Nei giorni scorsi la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge, proposto dal Ministro della Istruzione, Valditara, il 23 maggio (n. 2423 A.C.), relativo all’insegnamento di “eventuali attività scolastiche riguardanti il tema della sessualità, con particolare riferimento al patto educativo di corresponsabilità tra scuola, famiglia e studenti, in relazione alle attività extra-curriculari e alle attività di ampliamento dell’offerta formativa”. Come da qualche tempo la politica (rectius: partitica) ci ha abituati, si sono, subito, scatenati i cori delle contrapposte fazioni evitando di andare a fondo sul tema, invece di ricercare il corretto bilanciamento tra il diritto dovere di educare ed istruire, proprio della famiglia (art. 30 della Costituzione) ed il dovere dello Stato di impartire l’istruzione che, come ricorda la Carta costituzionale, nell’articolo 34, è obbligatoria per almeno dieci anni.
Va, preliminarmente, chiarito che questo tipo di insegnamento riguarda esclusivamente le scuole secondarie di primo e secondo grado e non è relativo alle scuole dell’infanzia ed alla primaria; deve, però, essere ricordato che altri disegni di legge avevano ritenuto di escluderlo per le scuole secondarie di primo grado, meglio note come “le medie”. Forse, poteva essere limitato, tale insegnamento, al solo ultimo anno della scuola media.
Il profilo che deve essere esaminato con maggiore attenzione è proprio quello del bilanciamento tra due diversi diritti, costituzionalmente garantiti: quello della famiglia “società naturale” ad educare, come prevede il primo comma dell’articolo 30 “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”, e quello dello Stato a fornire istruzione in base al dettato degli articoli 33 e 34 della Carta costituzionale.
La corretta applicazione del bilanciamento tra diritti previsti dalla Costituzione, come ha più volte segnalato il Giudice della legittimità delle leggi, deve essere realizzata dalla normativa ed è stata, nel caso in esame, attuata attraverso l’inserimento “del consenso informato” dei genitori per i minorenni, mentre per gli studenti che hanno già raggiunto la maggiore età (oggi fissata a diciotto anni) la scelta dovrà essere operata direttamente dai ragazzi.
Detta previsione del legislatore, a mio avviso condivisibile e rispettosa del bilanciamento dei due diritti – doveri, è stata, però, ampliamente criticata dalla partitocrazia, dominante nel Paese, che non ha saputo sottrarsi alla logica della contrapposizione irragionevole e spesso poco rispettosa delle regole, scatenando gli istinti delle “curve” e non ricercando le logiche di mediazione e costruttive delle “tribune” che, da troppo tempo, sono deserte.
Invero, il tema della partecipazione alle attività extra curriculari “relative a temi attinenti all’ambito della sessualità” deve necessariamente coinvolgere la famiglia in quanto riguarda temi che coinvolgono i valori etici e morali che sono parte integrante del patrimonio educativo, mentre il rispetto reciproco e la tutela dei diritti altrui è parte essenziale della istruzione dei nuovi cittadini del Paese, la cui comprensione costituisce la base per la creazione della nuova classe dirigente.
Nel giusto bilanciamento lo Stato deve partire da un serio ed approfondito insegnamento della educazione civica, che non può più essere considerata una materia di scarso rilievo ed insegnata nei ritagli di tempo scolastico per essere tralasciata se si è indietro con il programma.
Essa deve partire da un serio studio della nostra Costituzione, definita da Giuseppe Dossetti: “Roccia non incrinata”, basata su valori condivisi dai padri costituenti che contiene, nell’articolo 3, la essenza del vivere civile ed anche il tema dei rapporti umani, nel pieno rispetto dell’altro e della sua persona: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Di contro la famiglia, pietra prima della società, deve essere coinvolta in questa costruzione del futuro, perché ad essa compete la veicolazione dei valori morali ed etici che forniscono la lente per la giusta chiave di lettura dei diritti di ogni persona, veicolati nella prima parte della Costituzione, che racchiude e descrive tutti i diritti fondamentali della persona, costituenti la giusta sintesi dei valori sui quali è stata costruita la nostra Repubblica.
Se, invece di ricorrere alla contrapposizione, nascondendosi dietro ad ormai vuote ideologie, la nostra classe politica riuscisse a vedere in questa normativa relativa al “consenso informato in ambito scolastico” l’inizio di un nuovo patto tra famiglia e scuola, recuperando lo spirito dei decreti delegati degli anni settanta, dando vita alla costruzione della nuova scuola che sappia essere più vicina ella mutate esigenze delle famiglie e non più basata su programmi antichi, nati dalla contemplazione di una società dello scorso secolo che non esiste più.
Se letta in buona fede da tutti, nel recupero del giusto spirito di mediazione, questa nuova normativa potrebbe essere una occasione di rimeditazione del sistema scolastico facendo comprendere alle famiglie che la scuola non è la istituzione cui delegare l’istruzione dei nostri giovani, senza chiedere conto dell’espletamento di detta delega ad un tempo, consentendo alla scuola di capire che senza i valori etici e morali che vanno trasmetti e vissuti in famiglia non è possibile alcuna costruzione: il rispetto, prima di essere insegnato, va vissuto e viene trasmetto con l’esempio quotidiano.
Se la politica tornasse ad essere un’arte nobile questa legge potrebbe essere un’occasione per riaprire il dialogo tra le parti per una condivisa costruzione del futuro.