La storia avrebbe potuto osare di più, alcuni personaggi risultano eccessivamente piatti, e il legame con i due capitoli precedenti rimane poco esplorato, sebbene il film riesca a strizzare l’occhio ai fan storici con un momento emblematico. I veri punti di forza, però, risiedono altrove. Le scene di combattimento sono coreografie eleganti, quasi danzanti, e il montaggio supporta e amplifica questa impressione, orchestrando le inquadrature in modo da esaltare movimento e ritmo. La colonna sonora, affidata questa volta ai Nine Inch Nails, con le sue esplosioni sonore potenti e penetranti, non fa rimpiangere l’indimenticabile lavoro dei Daft Punk nel precedente capitolo, conferendo all’universo digitale di Tron un’ulteriore dimensione sensoriale. In conclusione, Tron: Ares rappresenta una tappa significativa nel percorso della saga, capace di coniugare spettacolo visivo e riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia, confermando come il franchise continui a essere un riferimento imprescindibile della fantascienza cinematografica e un laboratorio creativo in cui il digitale diventa metafora della nostra epoca.


